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Corriere del Mezziogiorno, 27 febbraio 2018 

 

Volevo scrivere male di Bloody Money. Poi ho visto i video e...

Nicola Quatrano

 

e immagini (se onestamente montate) sono potenti, e non mi scandalizza più nemmeno la presenza dell’ex malavitoso: nessun giornalista sarebbe stato altrettanto efficace

 

 

Volevo scrivere male dell’inchiesta giornalistica “Bloody Money” realizzata da Fanpage. Volevo dire che non se ne può veramente più di un “giornalismo” che si infila nella vita delle persone per coglierne le umane debolezze, e poi spararle nel circuito virale dei social, come fosse un’arma di distruzione di massa contro vite, carriere e onorabilità. Non molto tempo fa, per questa stessa ragione, ho criticato un servizio giornalistico che aveva violato l’intimità della madre di un giovane indagato, dicendo che anche il diritto di cronaca deve arrestarsi di fronte al rispetto della dignità delle persone. Lo stesso vale per le conversazioni private (irrilevanti penalmente, ma per qualche ragione “piccanti”) che il circuito mediatico giudiziario propina di frequente al voyerismo dei lettori.
 
Volevo dire a Peppe Giulietti, corso a Napoli a difendere la redazione del giornale online, che la retorica della “libera stampa” non incanta più nessuno, perché il “cane da guardia della democrazia” ci propina oramai spazzatura quotidiana. E anche il rituale richiamo al Watergate ha fatto il suo tempo, adesso che il Washington Post di Jeff Bezos è diventato l’organo semiufficiale della CIA, in virtù del contratto di 600 milioni di dollari all’anno stipulato tra l’agenzia e Amazon, per attività di “cooperazione”.
 
 
Non è che mi avesse tanto colpito il ricorso all’agente provocatore. C’è differenza tra una indagine penale e un’inchiesta giornalistica. Nel primo caso l’utilizzo può avere solo una portata limitata, perché si tratta di scoprire reati, non certo la propensione delle persone a delinquere, e perché un reato “provocato” dagli inquirenti rischia di ridursi a quel nulla che i giuristi chiamano un “reato impossibile”. In un’inchiesta giornalistica, invece, la disponibilità di un pubblico amministratore a farsi corrompere può interessare i lettori. La moralità dell’eletto e di chi amministra non è per nulla irrilevante. Ma attenzione! Bisogna andarci piano. L’indurre in tentazione è lavoro del diavolo, e qui il diavolo ha addirittura le fattezze di un ex camorrista.
 
 
Questo volevo scrivere. Ma, come male accade, me ne ero fatto un’idea solo per quello che ne avevo letto. Poi ho visto il servizio… e ho cambiato idea. E oggi torno in argomento, perché forse anche altri ne hanno parlato solo per sentito dire. 
 
Ebbene le immagini (se onestamente montate) sono potenti, e non mi scandalizza più nemmeno la presenza dell’ex malavitoso: nessun giornalista sarebbe stato altrettanto efficace. Certo bisognerebbe chiarire alcuni punti: che cosa ci ha guadagnato Nunzio Perrella, solo la gloria? E perché gli ideatori del reportage hanno cercato sponde nelle Procure?  Ma, precisato questo, il risultato lascia senza parole. 
 
Non c’è stata “provocazione”, e nemmeno un indurre in tentazione. Non è stato Perrella a proporre il reato, lo hanno preceduto i suoi interlocutori, con una disinvoltura che fa pensare ad un sistema ben rodato. Era già tutto nella “logica delle cose”: gli incarichi senza gara giustificati dall’emergenza, gli aggiustamenti in corso d’opera, gli appalti ad hoc, come fossero protocolli ben sperimentati. E le percentuali per politici e funzionari sono venute fuori come un tariffario già stabilmente operativo. E l’insensibilità per i problemi di conflitto di interesse… Certo non è materia di processo ma, se non c’è stato trucco, il reportage giornalistico ci sta tutto. E traccia un quadro desolante.
 
 
Ha ragione Enzo D’Errico a temere che la vicenda finirà con l’alimentare l’antipolitica, ma la ricetta giusta non è certo quella di nascondere la realtà. L’antipolitica è soprattutto una reazione all’assenza di vera politica. Lo tenga presente De Luca. Consideri i filmati come una sfida, piuttosto che “un’aggressione”. C’è un gran lavoro da fare, di moralizzazione e di rispristino della legalità, nella sua Regione. Freni dunque i furori (pare lo stia già facendo) e si rimbocchi le maniche, se ne è capace.       
 
 
 
 
 
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