ProfileAnalisi, agosto 2017 - Assistiamo a un terremoto in corso, non solo in Ungheria, ma in tutti i Balcani. Esso coinvolge la Turchia di Erdogan e anche la Russia di Putin...

 

New Eastern Outlook, 31 luglio 2017 (trad. ossin)
 
La Turchia, la Russia e la nuova interessante geopolitica nei Balcani
William Engdahl
 
Il modello geopolitico dell’insieme dell’Unione Europea ha subito uno dei suoi più profondi mutamenti con il crollo dell’Unione Sovietica, oltre 25 anni fa. Nel corso della riunione del 30 giugno, ad Ankara, del Forum d’affari turco-ungherese, Viktor Orban, ha dichiarato che l’Ungheria «resta vicina ai suoi amici», cioè dalla parte della Turchia nell’attuale guerra verbale che la contrappone all’Unione Europea. Il Primo Ministro ungherese ha anche apprezzato il ruolo svolto dalla Turchia nel fermare il grosso flusso di rifugiati che tenta di entrare nella UE, notando che «senza la Turchia, l’Europa sarebbe stata inondata da diverse migliaia di immigrati», affermando che questa Turchia «merita rispetto». Al di là delle affermazioni, fatte allo scopo di irritare l’UE e i suoi anonimi burocrati non eletti, la posta in gioco va oltre la questione dei rifugiati e della sovranità nazionale
 
 
Assistiamo a un terremoto in corso, non solo in Ungheria, ma in tutti i Balcani. Esso coinvolge la Turchia di Erdogan e anche la Russia di Putin. I contorni di una nuova geopolitica nei Balcani stanno emergendo e rischiano di provocare enormi tensioni nella UE, tra gli atlantisti/NATOnisti arrabbiati e gli Stati pragmatici, che sono più interessati allo sviluppo economico, alla salute e alla sicurezza dei loro paesi, che a difendere una superpotenza statunitense in stato di decozione e in declino morale.
 
Il Primo Ministro ungherese, Orban, non si è recato in Turchia solo per la foto tradizionale. Era là per parlare di affari, di affari economici. Ha portato con sé metà del suo gabinetto e più o meno 70 imprenditori per discutere di come accrescere la cooperazione economica bilaterale. Orban ha anche incontrato, in privato, il presidente turco Erdogan e il Primo Ministro Binali Yildirim.
 
Un corridoio energetico per l’Europa del Sud Est
 
Per quanto se ne siano fatti pochi cenni nei comunicati stampa, la questione centrale delle discussioni di Ankara è stata la prospettiva di importare gas naturale russo attraverso il gasdotto Turkish Stream.
 
Con le nuove sanzioni statunitensi, di dubbia legalità, tese a colpire le imprese europee che investono nel gasdotto russo-tedesco Nord Stream II, che avrebbe dovuto aggirare l’Ucraina, la Russia accelera la costruzione del suo gasdotto Turkish Stream, che parte dalla stazione di pompaggio, già costruita, vicino a Anapa, nel sud della Russia, per continuare sotto il mar Nero, attraversare la Turchia fino alle frontiere bulgare e forse anche greche.
 
Le ultime incredibilmente stupide sanzioni del Congresso USA, che colpiscono anche l’Iran e la Corea del Nord, penalizzano le imprese tedesche e austriache che hanno investito nel gasdotto Nord Stream II, benché sia illegale, secondo il diritto internazionale, che un presidente statunitense sanzioni imprese che operano fuori dalla sua giurisdizione, in termini legali extraterritoriali.
 
L’annuncio di nuove sanzioni contro Nord Stream II ha indotto la Russia ad accelerare la costruzione della linea Turkish Stream che passa sotto il mar Nero, attualmente in anticipo sul programma. L’impresa che ha in subappalto il lavoro di  Gazprom, Swiss Allseas, dal maggio scorso, ha già installato circa 15 miglia (25km) di condotte sotto il mar Nero. La prima delle due condotte parallele dovrebbe essere inaugurata nel marzo 2018, la seconda nel 2019. La portata attuale di ciascuna è stimata in 15,75 miliardi di metri cubi di gas naturale, e quasi 32 miliardi di metri cubi quella di entrambe.
 
E’ qui che le cose diventano interessanti.
 
I Balcani si collegano a Turkish Stream
 
All’inizio di luglio, il Primo Ministro bulgaro Boyko Borisov, appena eletto, ha annunciato l’intenzione di aderire all’accordo sul transito del gas attraverso il Turkish Stream. Ha anche firmato un accordo col vicino serbo, che non è membro della UE – e non lo diventerà probabilmente mai a causa dei suoi rapporti saldi con la Russia, tra l’altro. Secondo il nuovo accordo, la Serbia dovrebbe ricevere 10 miliardi di metri cubi di gas.
 
Il 29 giugno, il Primo Ministro Aleksandar Vučić ha assunto le funzioni di presidente della Repubblica serba, Ana Brnabic è diventata primo ministro. Quest’ultima ha dichiarato in Parlamento che intende applicare una «politica estera equilibrata» e che il suo governo stabilirà specialmente buone relazioni con la Russia e la Cina. Il nuovo ministro della Difesa serbo, Alexandre Vulin, è assai mal visto a Washington, tra l’altro per la sua nota propensione filo-russa. Aleksandar Vučić ha incontrato Vladimir Putin una settimana prima della sua elezione a presidente e ha riaffermato le strette relazioni tra Russia e Serbia.
 
Il 5 luglio anche il governo ungherese ha firmato un accordo per ricevere gas dal Turkish Stream. In precedenza, sempre quest’anno, il presidente russo è andato a  Budapest, dove ha discusso col Primo Ministro Orban della partecipazione ungherese al Turkish Stream, e anche della costruzione da parte della Russia di centrali nucleari in Ungheria.
 
Al Congresso mondiale sul petrolio, tenuto dal 9 all’11 luglio a Istanbul, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha detto che la Turchia deve diventare un corridoio energetico tra est e ovest, nord e sud. Insomma, tutti gli indizi di un nuovo importante allineamento tra gli Stati dei Balcani, la Russia e la Turchia sono ben visibili.
 
Il Turkish Stream
 
A dicembre 2014, dopo che la Commissione europea di Bruxelles, con l’appoggio di  Washington, aveva esercitato pressioni sul governo bulgaro perché annullasse l’accordo per sbarcare il gas Gazprom attraverso il gasdotto South Stream nel porto bulgaro di  Burgas, il presidente russo Putin ha annunciato che il South Stream era morto. La Russia ha allora avviato negoziati con la Turchia per un alternativa che sarà chiamata Turkish Stream.
 
Per evitare le sanzioni punitive della UE, il gasdotto di Gazprom che passa attraverso la Turchia si fermerà alla frontiera turco-bulgara, mentre il secondo potrebbe terminare a Lüleburgaz, nella regione della Marmara in Turchia, vicino alla frontiera  turca con la Grecia. A partire da queste stazioni, spetta ai paesi acquirenti di costruire i propri gasdotti e collegarli al Turkish Stream. La legislazione della UE si limita a vietare che Gazprom costruisca e mantenga propri gasdotti all’interno della UE.
 
Il riposizionamento baltico
 
Negli ultimi mesi, a causa del carattere sempre più vincolante delle direttive di  Bruxelles, i paesi dell’Europa dell’est, soprattutto l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Bulgaria, hanno cominciato a manifestare interesse per l’est, per l’Eurasia, e soprattutto per la Russia e la Cina, a cagione dei loro crescenti investimenti in infrastrutture nell’ambito della Nuova Via della Seta e di altre reti infrastrutturali eurasiatiche.
 
A febbraio del 2017, durante una visita del presidente russo Putin a Budapest, l’Ungheria ha firmato un contratto di 17 miliardi di dollari col Gruppo Rosatom, la società russa che si occupa di energia nucleare, per la costruzione di due reattori a Paks, l’unica centrale nucleare del paese. La Russia ha anche una partecipazione del 51% in una impresa di progettazione ceca, Nuclear Power Alliance, con Czech Skoda JS che proporrà piani per la costruzione di diverse centrali nucleari ceche. Il più recente piano energetico nazionale ceco considera l’elettricità nucleare come un mezzo sicuro che garantisce il rispetto degli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 della UE, proprio come l’Ungheria.
 
Anche il governo turco si è affidato alla società russa Rosatom per costruire la sua prima centrale nucleare a Akkuyu, quattro reattori che saranno collocati vicino al Mediterraneo, nel sud della Turchia, di fronte a Cipro. La prima unità, del costo di 20 miliardi di dollari, è in corso di realizzazione da parte di un consorzio russo-turco, col gruppo turco di costruzioni Cengiz-Kalyon-Kolin (CKK). Sarà operativa nel 2023.
 
Nel momento in cui gli Stati Uniti e la maggior parte dell’Europa occidentale hanno congelato gli investimenti nella tecnologia nucleare e hanno perso la mano d’opera qualificata, la Russia è diventata il leader mondiale nella esportazione delle tecnologie nucleari, con più del 60% del mercato mondiale.
 
Areva, compagnia francese e più grande produttore di centrali nucleari d’Europa, non fa contratti all’estero dal 2007. Negli Stati Uniti, Westinghouse, il più importante fornitore di centrali nucleari statunitensi, ha passato momenti difficili, per dirla in modo metaforico. L’attività nucleare del gruppo di Pittsburgh è stata venduta e attualmente appartiene al gruppo giapponese Toshiba. Il gruppo nucleare di Westinghouse, che ha recentemente vinto un appalto per la fornitura di quattro nuovi stabilimenti statunitensi nazionali – il primo contratto da trenta anni – è afflitto da sovraccarichi di costi e da indagini giudiziarie, e Westinghouse Electric è stata costretta a dichiarare fallimento. Per contro, la Russia ha firmato contratti per la costruzione di 34 reattori in 13 paesi, per un valore totale stimato in 300 miliardi di dollari.
 
L’importanza di questi accordi in materia di gas naturale ed elettricità nucleare della Russia con l’Ungheria, la Repubblica Ceca, la Serbia, la Bulgaria e la Turchia fa inorridire Washington e indica un nuovo posizionamento di una regione delusa dall’UE di Bruxelles, politicamente in fallimento, e da una Germania che ha perso la sua egemonia.
 
Il fatto rilevante, in questo contesto, è la recente conferma da parte del presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, dell’acquisto di diverse unità di sistemi avanzati di difesa anti-aerea russa, gli S-400, nonostante i tentativi formidabili dell’amministrazione Trump e della NATO per impedirlo. Il S-400 viene considerate dagli esperti militari come il migliore sistema di missile di difesa aerea a lunga gittata, molto migliore del sistema statunitense Patriot che Washington avrebbe voluto vendere alla Turchia.
 
Il fatto che diverse nazioni dei Balcani siano in procinto di migliorare nettamente le loro relazioni economiche con la Russia e la Turchia sottolinea piuttosto la divisione europea, che l’unità promessa. La stupida decisione della Commissione europea di trascinare l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Polonia dinanzi ad un tribunale della UE, per non avere accettato le quote obbligatorie di rifugiati che Bruxelles voleva loro imporre, ha anch’essa contribuito ad allargare il fossato tra l’est e l’ovest della UE.
 
Una struttura politica elitaria come è l’UE di oggi, le sue istituzioni antidemocratiche come la Commissione europea ed un Parlamento europeo che calpestano i diritti sovrani fondamentali, come fossero relazioni interpersonali sadomasochiste, sono intrinsecamente impraticabili. Coma ha dimostrato l’ultimo quarto di secolo, con Washington quale superpotenza unica dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la politica del più forte non è un modello per relazioni internazionali sane e pacifiche. L’abbaiare isterico di quello che si crede il più forte ce lo dimostra bene.
 
 
 
 
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