ProfileIntervento, 2 febbraio 2019 - La lobbie israeliana pretende (e ottiene) che non venga conferito un premio a Angela Davis (nella foto) a causa del suo appoggio al movimento antisionista BDS. Ma stavolta si arrabbia perfino il New York Times...    

 

Moon of Alabama, 22 gennaio 2019 (trad.ossin)
 
«Minaccia strategica» per Israele…
Moon of Alabama
 
I progressisti non hanno più paura di parlare della Palestina
 
Angela Davis
 
Due settimane fa, la lobbie sionista ha preso di mira la militante per i diritti civili Angela Davis per il suo appoggio al movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions). A causa di queste pressioni, il Birmingham Civil Rights Institute in Alabama ha annullato il suo galà annuale, durante il quale doveva essere conferito a Davis un prestigioso premio per la difesa dei diritti umani. Questo fatto ha provocato enormi reazioni. Il consiglio comunale di Birmingham ha votato all’unanimità un ordine del giorno che «riconosce il lavoro svolto da Angela Davis per tutta la sua vita». Il presidente, il vicepresidente e il segretario dell’Istituto hanno dovuto dimettersi.
 
Conseguenza dello scandalo, si sono aperte le porte dell’inferno e il New York Times ha pubblicato domenica un articolo che critica la politica di apartheid dell’entità sionista in Medio Oriente:
 
Martin Luther King Jr. parlò con coraggio della guerra nel Vietnam. Noi dobbiamo fare lo stesso di fronte a questa grave ingiustizia del nostro tempo».
 
Scritto da Michelle Alexander, avvocata specializzata nella difesa dei diritti civili, autrice del libro The New Jim Crow e oramai regolare cronista del New York Times, l’articolo ricorda Martin Luther King (MLK). Mette a confronto l’opposizione coraggiosa e precoce di MLK alla guerra del Vietnam con l’attuale reticenza nell’opporsi alla politica del sedicente Stato ebraico, da parte di persone che sono «progressiste in tutto, salvo quando si parla della Palestina» :
 
«Era una posizione solitaria e morale [quella di MLK sul Vietnam]. E gli è costata. Ma essa costituisce un esempio di quanto ci viene richiesto se vogliamo rispettare i nostri valori più profondi in tempo di crisi, anche quando il silenzio sarebbe più utile alla difesa dei nostri interessi personali o delle comunità e delle cause che più ci stanno a cuore. E’ quello che mi viene in mente quando penso alle scuse e alle razionalizzazioni che mi hanno spinto a mantenere il silenzio su una delle grandi sfide morali della nostra epoca: la crisi in Israele-Palestina».
 
Michelle Alexander
 
Alexander si rivolge ai difensori dei diritti civili perché denuncino le politiche sioniste di apartheid:
 
«Noi non possiamo tollerare il rifiuto di Israele anche solo di discutere del diritto dei rifugiati palestinesi al ritorno nelle loro case, come stabiliscono le risoluzioni delle Nazioni Unite, e dobbiamo mettere in discussione i finanziamenti del governo USA che hanno sostenuto maggiori guerre e provocato migliaia di vittime civili a Gaza, così come i 38 miliardi di dollari che il governo USA ha promesso di fornire come sostegno militare a Israele.
 
Dobbiamo infine, con tutto il nostro coraggio e la nostra convinzione, unire le nostre voci contro il sistema di discriminazione giuridica che vige in Israele, un sistema che si compone, secondo Adalah, il Centro giuridico per i diritti delle minoranze arabe in Israele, di oltre cinquanta leggi discriminatorie nei confronti dei Palestinesi – come la nuova legge dello Stato nazione che attribuisce esplicitamente solo agli Israeliani ebrei il diritto all’autodeterminazione in Israele, ignorando i diritti della minoranza araba che rappresenta il 21% della popolazione».
 
L’articolo prosegue spiegando come il movimento a favore dei diritti dei Palestinesi stia crescendo e come coloro che lo sostengono subiscano pressioni. Si conclude con la promessa di ritornare sul tema:
 
«Non potrei certo affermare che King si feliciterebbe con Birmingham per la sua difesa zelante della solidarietà dimostrata da Angela Davis al popolo palestinese. Ma io lo faccio. In questo nuovo anno ho intenzione di parlare con maggior coraggio e convinzione delle ingiustizie commesse al di là delle nostre frontiere, soprattutto di quelle che vengono finanziate dal nostro governo, e di mostrarmi solidale con le lotte per la democrazia e la libertà. La mia coscienza non mi lascia altra scelta».
 
La lobbie sionista tenterà senz’altro di fare pressioni sul New York Times, che è solito promuovere assurde posizioni filo-sioniste, perché licenzi Michelle Alexander o almeno perché censuri i suoi scritti. Se non succede niente, la lobbie avrà dei problemi.
 
Questo articolo, e il fatto che sia stato pubblicato dal New York Times, modifica la finestra Overton (la capacità dei media di rendere accettabili idee prima inaccettabili, ndt) sulla Palestina. Le posizioni fino ad oggi condannate in blocco, o addirittura considerate antisemite, diventano oramai opinabili.
 
Ma il vero problema per le lobbie sioniste è ancora maggiore. Se il movimento per i diritti civili si allinea con Davis e Alexander, cominciando a sostenere attivamente le posizioni filo-palestinesi, esso influenzerà la posizione politica del partito democratico e la posizione generale degli Stati Uniti nei confronti di Israele. I candidati democratici che sono «progressisti in tutto salvo che sulla Palestina» o, come Kamala Harris, più AIPAC (lobbie sionista, ndt) che J Street 1 (organizzazione che propugna una “soluzione a due Stati”, ndt), diventeranno ineleggibili. Ci vorrà qualche anno per vederne gli effetti. Ma si tratta comunque di un cambiamento radicale.
 
Le reazioni della lobbie rivelano la sua preoccupazione. L’ambasciatore israeliano ha tentato di minimizzare il problema:
 
David M. Friedman @USAmbIsrael – 17:42 utc – 20 gennaio 2019
 
«Michelle Alexander ha sbagliato tutto nel @NYT di oggi. Se MLK fosse oggi vivo, penso che sarebbe assai fiero del suo solido sostegno allo Stato di Israele. Un Arabo gay in Medio Oriente, una donna, un cristiano o qualcuno che voglia crescere culturalmente o progredire non ha un luogo migliore per vivere di Israele».
 
Il predecessore di Friedman come ambasciatore, attualmente vice ministro israeliano con delega alla diplomazie pubblica, ha reagito in modo più brutale:
 
Michael Oren @DrMichaelOren – 18h16 utc – 20 gennaio 2019
Risposta a @USAmbIsrael @NYT 
 
«L’Ambasciatore Friedman ha ragione, ma Israele deve prendere serie misure per difendersi. Assimilando la difesa di Israele con quella della guerra del Vietnam e l’opposizione ad essa di MLK, Alexandre ci delegittima seriamente. E’ una minaccia strategica e Israele deve trattarla come tale».

 

 
Oren è responsabile delle organizzazioni di lobbisti israeliane rivelate dal film in quattro episodi The Lobby USA :
 
«Per ottenere un accesso senza precedenti ai meccanismi interni della lobbie israeliana, il reporter sotto copertura ‘Tony’ si è presentato come un volontario filo-israeliano a Washington.
 
Il film che ha realizzato mostra il lavoro posto in essere da Israele e dai suoi lobbisti per spiare, diffamare e intimidire i cittadini statunitensi che sostengono i diritti umani dei Palestinesi, in particolare il BDS – il movimento del boicottaggio, disinvestimento e sanzioni.
 
Dimostra che l’agenzia governativa israeliana semi-clandestina di Israele – il Ministero per gli affari strategici – collabora con una vasta rete di organizzazioni che hanno sede negli Stati Uniti».
 
Che Oren definisca Alexander una «minaccia strategica» significa che deve essere eliminata. Oren farà ricorso a tutta la sua potenza e a tutte le sue organizzazioni segrete per contrastare la «minaccia». I sionisti tireranno sicuramente fuori l’artiglieria pesante contro di lei. Diffameranno, intimidiranno e perseguiteranno Alexandre. Minacceranno anche il NYT di «conseguenze».
 
Vinceranno?
 
 
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