ProfileAnalisi, ottobre 2017 - Massud Barzani, il presidente del Governo regionale del (GRK) iracheno ha commesso un errore irreparabile, organizzando un referendum per l’indipendenza del Kurdistan il 25 settembre 2017. Il risultato è catastrofico...

 

 
La fine del sogno indipendentista del Kurdistan
Alain Rodier
 
 
Massud Barzani, il presidente del Governo regionale del (GRK) iracheno ha commesso un errore irreparabile, organizzando un referendum per l’indipendenza del Kurdistan il 25 settembre 2017. Il risultato è catastrofico: il Kurdistan autonomo si ritrova oggi complessivamente nei suoi confini del 1991, e più disunito che mai!
 
 
Dopo la conquista di Mosul, Barzani ha pensato che era venuto il tempo di ricevere gli allori come ricompensa dell’impegno dei peshmerga nella guerra contro Daesh. Secondo lui, la comunità internazionale doveva ben questo ai Curdi che avevano fornito la « fanteria del campo di battaglia » alla coalizione internazionale, subendo talvolta perdite importanti. Di propria iniziativa, ha dunque organizzato un referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno pensando che le capitali occidentali, almeno, non si sarebbero opposte. E’ anche possibile che abbia ricevuto qualche promessa a voce, visto che a volte gli emissari si spingono oltre il mandato che viene loro conferito, senza parlare di alcuni « consiglieri privati » che hanno lasciato il caos dovunque siano passati.
 
La sconfitta dei peshmerga
 
Ebbene Baghdad, applicando il principio della intangibilità delle frontiere degli Stati, non ha tollerato questa volontà separatista di Barzani. A metà ottobre, il Primo Ministro Haider al-Abadi ha lanciato il suo esercito e le Unità di mobilitazione popolare (le milizie sciite) alla riconquista delle regioni perdute, facendo perno su una interpretazione del memorandum che aveva firmato nel giugno 2016 con Washington e il Governo regionale del Kurdistan, che prevedeva il ritiro dei peshmerga sulle loro posizioni del 2014 (prima dell’offensiva di Daesh).
Non solo è stata ripresa la città di Kirkuk, ma anche zone oltre le linee del 2014, soprattutto le regioni di Zummar, Ain Zaleh, Al-Qosh, Makhmour, a sud di Erbil, e di AltunKupri/Perde sono cadute, tanto che il Kurdistan autonomo si è ritrovato nelle sue frontiere del 1991 !
Gli Statunitensi, attraverso il loro coordinatore della lotta anti-Daesh, Brett McGurk, avevano anche tentato di negoziare con le due parti, ma senza successo. I peshmerga sono stati facilmente respinti dall’esercito iracheno e dalle milizie Hashd al-Shaabi, mentre la coalizione internazionale è rimasta « neutrale » e ha rifiutato di fare intervenire l’aviazione. Risultato, la sconfitta è stata cocente.
Con discrezione, le forze del PKK che si trovavano nel Sinjar e in piccola parte anche a Kirkuk, si sono ritirate verso la vicina Siria, per evitare ogni scontro con le forze governative irachene.
Sul piano puramente tattico, Barzani non ha tenuto conto che i suoi uomini, anche se coraggiosi, non hanno vera efficacia se non quando sono appoggiati dall’aviazione. E’ quello che aveva dimostrato la prima guerra del Golfo (1991) che ha consentito la nascita del Kurdistan autonomo proprio per merito della zona di esclusione aerea decretata all’epoca da una coalizione statunitense-britannico-francese [1]. Senza un appoggio aereo, Saddam Hussein avrebbe un’altra volta schiacciato la rivolta dei Curdi.
 
L'Iran raccoglie i cocci
 
Sul piano internazionale, Barzani sembra avere sottovalutato l’accanita contrarietà dei paesi vicini (Turchia, Iran) ad un Kurdistan iracheno indipendente. Questi Stati non potevano permettere una simile iniziativa che rischiava, a termine, di creare problemi simili anche coi loro Curdi.
Inoltre ha anche trascurato il fatto che pure Teheran ha contribuito a cacciare Daesh dalla regione di Mosul, impegnando i suoi pasdaran in appoggio alle milizie sciite governative irachene[2], le Hashd al-Shaabi. Naturalmente l’obiettivo del governo iraniano va al di là della sola lotta contro Daesh. Suo interesse è che l’Iraq diventi un alleato, se non un vassallo, di Teheran, in modo da rafforzare l'« arco persiano » che si estende fino al Libano, attraverso la Siria. Ora, uno dei punti di forza degli Iraniani nel Kurdistan iracheno è l’Unione patriottica del Kurdistan (UPK), formazione che essi da anni sostengono. Barzani ha sottostimato questo grande partito che si è opposto alla tenuta del referendum. Hero Ibrahim Ahmad Talabani, la vedova del presidente Jalal Talabani morto a settembre, è diventata con questa crisi la nuova figura di punta dell'UPK. Lei e i suoi figli si oppongono adesso frontalmente a  Barzani. Il terzo partito « Gorran », nato nel 2009 e guidato dal « coordinatore generale » Omar Saïd Ali, è anch’esso oramai un risoluto avversario del Partito democratico del Kurdistan (PDK) di Barzani.
Senza sorpresa, la Russia si è allineata con le posizioni di Baghdad, Teheran ed Ankara. Solo gli Israeliani appoggiano il referendum ma con l’obiettivo tattico di contrastare il loro principale nemico: l'Iran.
Conseguenza dell’errore politico, militare e diplomatico di Barzani : è Teheran a trarre il maggior profitto da questa crisi, rafforzando la sua influenza in Iraq. Le Hashd al-Shaabi – che sono di fatto al comando del maggiore generale Qassem Souleimani, il  capo della forza Al-Qods dei pasdaran – sono state all’avanguardia nella riconquista delle zone tenute dai peshmerga. Sono loro adesso che dovranno negoziare con il Governo regionale del Kurdistan, teoricamente a nome di Baghdad – di fatto a nome di Teheran - la collocazione in pensione del « seccatore » Barzani. Che potrebbe anche essere difeso per un po’ da Washington e Ankara, ma i responsabili politici sanno bene che nessun uomo è insostituibile, soprattutto quando si è dimostrato così maldestro. Se vi saranno elezioni in Kurdistan in un prossimo futuro, è verosimile che l'UPK otterrà un certo successo. E il clan Talabani  che lo dirige è molto ben « conosciuto » da tutte le capitali che intervengono da decenni nella regione.
Da notare, en passant, che i vicini Curdi siriani hanno dichiarato alto e forte che in alcun caso avrebbero reclamato l’indipendenza del Rojava (il Kurdistan siriano) ma solo, dopo la sconfitta di Daesh, l’apertura di un dialogo costruttivo con Damasco. La lezione irachena sembra sia stata imparata ! E’ anche qui una vittoria politica di Teheran[3] nei confronti degli USA.
 
 
Note:
 
[1] Risoluzione 688 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dell’aprile 1991.
[2] L’espressione "appoggio" è riduttiva. Gli Iraniani hanno fornito addestramento, armi, munizioni e, talvolta, anche interventi diretti.
[3] E anche di Mosca.
 
 
 
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