ProfileIntervento, novembre 2017 - Nel suo ultimo rapporto sullo “stato della sicurezza alimentare e della nutrizione”, l’ONU dichiara che 815 milioni di persone hanno sofferto di malnutrizione nel 2016, cioè 82 milioni in più rispetto al  2015...   

 

Oumma, 18 novembre 2017 (trad. ossin)
 
Menzogne dell’ONU sulla fame nel mondo
Bruno Guigue
 
Statisticamente il “terzo mondo” non esiste più. D’altronde non si parla più di “paesi sottosviluppati” ma di “paesi in via di sviluppo”, e lo “storytelling” alla moda ci assicura che questi paesi diventeranno ben presto dei “paesi emergenti”. L’ideologia post-comunista prevedeva la “fine della storia”. Prometteva un futuro felice nel regno del libero scambio. Annunciava i tempi nuovi della “mondializzazione felice”. L’apertura e la deregulation dei mercati portavano la promessa di un avvenire radioso.
 
 
Divulgata da tre decenni, questa favola liberale è stata sottoposta alla prova dei fatti. Nel suo ultimo rapporto sullo “stato della sicurezza alimentare e della nutrizione” http://www.fao.org/3/a-I7695f.pdf, l’ONU dichiara che 815 milioni di persone hanno sofferto di malnutrizione nel 2016, cioè 82 milioni in più rispetto al  2015. In poche parole, l’11% della popolazione crepa di fame. Non solo si è raggiunto un record assoluto (mai l’umanità ha avuto un così alto numero di affamati), ma la situazione va peggiorando e, per il 2017, le associazioni si aspettano un risultato peggiore.
 
Le diseguaglianze toccano vette vertiginose. Se fossimo nel Medio evo, il fossato che separa i nostri super ricchi dalle masse impoverite farebbe inorridire i più egoisti tra gli aristocratici. Ma per noi liberali, l’accumulazione e la concentrazione del capitali a livelli astronomici sono segnali positivi. Secondo l’associazione Oxfam, l’1% più ricco possiede il 48% della ricchezza mondiale, e il 20% più ricco si appropria del resto. Al restante 80%, vale a dire la schiacciante maggioranza della popolazione mondiale, resta meno che niente.
 
Questo contrasto tra 815 milioni di affamati e un pugno di miliardari dovrebbe provocare l’indignazione generale. Ma lo si accetta con fatalismo come si trattasse di una catastrofe naturale. Gettando un velo pietoso sulle cause di una simile ingiustizia, le statistiche occultano deliberatamente il peso delle strutture. Tra retorica rassicurante e cliché neo liberali, i meccanismi che sono alla base dell’arricchimento degli uni  sull’impoverimento degli altri sono usciti dagli schemi radar. Per conformismo ideologico, la burocrazia dell’ONU distorce l’interpretazione dei fatti.
 
Omette per esempio di dire che il peggioramento della situazione alimentare si spiega largamente con la riduzione dell’agricoltura contadina a profitto dell’agro-business. Per impulso delle multinazionali dell’agroalimentare, si trasformano milioni di ettari di policoltura/allevamento in zone franche esentasse dove vengono impiantate monocolture destinate all’esportazione. Questa politica espone i piccoli coltivatori alla mercé delle fluttuazione dei mercati internazionali. Presa in ostaggio dalla mondializzazione, l’agricoltura vivaistica si riduce e la produzione locale declina.
 
Per l’ONU, il riscaldamento climatico e le guerre di ogni genere sono I principali responsabili della malnutrizione. Ma imputare la miseria degli uomini a cause accidentali ha per effetto la sottovalutazione delle cause strutturali. I meccanismi dello sfruttamento capitalista vengono assolti da ogni sospetto, e il messaggio implicito è che le multinazionali non lo siano per niente. Puntare l’indice sul riscaldamento climatico attribuisce la responsabilità della miseria al cittadino comune. L’operaio che usa la macchina per andare a lavorare non è colpevole anche lui quanto Monsanto ?
 
Non è però a causa del riscaldamento climatico che migliaia di bambini sono costretti a lavorare nelle piantagioni di cacao in Costa d’Avorio. Ne è direttamente responsabile l’asservimento di questo piccolo paese alle multinazionali. La sua specializzazione in questa monocultura di esportazione fin dall’epoca coloniale ne ha fatto un’appendice precaria delle economie sviluppate. Soggetta alle fluttuazioni dei mercati e alle operazioni speculative, la Costa d’Avorio si impoverisce per arricchire gli azionisti, senza contare gli effetti disastrosi delle cure di austerità imposte dalle istituzioni finanziarie internazionali.
 
Paese poverissimo, il Mali è in preda all’instabilità e deve far fronte ad una ribellione sulla quale si è innestato il terrorismo. Ma il saccheggio delle sue ricchezze minerarie da parte della Francia non è estraneo al caos attuale. La ribellione tuareg è ripresa alla grande quando Areva ha firmato col Niger un accordo per lo sfruttamento dei giacimenti di uranio che non prendeva in considerazione le popolazioni nomadi. Semplice coincidenza? I paesi del Sahel sono i più poveri del mondo e le truppe francesi vi sono più presenti che mai.
 
Con la sua abituale ipocrisia, l’ONU dimentica di dire che la carestia regna nei paesi dove l’Occidente si è messo d’impegno a seminare il caos. Nel Sud-Sudan ha favorito una secessione catastrofica. In Somalia ha mandato truppe e favorito la disintegrazione del paese. In Siria ha attizzato il fuoco di una guerra interminabile. In Libia ha distrutto uno Stato sovrano e consegnato il paese alle milizie. In Yemen fornisce le armi con cui Riyadh massacra la popolazione civile. L’ONU ha ragione a dire che le guerre hanno deteriorato la situazione alimentare. Occorreva solo precisare che queste guerre sono guerre imperialiste.
 
 
 
 
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