ProfileAnalisi, 27 agosto 2018 - Fino a una dozzina di anni fa, avevo sempre vagamente supposto che “The International Jew” di Henry Ford fosse frutto di follia politica e che “I Protocolli dei Savi di Sion” fossero solo una famosa bufala (di lato, un francobollo che ritrae Lev Trotskij)   

 

Unz Review, 23 luglio 2018 (trad.ossin)
 
Pravda Statunitense. La Rivoluzione bolscevica e le sue conseguenze
Ron Unz
 
L'importante ruolo degli ebrei nella rivoluzione bolscevica
 
Lev Trotskij
 
Ho sempre nutrito grande interesse per la storia, ma credevo ingenuamente in quello che trovavo scritto nei miei manuali scolastici e consideravo quindi la storia degli Stati Uniti insipida e noiosa da studiare.
 
Per contro, trovavo particolarmente affascinante la Cina, il paese più popoloso del mondo e di antica civiltà, con la sua complicata storia moderna di rotture rivoluzionarie, l’improvvisa riapertura all’Occidente durante l’amministrazione Nixon e le riforme economiche di Deng che hanno ribaltato decenni di fallimenti economici maoisti.
 
Nel 1978, ho seguito un seminario di studi superiori dell’UCLA sull’economia politica rurale cinese, e avrò letto trenta o quaranta libri sul tema durante quel semestre. Il libro determinante di E.O. Wilson intitolato: “Sociobiology: The New Synthesis  sarebbe stato pubblicato qualche anno dopo, rivitalizzando questo campo di indagine dopo decenni di repressione ideologica dura e, con queste idee in testa, non potevo impedirmi di rilevare le implicazioni evidenti di quanto stavo leggendo. I Cinesi mi erano sempre sembrati un popolo intelligentissimo, e la struttura dell’economia rurale contadina tradizionale cinese produceva una pressione selettiva di darwinismo sociale così densa da potersi tagliare col coltello, fornendo una spiegazione molto elegante del perché i Cinesi sono così. Qualche anno dopo, all’università, ho elaborato una mia teoria mentre studiavo con Wilson e poi, decenni dopo, ho approfondito ancora, pubblicando alla fine la mia analisi dal titolo « How Social Darwinism Made Modern China»  (Come il darwinismo sociale ha creato la Cina moderna).
 
Dato il talento innato del popolo cinese e il potenziale già dimostrato su scala assai ridotta a Hong Kong, Taiwan e Singapore, ritenevo che ci fossero forti probabilità che le riforme di Deng producessero una enorme crescita economica, ed è esattamente quanto è accaduto. Alla fine degli anni 1970, la Cina era più povera di Haiti, ma io ho sempre sostenuto coi miei amici che avrebbe potuto dominare il mondo sul piano economico nel giro di qualche generazione e, anche se all’inizio la maggior parte dei miei amici erano scettici, lo diventavano sempre meno col passare degli anni. The Economist era da tempo la mia rivista preferita e, nel 1986, ha pubblicato un mio articolo particolarmente lungo, che sottolineava l’enorme potenziale di crescita della Cina e invitava la rivista a occuparsene di più varando una sezione apposita dedicata all’Asia; ed è esattamente ciò che ha fatto l’anno dopo.
 
In questi giorni provo una grande umiliazione per aver passato gran parte della mia vita nell’errore su tante cose, e considero la Cina come un’eccezione gradita. Non rilevo alcuna evoluzione degli ultimi quaranta anni che non avessi già previsto fin dalla fine degli anni 1970, con l’unica sorpresa della totale assenza di sorprese. L’unica « revisione » che ho dovuto fare riguarda l’onnipresente affermazione, da me condivisa, che il disastroso Grande Balzo in avanti di Mao, del 1959-1961, avesse provocato 35 milioni di morti o più. Recentemente ho infatti cominciato a nutrire seri dubbi in proposito, perché potrebbe trattarsi di cifre esagerate, oggi tendo a credere che siano morte solo 15 milioni di persone, o meno.
 
Ma anche se ho sempre nutrito grande interesse per la Cina, la storia europea mi ha ancora di più affascinato, con l’interazione politica di tanti Stati in conflitto e gli enormi sconvolgimenti ideologici e militari del XX secolo.
 
Nella mia smisurata arroganza, a volte mi è sembrato di cogliere delle cose che i giornalisti dei magazine o dei giornali non vedevano, errori che spesso contribuivano a costruire la narrazione storica. Per esempio, le discussioni sui titanici scontri militari tra la Germania e la Russia hanno spesso fatto riferimento alla tradizionale ostilità tra questi due grandi popoli che, per secoli, si sono considerati rivali, simbolo della eterna lotta degli Slavi contro i Teutoni per il dominio dell’Europa dell’est.
 
Per quanto la storia sanguinosa delle due guerre mondiali sembri confermare questa tesi, in realtà essa è errata sul piano fattuale. Prima del 1914, questi due grandi popoli non si scontravano da 150 anni, e anche la Guerra dei Sette anni nella metà del XVIII secolo aveva visto un’alleanza russa con l’Austria germanica contro la Prussia germanica, e questo non può propriamente definirsi uno scontro di civiltà. I Russi e i Tedeschi sono stati fedeli alleati durante le interminabili guerre napoleoniche, hanno cooperato strettamente nella successiva epoca di Metternich e Bismarck e, nel 1904, la Germania ha perfino sostenuto la Russia nella sua infruttuosa guerra contro il Giappone. Più tardi, la Germania di Weimar e la Russia sovietica hanno conosciuto un periodo di stretta cooperazione militare negli anni 1920, il Patto Hitler-Stalin del 1939 ha segnato l’inizio della Seconda Guerra mondiale e, nel corso della lunga Guerra Fredda, l’URSS non aveva satellite più leale della Germania dell’est. Si contano quindi forse un paio di dozzine di anni di ostilità nel corso dei tre ultimi secoli, mentre nel resto del tempo vi sono state buone relazioni o addirittura alleanze; tutto ciò non suggerisce affatto che Russi e Tedeschi siano nemici genetici.
 
Inoltre, per gran parte di quel tempo, l’élite dirigente russa ha avuto una qualche sfumatura germanica. La leggendaria Caterina di Russia era una principessa tedesca di nascita e, nel corso dei secoli, vi sono stati tanti dirigenti russi che hanno sposato donne tedesche, che alla fine i futuri zar della dinastia dei Romanov sembravano più tedeschi che russi. La Russia stessa aveva una importante popolazione tedesca ma fortemente integrata, molto ben rappresentata al livello di élite politiche, tanto che molti ministri dei governi, e talvolta anche comandanti militari importanti, avevano nomi tedeschi. Perfino un alto dirigente della Rivolta di dicembre dell’inizio del XIX secolo aveva antenati tedeschi, cosa che non gli impediva di essere un convinto nazionalista russo.
 
Governato da questa classe dirigente mista russo-tedesca, l’Impero russo è cresciuto fino a diventare una delle maggiori potenze mondiali. A causa, infatti, delle sue enormi dimensioni, della sua manodopera e delle sue risorse, combinate con uno dei tassi di crescita economica più rapidi che il mondo abbia conosciuto e ad una crescita naturale della popolazione totale non meno elevata, un osservatore del 1914 avrebbe potuto facilmente pensare che ben presto avrebbe potuto dominare il continente europeo e, forse, anche gran parte del mondo, proprio come aveva profetizzato Tocqueville all’inizio del XIX secolo. Una delle cause cruciali della Prima Guerra Mondiale fu la convinzione della Gran Bretagna che solo una guerra preventiva avrebbe potuto evitare la crescita di potenza della Germania, ma io sospetto che una importante causa secondaria stava nel fatto che la Germania pensava la stessa cosa della Russia, e pensava che misure similari fossero necessarie contro quella Russia in piena  ascesa.
 
Evidentemente tutta questa situazione venne totalmente trasformata dalla Rivoluzione bolscevica del 1917, che spazzò via il vecchio potere, massacrando gran parte dei suoi dirigenti e costringendo gli altri alla fuga, aprendo così la strada all’era moderna dei regimi ideologici e rivoluzionari. Io sono cresciuto durante gli ultimi decenni della lunga Guerra Fredda, quando l’Unione Sovietica era il grande avversario internazionale degli Stati Uniti, cosicché la storia di questa rivoluzione e le sue conseguenze mi hanno sempre affascinato. Durante le scuole medie e superiori, avrò letto un centinaio di libri sul tema, divorando le brillanti opere di Solgenitsin e di Solochov, i densi volumi storici dei grandi sapienti universitari come Adam Ulam e Richard Pipes, oltre agli scritti dei principali dissidenti sovietici come Roy Medvedev, Andrei Sacharov e Andrei Amalrik. Sono rimasto affascinato dalla storia tragica di come Stalin ha sconfitto Trotskij e gli altri rivali, avviando le massicce purghe degli anni 1930, quando la crescente paranoia di Stalin produsse una gigantesca perdita di vite umane.
 
Non ero tanto ingenuo da non accorgermi dei forti tabù che condizionavano la discussione sui bolscevichi, soprattutto per quanto riguardava la loro componente etnica. Per quanto la maggior parte dei libri non si soffermasse affatto su questo punto, chiunque sappia guardare si accorgeva facilmente che gli ebrei erano enormemente sopra rappresentati tra i grandi rivoluzionari, con tre dei cinque potenziali successori di Lenin – Trotskij, Zinoviev e Kamenev – tutti ebrei, come molti, molti altri, ascesi ai più alti gradi della direzione comunista. C’era un’evidente sproporzione in un paese che aveva una popolazione ebraica di circa il 4%, e questo aiuta certamente a spiegare la forte crescita dell’ostilità mondiale verso gli ebrei di poco dopo, che talvolta ha preso forme sgradevoli e irrazionali come la popolarità del libro “I Protocolli dei Saggi di Sion” e la celebre pubblicazione di Henry Ford dal titolo “The International Jew”. Ma siccome gli ebrei russi erano tra i più istruiti e urbanizzati e soffrivano di una oppressione antisemita sotto gli zar, tutto questo mi sembrava abbastanza logico.
 
Poi, forse quattrodici o quindici anni fa, ho vissuto uno strappo nel mio personale continuum spazio-temporale, il primo di una lunga serie.
 
In questo caso particolare, un amico di destra, particolarmente devoto al teorico evoluzionista Gregory Cochran, trascorreva lunghe giornate a leggere le pagine di Stormfront, un forum Internet di prima importanza per l’estrema destra, e avendo ritrovato una rimarchevole affermazione di ordine fattuale, ha chiesto la mia opinione. Jacob Schiff, il più importante banchiere ebreo degli USA, sarebbe stato uno dei sostenitori finanziari più importanti della Rivoluzione bolscevica, fornendo ai rivoluzionari comunisti un finanziamento di 20 milioni di dollari.
 
La mia prima reazione fu che si trattasse di un’idea del tutto ridicola, perché un fatto così esplosivo non avrebbe potuto essere ignorato dalle decine di libri che avevo letto sulle origini di questa rivoluzione. Ma la fonte sembrava estremamente precisa. Il cronista di Knickerbocker, nell’edizione del 3 febbraio 1949 del New York Journal-American, all’epoca uno dei più importanti giornali locali, scriveva: « Oggi il nipote di Jacob, John Schiff, stima che il vecchio abbia investito circa venti milioni di dollari per il trionfo del bolscevismo in Russia ».
 
Dopo qualche verifica, ho scoperto che numerosi resoconti mainstream parlavano dell’enorme ostilità di Schiff verso il regime zarista a causa dei suoi cattivi comportamenti verso gli ebrei e, per venire ai nostri giorni, una fonte politicamente corretta come l’articolo di Wikipedia su Jacob Schiff nota che questi ha giocato un ruolo importante nel finanziamento della Rivoluzione russa del 1905, come viene rivelato dalle successive memorie di uno dei suoi agenti chiave. E se lanciate una ricerca su « Jacob Schiff rivoluzione bolscevica », appaiono molti altri riferimenti, che rappresentano diversi orientamenti e hanno dunque un buon grado di affidabilità. Una dichiarazione molto interessante figura nelle memorie di Henry Wickham Steed, il redattore capo del Times of London e uno dei giornalisti internazionali più in vista della sua epoca. Egli dice molto concretamente che Schiff, Warburg e altri banchieri internazionali ebrei di primo piano figuravano tra i principali committenti dei bolscevichi ebrei, attraverso i quali speravano di avere una occasione per lo sfruttamento ebraico della Russia, e racconta il loro impegno lobbistico a favore degli alleati bolscevichi durante la Conferenza di pace di Parigi nel 1919, alla fine della Prima Guerra Mondiale.
 
Perfino il libro pubblicato nel 2016 da Kenneth D. Ackerman, “Trotskij a New York, 1917”, rileva che i rapporti della intelligence militare statunitense dell’epoca indicavano direttamente Trotskij come l’intermediario del sostegno finanziario di Schiff e di molti altri finanziatori ebrei. Nel 1925, questa informazione venne pubblicata sul Guardian e venne ampiamente discussa e accettata nel corso degli anni 1920 e 1930 da molte importanti pubblicazioni, molto prima che il nipote di Schiff ne desse una indiretta conferma nel 1949. E tuttavia Ackerman respinge tutte queste importanti prove contemporanee come « antisemite » e le bolla come una « teoria del complotto », assumendo che, siccome Schiff era notoriamente conservatore e non aveva mai mostrato simpatia per il socialismo nel suo ambiente statunitense, non avrebbe certamente finanziato i bolscevichi.
 
E’ vero che i dettagli potrebbero essersi facilmente imbrogliati col tempo. Per esempio, nonostante Trotskij sia rapidamente diventato il numero 2 dopo Lenin nella gerarchia sovietica, ancora agli inizi del 1917 i due erano aspramente in disaccordo su alcune questioni di ordine ideologico, per cui non veniva certamente considerato membro di quel partito all’epoca. E siccome tutti oggi riconoscono che Schiff aveva largamente finanziato la Rivoluzione russa del 1905, sembra perfettamente possibile che la cifra di 20 milioni di dollari citata dal nipote si riferisca al totale delle somme investite nel corso degli anni per sostenere diversi movimenti e vari dirigenti rivoluzionari russi, attraverso i quali venne poi creata la Russia bolscevica. Ma con tante fonti apparentemente credibili e indipendenti, tutte d’accordo su questo punto, i fatti di base sembrano quasi indiscutibili.
 
Considerate le implicazione di questa rimarchevole conclusione. Io suppongo che la gran parte del finanziamento delle attività rivoluzionarie da parte di Schiff sia stata impiegata per conti come lo stipendio dei militanti e il pagamento di tangenti e, paragonato al reddito familiare medio dell’epoca, 20 milioni di dollari possono considerarsi pari a 2 miliari di dollari attuali. Senza un simile enorme supporto finanziario, la probabilità di una vittoria bolscevica sarebbe stata assai più debole, addirittura quasi impossibile.
 
Quando le persone scherzano disinvoltamente sulla follia totale delle « teorie del complotto » antisemite, nessun esempio viene meglio dell’idea, auto-evidentemente assurda, che alcuni banchieri internazionali ebrei abbiano creato il movimento comunista mondiale. Eppure, in termini di assoluta ragionevolezza, tale affermazione sembra essere più o meno vera e, apparentemente, era largamente riconosciuta, almeno in forma approssimativa, nei primi decenni della Rivoluzione russa Essa non è stata però più menzionata dagli storici più recenti dai quali ho tratto le mie conoscenze di questi avvenimenti. Infatti nessuna di queste fonti, per altro assai complete, ha mai citato il nome di Schiff, per quanto sia universalmente riconosciuto che finanziò la Rivoluzione del 1905. Ma allora, quali altri fatti sorprendenti potrebbero essere stati tenuti nascosti allo stesso modo?
 
Quando ci si imbatte in importanti rivelazioni su vicende storiche di cui si abbia conoscenze rudimentali, il risultato è uno shock e un imbarazzo. Ma quando succede lo stesso in relazione ad avvenimenti sui quali si sono lette decine di migliaia di pagine nei testi principali e più autorevoli, e in relazione ai quali si ritiene di avere approfondito anche i dettagli minori, il senso della realtà comincia a vacillare.
 
Nel 1999, l’Università Harvard ha pubblicato l’edizione inglese del “Libro nero del comunismo”, i cui sei co-autori hanno dedicato 850 pagine a documentare gli orrori inflitti al mondo da questo sistema defunto, il cui numero totale di morti si eleverebbe a 100 milioni. Io non ho mai letto questo libro e ho spesso sentito che il conto dei corpi è stato molto contestato. Ma per me il dettaglio più rimarchevole è che, esaminando l’indice di 35 pagine, vedo una vasta profusione di voci riguardanti individui assolutamente oscuri, i cui nomi sono certamente sconosciuti a tutti salvo che agli specialisti più eruditi. Ma non c’è nessuna voce per Jacob Schiff, il banchiere ebreo di fama mondiale che sembra avere finanziato la creazione dell’intero sistema. Né per Olaf Aschberg, il potente banchiere ebreo che ha giocato un ruolo tanto importante, consentendo ai bolscevichi la sopravvivenza finanziaria nei primi anni del loro regime ancora instabile, e che ha anche fondato la prima banca internazionale sovietica.
 
Quando si scopre uno strappo nel tessuto del reale, c’è la tendenza naturale a guardarvi nervosamente attraverso, domandandosi quale oggetto misterioso si potrebbe scoprire. Il libro di Ackerman definiva l’idea che Schiff avesse finanziato i bolscevichi come « un argomento favorito della propaganda antisemita nazista » e, poco prima, aveva pubblicato un’analoga critica del « Dearborn Independent » di Henry Ford, una pubblicazione che non significava quasi niente per me. Per quanto il libro di Ackerman non fosse stato ancora pubblicato quando ho cominciato a occuparmi della storia di Schiff, una dozzina di anni fa, molti altri studiosi avevano allo stesso modo trascurato questi due argomenti. Allora ho deciso di approfondire.
 
Anche Ford è un individuo molto interessante, anche se pochi manuali di storia trattano del suo ruolo nella storia mondiale. Per quanto le ragioni esatte che lo spinsero ad aumentare il salario minimo dei suoi dipendenti a 5 $ al giorno, nel 1914 – il doppio del salario medio dei lavoratori dell’industria dell’epoca – non siano chiare, il fatto sembra però avere giocato un ruolo enorme nella creazione della nostra classe media. Egli ha anche adottato una politica molto paternalista, fornendo buoni appartamenti di proprietà dell’impresa e altre comodità ai suoi dipendenti, uno scarto assoluto rispetto al capitalismo dei « baroni ladri » tanto ampiamente praticato all’epoca, finendo con l’apparire come un eroe mondiale per i lavoratori dell’industria e i loro difensori. Infatti lo stesso Lenin considerava Ford come una figura dominante del firmamento rivoluzionario mondiale, tralasciando i suoi orientamenti conservatori e il suo impegno capitalista e concentrandosi piuttosto sui notevoli successi in materia di produttività della mano d’opera e di benessere economico. E’ un dettaglio dimenticato dalla storia che, anche dopo che la forte ostilità di Ford verso la Rivoluzione russa era diventata di dominio pubblico, i bolscevichi ancora definivano la loro politica di sviluppo industriale come « fordista ». Non era infatti raro vedere ritratti di Lenin e di Ford appesi fianco a fianco nelle fabbriche sovietica, a rappresentare i due maggiori santi secolari del panteon bolscevico.
 
Quanto a The Dearborn Independent, Ford sembra avere lanciato il suo giornale nazionale poco dopo la fine della guerra, con l’obiettivo di trattare i temi controversi, in particolare quelli legati ai cattivi comportamenti degli ebrei, che riteneva essere ignorati o censurati da quasi tutti i media mainstream. Io sapevo che era da tempo una delle persone più ricche e rispettate degli USA, ma sono rimasto sconcertato nello scoprire che il suo settimanale, che mi era prima quasi sconosciuto, aveva raggiunto una tiratura totale di 900.000 copie nel 1925, cosa che lo faceva il secondo più letto del paese e di gran lunga il maggiore che avesse una distribuzione esclusivamente nazionale. Non mi è stato facile esaminarne un numero a campione, ma sembra che gli articoli anti-ebraici dei due primi anni siano stati raggruppati e pubblicati in forma di libretto, costituendo insieme i quattro volumi di The International Jew : The World’s Foremost Problem, un saggio noto come antisemita e menzionato occasionalmente nei miei manuali di storia. Alla fine la curiosità ha preso il sopravvento e allora ho cliccato su qualche comando di Amazon.com, comprato tutta l’opera, chiedendomi che cosa avrei scoperto.
 
Sulla base dei miei pregiudizi, mi aspettavo di trovarvi un repertorio di sciocchezze e dubitavo di riuscire ad andare oltre la prima dozzina di pagine prima di perdere ogni interesse alla lettura. Ma invece ho sperimentato qualcosa di completamente diverso.
 
Negli ultimi decenni, l’enorme crescita del potere e dell’influenza dei gruppi ebraici e filo israeliani negli Stati Uniti ha talvolta indotto i saggisti a trattare con prudenza certi argomenti relativi alla malaugurata influenza di queste organizzazioni e dei loro attivisti, sempre sottolineando accuratamente che la grande maggioranza degli ebrei comuni non trae benefici da queste politiche e perfino può subirne le conseguenze, per le reazioni antiebraiche che queste provocano. Con mia grande sorpresa, ho scoperto che la stragrande maggioranza del materiale cui fanno riferimento le 300 000 parole di Ford sembrano seguire lo stesso schema e lo stesso tono.
 
Gli 80 capitoli dei volumi di Ford trattano in linea generale di questioni e eventi particolari, alcuni dei quali a me ben noti, ma per lo più oscurati nel passaggio di quasi cento anni. Ma, per quanto ho potuto constatare, quasi tutte le argomentazioni sembravano del tutto plausibili e fondate sui fatti, perfino talvolta troppo prudenti nella loro presentazione e, con forse una eccezione, non ricordo nulla che possa sembrare fantasioso o irragionevole. Per esempio, non si sostiene che Schiff, o i suoi colleghi ebrei, abbiano finanziato la Rivoluzione bolscevica, perché si tratta di fatti che erano ancora sconosciuti all’epoca, ma solo che Schiff aveva dato la forte impressione di avere sostenuto il rovesciamento dello zarismo e di avere operato in questo senso per molti anni, motivato dal fatto che considerava l’Impero russo ostile verso gli ebrei. Si tratta di affermazioni non diverse da quelle che si possono trovare in qualsiasi moderna biografia di Schiff o nell’articolo che lo riguarda su Wikipedia, per quanto molti importanti dettagli presenti nei libri di Ford siano spariti dagli archivi storici.
 
Sebbene in qualche modo sia riuscito a leggere tutti e quattro i volumi di The International Jew, l’inarrestabile ritmo degli intrighi e dei comportamenti scorretti degli ebrei dopo un po’ è diventato soporifero, tanto più che gran parte degli esempi riferiti risalivano al 1920 o 1921, e sono quasi del tutto dimenticati oggi. La maggior parte del contenuto del libro è una raccolta di denunce più o meno monotone sulla corruzione, gli scandali o lo spirito di clan degli ebrei, il genere di cose banali che avrebbe potuto normalmente apparire nelle pagine di un giornale o di un periodico dell’epoca.
 
Non potrei, tuttavia, rimproverare a questa pubblicazione un punto di vista così angusto. Un tema ricorrente è che, a causa della paura intimidatoria degli attivisti e dell’influenza ebraica, praticamente tutti i media statunitensi classici evitavano di trattare queste importanti questioni e, poiché questa nuova pubblicazione era destinata a riempire questo vuoto, , essa doveva occuparsi in larga misura di questi particolari temi. Gli articoli miravano anche ad allargare progressivamente la finestra del pubblico dibattito e, infine, a spingere anche gli altri periodici a trattare il tema dei comportamenti scorretti degli ebrei. Quando qualche periodico di primo piano come The Atlantic Monthly e Century Magazine hanno cominciato anch’essi a pubblicare simili articoli, questo risultato è stato citato come un successo importantissimo.
 
Un altro obiettivo importante era di rendere l’ebreo medio consapevole del comportamento assai problematico di molti suoi leader comunitari. Qualche volta  la pubblicazione riceveva lettere di complimenti da autoproclamati « orgogliosi  ebrei statunitensi » che si felicitavano con la rivista e talvolta inviavano uno chèque per acquistare abbonamenti per altri membri della loro comunità, questi episodi erano oggetto di lunghi articoli.
 
E anche se i particolari di queste storie individuali differivano notevolmente da quelle di oggi, il modello di comportamento criticato sembra assai simile. Cambiamo qualche circostanza, riportiamo il contesto ad un secolo dopo, e molte storie appariranno esattamente le stesse di cui gli uomini di buona volontà preoccupati del futuro del nostro paese discutono tranquillamente oggigiorno. La cosa più interessante è che vi erano anche alcuni articoli sulle difficili relazioni tra i primi coloni sionisti in Palestina e i Palestinesi autoctoni, e forti accuse ai media che, sotto pressione ebraica, avevano spesso riportato infedelmente o nascosto le violazioni subite dai Palestinesi.
 
Non posso certo garantire la complessa affidabilità del contenuto dei volumi, ma costituiscono quanto meno una fonte estremamente preziosa di « materia prima » per ricerche storiche più approfondite. Tanti avvenimenti ed episodi che raccontano sembrano essere stati totalmente omessi dalle principali pubblicazioni mediatiche dell’epoca, e successivamente non sono mai stati inclusi nelle successive narrazioni storiche, dato che anche storie conosciutissime come l’importante sostegno finanziario offerto da Schiff ai bolscevichi sono state completamente gettate nel « buco della memoria » di George Orwell.
 
Essendo questi libri non coperti da copyright, li ho tutti aggiunti alla mia collezione di libri HTML e chi ne avesse interesse può leggere il testo e farsene un’idea da se stesso.
 
Come ho già detto, la gran parte di The International Jew sembra una narrazione piuttosto monotona di accuse contro i comportamenti deplorevoli degli ebrei. Ma c’è un’importante eccezione, che ha un impatto assai differente sul nostro spirito moderno, vale a dire il fatto che lo scrittore ha preso molto sul serio “I Protocolli dei savi di Sion”. Non c’è probabilmente nessuna « teoria del complotto » dei tempi moderni fatta oggetto di anatemi e messa in ridicolo quanto i Protocolli, ma un viaggio di scoperta acquista talvolta una dinamica tutta sua, e alla fine sono stato preso dalla curiosità di leggere questo infame documento.
 
Sembra che i Protocolli siano apparsi per la prima volta nell’ultimo decennio del XIX secolo, e il British Museum ne ha acquisito una copia nel 1906, ma all’epoca attirarono assai poca attenzione. Tutto è cambiato dopo la Rivoluzione bolscevica, e la caduta di molti altri ex governi alla fine della Prima Guerra Mondiale ha spinto molti a cercare una causa comune di tanti rivolgimenti politici. Dalla mia distanza di diversi decenni, il testo dei Protocolli mi è sembrato piuttosto blando e perfino noioso, descrivendo in modo abbastanza prolisso un piano di sovversione segreta mirante a indebolire i legami del tessuto sociale, a aizzare i gruppi gli uni contro gli altri, ad assumere il controllo dei leader politici con tangenti e ricatti e, infine, a restaurare la società secondo rigide linee gerarchiche sotto un gruppo di controllo completamente nuovo. Certamente vi si trovano molte intuizioni profonde in termini politici e psicologici, come l’enorme potere dei media e il vantaggio di promuovere uomini politici profondamente compromessi e incompetenti e quindi facilmente controllabili. Ma non mi è saltato agli occhi davvero null’altro.
 
Forse uno dei motivi per cui ho trovato il testo dei Protocolli così poco interessante è che, nel secolo seguito alla loro pubblicazione, questi concetti di trame diaboliche da parte di gruppi occulti sono diventati tema assai comune nei nostri media di intrattenimento, con migliaia di romanzi di spionaggio e di storie di fantascienza che raccontano qualcosa di analogo, per quanto di solito implichino il ricorso a mezzi molto più eccitanti, come super armi o droghe potenti. Se il “cattivo” di un film di James Bond proclamasse la sua intenzione di conquistare il mondo attraverso semplici mezzi di sovversione politica, sospetto che un film del genere sparirebbe immediatamente dal botteghino.
 
Ma cent’anni fa, queste nozioni erano evidentemente nuove e appassionanti, e io ho trovato la discussione sui Protocolli in molto capitoli di The International Jew molto più interessanti e pieni di informazioni della lettura del libro stesso. L’autore dei libri di Ford sembra trattarlo come un qualunque documento storico, analizzandone il contenuto, discutendone la provenienza e chiedendosi se fosse o meno quel che pretendeva di essere, vale a dire un resoconto approssimativo di un gruppo di cospiratori che perseguono il dominio del mondo, cospiratori ritenuti una confraternita dell’élite ebraica di tutto il mondo.
 
Altri contemporanei sembrano avere preso i Protocolli molto sul serio. L’augusto Times of London lo ha sposato in pieno, prima di ritrattare successivamente a seguito di forti pressioni, e ho letto che nell’Europa dell’epoca ne sono state vendute più copie di qualsiasi altro libro, fatta eccezione per la Bibbia. Il governo bolscevico di Russia ha considerato il volume a modo suo, giacché il solo possesso dei Protocolli giustificava l’immediata esecuzione capitale.
 
Per quanto The International Jew concluda per la probabile autenticità dei Protocolli, lo stile e la presentazione del libro mi fanno dubitare che sia così. Navigando in internet una dozzina di anni fa, ho scoperto una grande varietà di opinioni differenti, anche negli ambienti di estrema destra, dove si discute liberamente di simili questioni. Ricordo che qualcuno in un qualche forum ha detto che i Protocolli si basano « su una storia vera », suggerendo che qualcuno che aveva familiarità con le macchinazioni segrete dell’élite ebraica contro i governi della Russia zarista e di altri paesi abbia scritto i Protocolli per esporre il suo punto di vista sui loro piani strategici, e una simile interpretazione sembra perfettamente plausibile.
 
Un altro lettore sosteneva che i Protocolli fossero inventati, ma che non per questo fossero meno importanti. Ha detto che la perspicacia dei metodi che rendono possibile ad un piccolo gruppo di cospiratori di corrompere e rovesciare regimi potenti pone questo libro al livello della  “Repubblica” di Platone e del “Principe” di Machiavelli, come uno dei tre grandi classici della filosofia politica occidentale, e gli varrebbe un posto nella lista di lettura obbligatoria in tutti i corsi di scienze politiche. In effetti l’autore dei libri di Ford sottolinea che si menzionano assai poco gli ebrei nei Protocolli, e si potrebbero completamente escludere tutti i legami impliciti con i cospiratori ebraici, senza nulla togliere al testo.
 
In ogni caso, questo libretto adesso è disponibile tra i miei libri HTML, e così ne è praticissima la lettura e la ricerca testuale.
 
Alcune idee hanno conseguenze a altre no. Sebbene i miei manuali scolatici di storia menzionassero spesso le attività antisemite di Henry Ford, la sua pubblicazione di  The International Jew e la concomitante popolarità dei Protocolli, essi non hanno mai posto l’accento sulla loro durevole eredità politica, o almeno non me lo ricordo. Però, quando ne ho letto il contenuto e ho scoperto l’enorme popolarità contemporanea di questi scritti e l’enorme circolazione di The Dearborn Independent, sono subito giunto ad una conclusione molto differente.
 
Per decenni, i liberali pro-immigrazione, molti dei quali ebrei, hanno sostenuto che l’antisemitismo fu un fattore importante nel varo della legge sull’immigrazione del 1924 che ha drasticamente ridotto l’immigrazione europea nei quaranta anni successivi, mentre gli attivisti anti-immigrazione lo hanno sempre negato categoricamente. I documenti dell’epoca certamente sembrano confermare quest’ultima posizione, ma io mi domando quali importanti discussioni private non abbiano forse potuto essere consegnate agli archivi del Congresso. Lo schiacciante sostegno popolare alla restrizione dell’immigrazione è stata bloccata con successo per decenni da potenti interessi commerciali, che hanno tratto grandi benefici dalla riduzione dei salari dovuta alla concorrenza della mano d’opera, ma le cose sono improvvisamente cambiate, e la rivoluzione bolscevica in Russia deve aver giocato un ruolo importante.
 
La Russia, abitata in maggioranza da Russi, è stata governata per secoli da una élite dirigente russa. Successivamente, un gruppo rivoluzionario per gran parte composto da ebrei, che costituivano solo il 4% della popolazione, ha approfittato di una disfatta militare e di condizioni politiche instabili per assumere il controllo del paese, massacrando le élite precedenti o costringendole a fuggire all’estero e diventare rifugiati senza patria.
 
Trotskij e gran parte dei principali rivoluzionari ebrei che avevano vissuto in esilio a New York, e anche molti dei loro cugini ancora residenti negli USA, hanno allora cominciato a proclamare ai quattro venti che anche lì ci sarebbe stata presto una rivoluzione simile. Enormi ondate di recente immigrazione, soprattutto proveniente dalla Russia, avevano portato la percentuale di popolazione ebraica al 3% di quella nazionale, di poco inferiore a quella della stessa Russia. Se le élite russe che governavano la Russia sono state improvvisamente rovesciate dai rivoluzionari ebrei, non pare logico pensare che le élite anglosassoni che governavano gli USA temessero di subire la stessa sorte?
 
Il « Red Scare » del 1919 fu la risposta a questi timori, con molti immigrati radicali, come Emma Goldman, che vennero arrestati e rapidamente deportati, mentre il processo per assassinio di Sacco e Vanzetti nel 1921 a Boston richiamava l’attenzione della nazione, dando l’idea che altri gruppi di immigrati potessero essere altrettanto violenti e radicali e avrebbero potuto allearsi con gli ebrei per formare un movimento rivoluzionario, proprio come i Lettoni e le altre minoranze russe scontente avevano fatto durante la Rivoluzione bolscevica. Era dunque assolutamente essenziale ridurre drasticamente l’afflusso di questi stranieri pericolosi, il cui numero avrebbe potuto facilmente accrescersi di centinaia di migliaia ogni anno, elevandone la già enorme presenza nelle più grandi città della costa Est.
 
Una forte riduzione dell’immigrazione avrebbe certamente provocato un aumento dei salari e avrebbe nociuto ai profitti delle imprese, Ma le considerazioni  sul profitto diventano secondarie quando si abbia timore di finire con la propria famiglia davanti ad un plotone di esecuzione bolscevica, o di essere costretti a fuggire a Buenos Aires solo con qualche valigia riempita in fretta e furia e con un unico vestito addosso.
 
Una prova di ciò sta nel fatto che il Congresso non ha mai adottato in seguito una simile legge per ridurre l’immigrazione proveniente dal Messico o dal resto dell’America Latina. Gli interessi commerciali del Texas e del Sud-Ovest avevano bisogno di una immigrazione messicana senza restrizioni come fattore importante del loro successo economico, in quanto i Messicani sono brave persone, lavoratori politicamente docili e non costituiscono una minaccia per la stabilità del paese. Era ben diverso con gli ebrei ed altri gruppi di immigrati europei.
 
La lotta molto meno conosciuta, risalente agli inizi degli anni 1920, per la restrizione delle iscrizioni degli ebrei alla Ivy League potrebbe esserne una delle conseguenze. Nel suo magistrale libro del 2005, “The Chosen”, Jerome Karabel documenta come la rapidissima crescita del numero di ebrei a Harvard, Yale, Princeton e altre università della Ivy League all’inizio degli anni 1920 fosse diventata un’enorme preoccupazione per le élite anglosassoni che avevano istituito queste università e ne formavano ancora la maggioranza degli studenti.
 
Ne conseguì una guerra silenziosa sulle ammissioni, che ebbe riflessi politici e mediatici, giacché i WASP (Bianchi, Anglo Sassoni, Protestanti, ndt) cercavano di ridurre e restringere il numero di ebrei e gli ebrei lottavano per mantenerlo ed estenderlo. Per quanto non si rinvenga alcuna traccia scritta di riferimenti diretti  al popolarissimo giornale nazionale e ai libri pubblicati da Henry Ford o a qualsiasi altra cosa simile, è difficile credere che i protagonisti di queste dispute universitarie non fossero almeno un poco al corrente della teoria di un attacco ebraico contro la società dei Gentili, all’epoca tanto popolare. E’ facile immaginare che un rispettabile bramino di Boston, quale era il presidente di Harvard, A. Lawrence Lowell, considerasse il suo personale « antisemitismo » moderato come un ragionevolissimo compromesso tra le sconvolgenti critiche di Ford e di altri, e la richiesta di non limitare le iscrizioni degli ebrei. Infatti lo stesso Karabel indica l’impatto sociale provocato dalle pubblicazioni di Ford come un fattore significativo dietro il conflitto accademico.
 
In quell’epoca le élite anglosassoni facevano ancora il bello e il cattivo tempo nei media. L’industria cinematografica con fortissima presenza ebraica era solo agli inizi, e lo stesso era per la radio, mentre la stragrande maggioranza della stampa scritta era ancora nelle mani dei Gentili, e dunque furono i discendenti dei primi coloni a vincere la guerra delle ammissioni. Ma quando la battaglia è ricominciata qualche decennio dopo, il paesaggio politico e mediatico era completamente cambiato, avendo gli ebrei conquistato una quasi parità di influenza nella stampa scritta e una dominazione schiacciante nei media elettronici più potenti come il cinema, la radio e la nascente televisione, e questa volta ne uscirono vincitori, spazzando via il controllo di lunga data esercitato dai loro rivali etnici, e giungendo alla fine ad un controllo quasi completo di queste istituzioni di élite.
 
E, ironicamente, l’eredità culturale più durevole della polemica anti ebraica generalizzata degli anni 1920 è forse la meno riconosciuta. Come ho già detto, i lettori moderni potrebbero trovare il testo dei Protocolli piuttosto noioso e insipido, quasi come fosse stato tratti da un monologo particolarmente lungo di uno dei “cattivi” diabolici di un film di James Bond. Ma non mi sorprenderebbe che fosse invece il contrario. Ian Fleming ha creato il genere agli inizi degli anni 1950 con la sua serie di best-sellers internazionali, e sarebbe estremamente interessante interrogarsi sulla fonte della sua ispirazione.
 
Flemming ha trascorso la giovinezza negli anni 1920 e 1930, quando i Protocolli erano tra i libri più letti in gran parte dell’Europa, e quando i giornali britannici raccontavano i complotti riusciti di Schiff e di altri banchieri per rovesciare il governo dell’alleato zarista della Gran Bretagna e sostituirla con una dominazione bolscevica ebraica. Il fatto poi che abbia anche lavorato in un servizio di informazione britannico gli ha certamente consentito di avere accesso ai dettagli più riservati  di questa storia. Io credo che sia più di una pura coincidenza che due dei suoi “cattivi” più memorabili, Goldfinger e Blofeld, abbiano nomi con assonanze ebraiche, e che tanti intrighi riguardino i piani di conquista del mondo da parte della SPECTRE, una organizzazione internazionale segreta e misteriosa, ostile a tutti i governi esistenti. I Protocolli stessi sono forse mezzo dimenticati oggi, ma la loro influenza culturale sopravvive probabilmente nei film di James Bond, i cui 7 miliardi di dollari di incassi li collocano tra le serie di film di maggior successo della storia.
 
Il modo in cui fatti storici stabiliti possano apparire o sparire dalla memoria mondiale dovrebbe certamente obbligarci tutti ad essere assai prudenti nel credere a tutto quello che leggiamo nei manuali scolastici, senza parlare di quello che assorbiamo dai media elettronici ancora più effimeri.
 
Nei primi anni della Rivoluzione bolscevica, quasi nessuno metteva in discussione il ruolo rilevantissimo svolto dagli ebrei né la loro preponderanza nei posti di potere bolscevichi in Ungheria e in certe zone della Germania. Per esempio l’ex ministro britannico Winston Churchill denunciava, nel 1920, gli « ebrei terroristi » che avevano assunto il controllo della Russia e di altre parti d’Europa, notando che « la maggioranza delle personalità sono ebree » e dichiarando che, « nelle istituzioni sovietiche, la maggioranza ebraica è ancora più sbalorditiva », deplorando gli orrori che questi ebrei avevano inflitto ai Tedeschi e agli Ungheresi che ne soffrivano.
 
Allo stesso modo, il giornalista Robert Wilton, ex corrispondente dalla Russia del  Times of London, è autore di un resoconto assai dettagliato sull’enorme ruolo svolto dagli ebrei nel suo libro Russia’s Agony del 1918 e The Last Days of the Romalovs del 1920, nonostante uno dei capitoli più espliciti di quest’ultimo sembra sia stato omesso nell’edizione inglese. Poco tempo dopo, i fatti relativi all’enorme sostegno finanziario fornito ai bolscevichi da banchieri internazionali ebrei come Schiff e Aschberg sono stati ampiamente trattati dai media mainstream.
 
Gli ebrei e il comunismo erano comunque fortemente legati negli USA, e per anni i giornali comunisti più diffusi nel nostro paese erano pubblicati in yiddish. Quando sono stati finalmente resi pubblici, i Venona Decrypts hanno dimostrato che, fino agli anni 1930 e 1940, una parte rimarchevole delle spie comuniste statunitensi aveva questa origine etnica.
 
Un aneddoto personale viene a confermare questi documenti storici. All’inizio degli anni 2000, pranzavo con un informatico anziano e molto eminente. Parlando di questo e quello, gli capitò di dirmi che i suoi due genitori erano stati ferventi comunisti e, avendo un nome irlandese, mi dissi meravigliato perché pensavo che quasi tutti i comunisti di quell’epoca fossero ebrei. Lui ha risposto che era effettivamente così ma, sebbene sua madre fosse realmente ebrea, non lo era suo padre, e questo costituiva una eccezione rarissima. Fu per questo che il Partito aveva sempre cercato di attribuirgli un qualche ruolo pubblico, solo per dimostrare che non tutti i comunisti erano ebrei e, per quanto egli abbia sempre obbedito alla disciplina di partito, era sempre irritato di essere utilizzato come un « simbolo ».
 
Però, quando il comunismo è caduto in disgrazia negli Stati Uniti negli anni 1950, quasi tutti i « Red Baiters » come il senatore Joseph McCarthy hanno  tentato in ogni modo di oscurare la dimensione etnica del movimento che combattevano. Infatti, molti anni più tardi, Richard Nixon parlava in privato delle difficoltà che aveva incontrato, come gli altri inquirenti anticomunisti, a cercare delle persone sospette non ebree, perché quasi tutte le presunte spie sovietiche erano ebree. E, quando è stata resa pubblica una registrazione di questa conversazione, le accuse di antisemitismo che gli sono valse provocarono una tempesta mediatica, anche se le sue parole mostravano tutto il contrario.
 
Quest’ultimo punto è assai importante, perché una volta che il dossier storico è stato riciclato e riscritto, qualunque filo conduttore della realtà originale viene spesso percepita come una strana fantasia o denunciata come una « teoria del complotto ». In effetti anche oggi le pagine sempre tanto sconvolgenti di Wikipedia  comprendono un intero articolo di 3 500 parole che attaccano la nozione di « bolscevismo ebraico » bollandolo di « menzogna antisemita ».
 
Mi ricordo che, negli anni 1970, i tanti elogi a raffica statunitensi per i tre volumi dell’”Arcipelago Gulag” di Solgenitsin incontrarono improvvisamente un ostacolo temporaneo quando qualcuno notò che tra le 2000 pagine c’era una singola fotografia di diversi amministratori del Gulag e una legenda rivelatrice dei loro inequivoci nomi ebraici. Questo dettaglio è stato considerato una seria  prova del possibile antisemitismo del grande autore, dal momento che il ruolo estremamente importante esercitato dagli ebrei nel NKVD e nel sistema dei gulag era da tempo sparito dai libri di storia.
 
Altro esempio, il reverendo Pat Robertson, un tele-evangelista cristiano di primo piano, ha pubblicato “The New World Order” nel 1991, un appassionato attacco contro gli « empi mondialisti », che considerava come i suoi più grandi nemici, rapidamente diventato un best-seller nazionale. Si è scoperto che aveva appena fatto cenno ai 20 milioni di dollari forniti dal banchiere di Wall Street, Jacob Schiff, ai comunisti, evitando però qualsiasi suggestione di carattere antiebraico  ed evitando di fornire qualsiasi riferimento. Il suo libro ha subito suscitato un’ondata di denunce e prese in giro da parte dei media di élite, che consideravano la storia di Schiff una prova dell’ antisemitismo delirante dell’autore del libro. Io non posso davvero biasimare queste critiche dal momento che, in un epoca pre-internet, si potevano consultare solo le storie ufficiali sulla Rivoluzione bolscevica, e non c’era quindi modo di trovare alcuna menzione di Schiff o del suo denaro, e dunque si è ragionevolmente ritenuto che Robertson o la sua fonte avessero semplicemente inventato questa storia bizzarra. Io stesso avrei reagito all’epoca allo stesso modo o quasi.
 
E’ stato solo quando il comunismo sovietico è morto nel 1991, e non è stato più percepito come una forza ostile, che gli universitari statunitensi hanno potuto nuovamente pubblicare dei libri a grande diffusione che hanno progressivamente ricostruito la vera immagine di questa epoca passata. Per molti versi, un’opera molto apprezzata come The Jewish Century di Yuri Slezkine, pubblicata nel 2004 da Princeton University Press, fornisce una narrazione molto coerente con le opere da tempo dimenticate di Robert Wilton, e segna un netto scarto con i lavori in gran parte oscuri degli ottanta anni precedenti.
 
Fino a una dozzina di anni fa, avevo sempre vagamente supposto che “The International Jew” di Henry Ford fosse frutto di follia politica e che “I Protocolli dei Savi di Sion” fossero solo una famosa bufala. Oggi però penso che il primo sia probabilmente una fonte potenzialmente utile di avvenimenti storici altrimenti esclusi dalla maggior parte dei resoconti storici, e capisco almeno la ragione per la quale il secondo potrebbe meritarsi un posto accanto a Platone e Machiavelli, come un classico del pensiero politico occidentale.
 
 
 
 
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