ProfileIntervento, 7 marzo 2018 - Come nelle presidenziali USA, non è stato tanto chi ha vinto a vincere, è stato piuttosto chi ha perso a perdere (nella foto, tripudio di folla per Luigi Di Maio)   

 

 
Sul carro del vincitore
Nicola Quatrano
 
L’effetto “Trump” ha colpito in pieno l’Italia. Il rancore degli sconfitti, bene espresso dal Renzi delle (seconde) finte dimissioni, li fa inveire contro “estremisti” e “razzisti”, in un goffo tentativo di esorcizzare l’ondata di  rancore avversario che li ha travolti. Ma non avrebbe senso esaurire in un aggettivo il sentimento generalizzato di ripulsa che ha caratterizzato il voto. Come nelle presidenziali USA, non è stato tanto chi ha vinto a vincere, è stato piuttosto chi ha perso a perdere. Il 4 marzo si è consumato il suicidio di un establishment screditato, incapace di dare risposte alle crisi che affliggono il paese, ma saldissimo nella difesa dei propri privilegi. Un discredito che coinvolge anche la grande stampa, le cui aspre requisitorie contro i “populismi” hanno rafforzato, piuttosto che contrastare, la decisione di votarli.
 
Tripudio di folla per Luigi Di Maio dopo la vittoria
 
Il risultato è confuso, perché è confuso il rancore. Anche il de profundis per la morte della sinistra mi pare affrettato. “Morto” è piuttosto il ceto politico che ha occupato le ultime propaggini della sinistra del secolo scorso. In Europa (e nel mondo) continua però a soffiare un’importante “voglia di sinistra”, rappresentata soprattutto da Melenchon, Corbyn e Sanders, e che si è espressa in qualche modo anche nel voto italiano. Ma questa voglia non poteva essere intercettata dal PD, che Renzi ha traghettato al centro, e nemmeno da LeU, che ha preferito l’immagine oramai stantia dell’antimafia militante di Pietro Grasso. Né da  Potere al Popolo, il cui limite sta nella vocazione minoritaria propria delle esperienze “dal basso”. 
  
Dunque ha vinto il “rancore”. “Né di destra né di sinistra”, che non è un valore aggiunto, è un limite.
 
E infatti, in mancanza di caratteri più politici, ha assunto subito connotati regionali, flax tax per le partite Iva del Nord contro reddito di cittadinanza per i disoccupati del Sud. I 5stelle dilagano nel mezzogiorno, e non è un bene per loro: troppo grandi per essere solo una forza regionale, troppo meridionali per governare un paese la cui metà più ricca è egemonizzata dalla Lega. Le incredibili percentuali raggiunte (il 52% a Napoli) consentiranno però di vincere a mani basse le prossime elezioni locali. Vero è che le amministrative sono fortemente influenzate dalle preferenze e dalle reti clientelari ma, insomma, le clientele si riposizioneranno. E poi ben presto si scatenerà la corsa a salire sul carro del vincitore.
 
Uno dei primi (chi l’avrebbe detto) è stato Luigi De Magistris, che si è affrettato a offrirsi come alleato dei nuovi vincitori. Assente alla competizione elettorale, in prudente attesa dei risultati, non ha esitato un attimo a gettare a mare i suoi attuali alleati, avventurandosi in una ragionamento politico la cui sostanza è la seguente: la sinistra (LeU) è morta, Potere al Popolo è una cosa carina ma non conta niente, i 5 stelle hanno bisogno di alleati e io sono pronto ad aiutarli, anche a “conquistare nuove regioni”. In soldoni (ci pare): mi candido in alleanza con loro alla presidenza della Regione Campania.
 
E’ un ragionamento che sconta una certa sopravvalutazione del proprio peso. I 5 stelle sono oramai assolutamente in grado di conquistare Regione e Comune senza l’aiuto di nessuno. E non è privo di rischi: il cinismo politico col quale De Magistris ha  scaricato i suoi attuali alleati è forse crudamente realista, ma sottovaluta il bisogno che la sua giunta ha ancora di una maggioranza. Certo, LeU e Potere al Popolo potrebbero essere davvero così deboli e inconsistenti, da incassare certe scortesie senza reagire. Ma potrebbero anche prendere atto della svolta e trarne le logiche conseguenze in consiglio comunale. 
 
Senza contare che anch’essi hanno qualche ragione di intessere rapporti (autonomamente) coi 5stelle. La cosa, per questi ultimi, presenterebbe il vantaggio di tener fuori dalla partita un personaggio tanto ingombrante da pretendere sempre di imporre la sua leadership. Perfino a loro che non sanno che farsene. 
 
 
 
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