ProfileIntervento, 16 febbraio 2019 - Se il futuro di Internet deve essere Google, questo dovrebbe preoccupare seriamente tutte le persone per cui internet rappresenta la promessa di un’alternativa all’egemonia culturale, economica e strategica statunitense...   

 

Le Grand Soir, 11 febbraio 2019 (trad.ossin)
 
Google non è ciò che sembra essere
Julian Assange
 
Eric Schmidt è una persona influente, perfino tra tutte le persone influenti che ho incrociato dopo avere fondato WikiLeaks. A metà maggio 2011, ero agli arresti domiciliari nella campagna di Norfolk, in Inghilterra, a circa tre ore di macchina a nord-est di Londra. La repressione contro il nostro lavoro era al culmine e ogni momento perso sembrava un’eternità. Era difficile attirare la mia attenzione.
 
 
Ma quando il mio collega Joseph Farrell mi ha detto che il presidente esecutivo di Google voleva un appuntamento con me, ho drizzato le orecchie.
In un certo qual modo, i livelli superiori di Google mi sembravano più distanti e oscuri dei corridoi di Washington. Erano anni che ci scontravamo con gli alti responsabili statunitensi. La cosa non aveva più niente di misterioso per noi. Ma i centri di potere formatisi nella Silicon Valley ci erano ancora sconosciuti e improvvisamente mi sono reso conto che mi si dava la possibilità di capire e mettermi in relazione con quella che stava diventando l’azienda più influente del mondo. Schmidt era diventato direttore generale di Google nel 2001 e l’aveva trasformata in un impero.
Ero lusingato che la Montagna venisse da Maometto. Ma è stato solo dopo che Schmidt e i suoi amici se ne sono andati che ho capito chi era davvero la persona che mi aveva reso visita.
La ragione dichiarata dell’incontro era un libro. Schmidt aveva scritto un trattato con Jared Cohen, il direttore di Google Ideas, un gruppo che si autodefinisce come il ’think/do tank’ [«gruppo di pensiero/azione» - ndt] interno di Google.
Io non sapevo molto di più su Cohen all’epoca. Infatti il signor Cohen aveva lasciato il Dipartimento di Stato USA per Google nel 2010. Era stato un uomo di idee, che parlava a raffica, uno della ’generazione Y’ che aveva servito sotto due amministrazioni, un cortigiano del mondo dei think thank e degli Istituti politici, scoperto quando aveva vent’anni.
Era stato consigliere principale dei segretari di Stato Rice e Clinton. Al Dipartimento di Stato, in seno al gruppo di pianificazione politica, Cohen fu subito battezzato il «party-starter» [l’ «anima delle feste», quello che dà il via alle feste... ] di Condoleezza Rice, portando le parole alla moda della Silicon Valley nei circoli politici statunitensi e inventando deliziose composizioni retoriche come ’Public Diplomacy 2.0’. Sulla sua pagina di membro del Council on Foreign Relations, presenta le sue competenze così: ’ terrorismo; radicalizzazione; impatto delle tecnologie di connessione sull’arte politica del XXI secolo; Iran’.
Fu Cohen, quando era ancora al Dipartimento di Stato, a mandare una mail a Jack Dorsey, PDG de Twitter, perché ritardasse i lavori di manutenzione già programmati, per non ostacolare la sollevazione abortita del 2009 in Iran. La sua storia d’amore documentata con Google è cominciata lo stesso anno in cui è diventato amico di Eric Schmidt, mentre investigavano insieme sul disastro post-occupazione di Bagdad. Qualche mese più tardi, Schmidt ha ricreato l’habitat naturale di Cohen all’interno di Google, creando un ’think/do tank’ con sede a New York e mettendo Cohen a dirigerlo. Così nacque Google Ideas.
Poco dopo, nel corso dello stesso anno, i due hanno scritto un articolo politico per la rivista «Foreign Affairs» del «Council on Foreign Relations», presentando le potenzialità riformatrici delle tecnologie della Silicon Valley come possibile strumento della politica estera statunitense. Descrivendo quella che definivano le’ coalizioni dei connessi’, Schmidt e Cohen scrivevano:
 
Gli Stati democratici che hanno formato coalizioni delle loro forze armate possono fare lo stesso con le loro tecnologie di connessione...
Esse offrono un nuovo modo di esercitare il dovere di proteggere i cittadini di tutto il mondo [in grassetto nell’originale].
 
Schmidt e Cohen hanno detto che volevano intervistarmi. Io ero d’accordo. Fissammo una data in giugno.
Nel mese di giugno c’era già tanto da dire. Quell’estate, WikiLeaks stava ancora pubblicando migliaia di cablo diplomatici statunitensi ogni settimana. Quando, sette mesi prima, avevamo cominciato a renderli pubblici, Hillary Clinton ne aveva denunciato la pubblicazione come ’une attacco contro la comunità internazionale’ tale da danneggiare l’attività di governo.
E’ in questo fermento che Google si è mossa nel giugno dello stesso anno, atterrando all’aeroporto di Londra e facendo il lungo tragitto fino a East Anglia, Norfolk e Beccles.
 
Schmidt è arrivato per primo, accompagnato dalla sua amica dell’epoca, Lisa Shields. Quando me l’ha presentata come vice-presidente del «Council on Foreign Relations» - un gruppo di riflessione sulla politica estera degli Stati Uniti con stretti legami col Dipartimento di Stato – io non ci ho fatto molto caso. Shields stessa veniva direttamente da Camelot, dopo essere stata scoperta dagli uomini di John Kennedy Jr. all’inizio degli anni 1990.
Ci siamo seduti e ci siamo scambiati convenevoli di cortesia. Avevano dimenticato il loro dittafono, e allora abbiamo usato il mio. Abbiamo convenuto che avrei trasmesso loro la registrazione e, in cambio, loro mi avrebbero inviato la trascrizione, che avrei potuto correggere per scrupolo di accuratezza e chiarezza. Abbiamo cominciato. Schmidt è subito venuto al dunque, ponendomi subito delle domande sulle base organizzative e tecnologiche di WikiLeaks.
 
* * *
 
Poco dopo è arrivato Jared Cohen. Era accompagnato da Scott Malcomson, presentatomi come editore del libro. Tre mesi dopo il signor Malcomson sarebbe stato assunto dal Dipartimento di Stato come redattore principale dei discorsi e consigliere principale di Susan Rice (all’epoca ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU, oggi consigliere per la sicurezza nazionale).
Dunque la delegazione era composta da un dirigente di Google e da tre esponenti dell’establishment di politica estera degli Stati Uniti, ma io non lo sapevo ancora. Dopo le strette di mano, ci siamo messi al lavoro.
Schmidt discuteva bene. Cinquant’anni, gli occhi socchiusi dietro occhiali eleganti, l’apparenza dimessa di Schmidt, vestito come un manager, nascondeva una fredda capacità di analisi. Le sue domande miravano spesso al cuore del problema, tradendo una forte intelligenza strutturale non verbale.
La stessa intelligenza che aveva costruito i principi di ingegneria informatica capaci di portare Google al livello di un mega-business, assicurando una infrastruttura sempre adeguata ai tassi di crescita. Era una persona che capiva come costruire e mantenere dei sistemi: sistemi di informazioni e sistemi di persone. Il mio mondo era nuovo per lui, ma era anche un mondo di processi umani, di dimensioni e flussi di informazioni in evoluzione.
Per essere un uomo di intelligenza sistematica, le posizioni politiche di Schmidt – per quanto mi arve di capire – erano incredibilmente convenzionali, perfino banali. Afferrava subito le relazioni strutturali, ma aveva difficoltà a formularle verbalmente, spesso ricorrendo a sottigliezze geopolitiche tipiche del marketing della Silicon Valley o della lingua povera e ossificata dei suoi amici del Dipartimento di Stato. Dava il meglio di sé quando parlava (forse senza rendersene conto) come ingegnere, decomponendo le complessità nelle loro componenti ortogonali.
 
Ho trovato che Cohen sapeva ascoltare, ma che era un pensatore meno interessante, posseduto da quella implacabile convivialità che affligge tutti i generalisti di carriera e i borsisti della Rhodes. Come era prevedibile, data la sua formazione in politica estera, Cohen aveva una conoscenza dei punti caldi e dei conflitti internazionali e passava rapidamente dall’uno all’altro, descrivendo in dettaglio diversi scenari per testare le mie affermazioni. Ma si aveva talvolta l’impressione che egli criticasse le ortodossie per impressionare i suoi ex colleghi di Washington.
Malcomson, più vecchio, era più pensieroso, riflessivo e generoso. Shields è stata in silenzio per gran parte del tempo, prendendo appunti, lusingando gli ego più grandi seduti al tavolo, mentre faceva il vero lavoro.
Come persona intervistata, c’era da aspettarsi che sarei stato io a parlare di più. Ho cercato di guidarli nella mia visione del mondo. A loro merito, devo dire che considero questa intervista la migliore che abbia mai concesso. Ero fuori dalla mia zona di confort e mi è piaciuto.
Abbiamo pranzato, poi abbiamo passeggiato nel parco, sempre registrando la nostra conversazione. Ho chiesto a Eric Schmidt di rivelarci quali fossero le richieste di informazione del governo USA su WikiLeaks, e lui ha rifiutato, improvvisamente innervosendosi, dicendo che sarebbe stato illegale divulgare le richieste fatte nell’ambito del Patriot Act. Poi è calata la notte, abbiamo finito e loro sono partiti, tornando nelle stanze irreali e separate dell’impero dell’informazione, mentre io tornavo al mio lavoro.
Fine della storia. Era almeno quello che pensavo.
 
Julian Assange
 
Due mesi dopo WikiLeaks aveva completato la divulgazione dei cabli del Dipartimento di Stato. Per nove mesi ne avevamo accuratamente organizzato la pubblicazione, creando partnership con più di un centinaio di media mondiali, distribuendo il materiale nelle loro regioni di influenza e supervisionando un sistema mondiale e sistematico di pubblicazione e redazione, cercando di ottenere il massimo di impatto per le nostre fonti.
Ma il giornale The Guardian – nostro ex partner – aveva pubblicato la password confidenziale per decrittare i 251 000 cabli nel titolo di un capitolo del suo libro, pubblicato precipitosamente nel febbraio 2011.
A metà agosto, avevamo scoperto che un ex dipendente tedesco - che avevo sospeso nel 2010 – aveva rapporti di affari con una varietà di organizzazioni e individui cui segnalava la posizione dei file per essi interessanti insieme alla password contenuta nel libro. Al ritmo in cui l’informazione si diffondeva, stimammo che in due settimane la maggior parte dei servizi di intelligence, degli imprenditori e degli intermediari sarebbero stati in possesso di tutti i cablo, ma non il pubblico.
Decisi allora che era necessario anticipare di quattro mesi il nostro calendario di pubblicazione e di contattare il Dipartimento di Stato perché prendessero atto che avevamo dato loro un preavviso. La situazione sarebbe stata quindi più difficilmente utilizzabile per una nuova aggressione giuridica o politica.
Non riuscendo a contattare Louis Susman, all’epoca ambasciatore USA nel Regno Unito, abbiamo optato per la strada ufficiale. Sarah Harrison, redattrice capo delle inchieste a WikiLeaks, ha telefonato al Dipartimento di Stato e informato l’operatore che ’Julian Assange’ voleva parlare con Hillary Clinton. Com’era prevedibile, questa dichiarazione è stata in un primo momento accolta con incredulità burocratica.
Era come nella scena del film “Il dottor Stranamore”, quando Peter Sellers telefona alla Casa Bianca per avvertire della guerra nucleare imminente e viene messo in attesa. Come nel film, abbiamo fatto la trafila dei funzionari via via di grado più elevato, fino al principale consigliere giuridico di Clinton. Ci ha detto che avrebbe richiamato. Abbiamo abbassato la cornetta e atteso.
Quando il telefono ha squillato una mezzora più tardi, non era il Dipartimento di Stato. Era Joseph Farrell, il dipendente di WikiLeaks che aveva organizzato l’incontro con Google. Aveva appena ricevuto una mail da Lisa Shields che chiedeva conferma che fosse stato proprio WikiLeaks a telefonare al Dipartimento di Stato.
E’ stato allora che ho capito che Eric Schmidt non era forse stato solo un emissario di Google. Che ufficialmente o meno aveva relazioni che lo collocavano molto vicino a Washington D.C., ivi compresa una relazione ben documentata col presidente Obama. Non solo lo staff di Hillary Clinton sapeva della visita che Eric Schmidt mi aveva fatto, ma avevano deciso anche di utilizzarlo come canale di comunicazione.
Nel momento in cui WikiLeaks era profondamente impegnata nella pubblicazione degli archivi interni del Dipartimento di Stato USA, il Dipartimento di Stato USA era riuscito, quindi, a infilarsi nel centro di comando di WikiLeaks e mi aveva contattato per un pranzo gratuito. Due anni dopo, in occasione dei suoi viaggi in Cina, in Corea del Nord e in Birmania degli inizi del 2013, diventerà opinione comune che il presidente di Google avesse, in un modo o in un altro, posto in essere una ‘diplomazia parallela’ per conto di Washington. Ma all’epoca appariva ancora una novità.
 
Non ci ho più pensato fino al febbraio 2012, quando WikiLeaks – insieme a più di trenta partner internazionali – ha cominciato a pubblicare il Global Intelligence Files: gli archivi delle mail interne della società di intelligence privata Stratfor, con sede in Texas. Uno dei nostri partner di inchiesta più solidi, il giornale Al Akhbar di Beirut, ha spulciato tra le mail per trovarvi informazioni su Jared Cohen.
Quelli di Stratfor, cui piace considerarsi come una specie di CIA privata, erano ben consapevoli della esistenza di altre imprese che essi ritenevano facessero delle incursioni nel loro settore di attività. Anche Google aveva attirato la loro attenzione. In una serie di mail dal tono colorito, parlavano dell’attività svolta da Cohen per conto di Google Ideas, facendo ipotesi sul significato che l’espressione ‘azione’ aveva realmente nella denominazione ’think/do tank’.
La direzione di Cohen sembrava estendersi in un campo d’azione che andava dalle relazioni pubbliche e dal lavoro di ‘responsabilità’ aziendale, fino all’intervento attivo delle imprese negli affari esteri ad un livello che è normalmente riservato agli Stati. Jared Cohen potrebbe essere ironicamente definito il ’direttore del regime change’ di Google.
Stando alle mail, egli cercava di esercitare la propria influenza su alcuni eventi storici di massima importanza del Medio Oriente contemporaneo. Si trovava in Egitto durante la rivoluzione a colloquio con Wael Ghonim, il dipendente di Google, il cui arresto qualche ora dopo fece di lui un simbolo della sollevazione nella stampa occidentale. Riunioni erano fissate in Palestina e Turchia, due paesi che – secondo le mail di Stratfor – vennero poi scartati dai dirigenti di Google, perché giudicati troppo rischiosi.
Solo pochi mesi prima del nostro incontro, Cohen organizzava un viaggio ai confini dell’Iran, in Arzerbaigian, per incontrare ‘ le comunità iraniane più vicine alla frontiera’, nell’ambito di un progetto di Google Ideas sulle ’società repressive’. In alcune mail interne, il vice presidente della Intelligence di Stratfor, Fred Burton (lui stesso un ex agente della sicurezza del Dipartimento di Stato), scriveva:
 
Google ha l’appoggio della Casa Bianca, del Ministero dell’Interno e una copertura aerea. Di fatto, fanno quello che la CIA non può fare...
[Cohen] rischia di essere rapito o ucciso. Forse sarebbe la cosa migliore che potrebbe succedere perché diventi chiaro il ruolo segreto di Google nelle sollevazioni, per dirla tutta. Il governo USA potrebbe allora negare qualsiasi coinvolgimento e lasciare Google a sbrogliarsela da sola.
 
In altre comunicazioni interne, Burton ha detto che le sue fonti sulle attività di Cohen erano Marty Lev, direttore della sicurezza di Google, e lo stesso Eric Schmidt.
 
Alla ricerca di qualcosa di più concreto, ho cominciato a cercare informazioni su Cohen negli archivi di WikiLeaks. I cablo del Dipartimento di Stato pubblicati nell’ambito del Cablegate rivelano che Cohen era in Afghanistan nel 2009, impegnato nel tentativo di convincere le quattro principali compagnie afghane di telefonia mobile a trasferire le loro antenne nelle basi militari statunitensi. In Libano lavorava sotto traccia alla creazione di un rivale intellettuale e religioso di Hezbollah, la ’Higher Shia League’. E a Londra, offriva ad alcuni dirigenti di Bollywood [industria cinematografica indiana – ndt] fondi perché inserissero contenuti anti-estremisti nei loro film, con la promessa anche di metterli in relazione con Hollywood.
Tre mesi dopo la visita a Ellingham Hall, Jared Cohen si è imbarcato su un volo per l’Irlanda, dove ha diretto il ’Save Summit’, un evento patrocinato da Google Ideas e dal Council on Foreign Relations. Riunendo in uno stesso luogo ex elementi di gang urbane, militanti di destra, nazionalisti violenti e ‘estremisti religiosi’ di tutto il mondo, l’evento mirava a trovare soluzioni tecnologiche al problema dell’estremismo violento. Dov’era il problema?
 
Il mondo di Cohen sembra organizzato in una successione di eventi di questo genere: interminabili serate di fecondazione incrociata tra le élite e i loro vassalli, sotto la pia etichetta di ‘società civile’. La saggezza preconcetta nelle società capitaliste avanzate è che esista sempre un ‘settore della società civile’ organica dove le istituzioni si formano in modo autonomo e si uniscono per manifestare gli interessi e la volontà dei cittadini. Secondo questa favola, l’autonomia di questo settore viene rispettata dagli attori del governo e del ‘settore privato’, e questo consente alle ONG e alle organizzazioni senza scopo di lucro di difendere i diritti delle persone, la libertà di espressione e di controllare i governi.
Sembra una buona idea. Ma se questo un tempo è stato vero, non lo è più da decenni. Almeno dagli anni 1970, attori autentici come i sindacati e le chiese si sono ritirati sotto l’assalto del libero mercato, trasformando la ‘società civile’ in un mercato di acquisto per le fazioni politiche e gli interessi delle imprese che cercano di esercitare un’influenza a distanza. Nel corso degli ultimi quaranta anni, si è assistito ad una considerevole proliferazione di gruppi di riflessione e di ONG politiche il cui obiettivo, al di là delle chiacchiere, è di attuare agende politiche per procura.
Non parlo solo di gruppi neoconservatori evidenti come Foreign Policy Initiative. Ci sono anche ONG occidentali stupide come Freedom House, dove ingenui e bene intenzionati volontari di carriera vengono corrotti dai flussi di finanziamenti politici e, di conseguenza, denunciano le violazioni dei diritti dell’uomo non occidentali, mantenendo il silenzio sugli abusi locali.
 
Il circuito delle conferenze della società civile – che viaggia centinaia di volte all’anno attraverso il mondo per benedire l’empia unione tra gli ‘attori governativi e privati’ in occasione di eventi geopolitici come il ’Forum Internet di Stoccolma’ – non sarebbe semplicemente possibile se non fosse sommersa da milioni di dollari di finanziamenti politici ogni anno.
Analizzate la lista dei componenti dei maggiori gruppi di riflessione e istituti statunitensi e vedrete sempre gli stessi nomi. Save Summit di Cohen ha poi lanciato AVE, o AgainstViolentExtremism.org, un progetto a lungo termine il cui principale finanziatore, oltre a Google Ideas, è la Gen Next Foundation. Il sito web di questa fondazione indica che si tratta di una ‘organizzazione di appartenenza esclusiva e una piattaforma di persone di successo’ che tende a produrre un ‘cambiamento sociale’ sostenuto dal finanziamento del capitale di rischio. «Il sostegno del settore privato e delle fonazioni senza scopo di lucro» di Gen Next «consente di evitare taluni conflitti di interesse potenziali coi quali si devono misurare le iniziative finanziate dai governi». Jared Cohen è membro dell’esecutivo.
Gen Next sostiene anche una ONG, fondata dal signor Cohen verso la fine del suo mandato al Dipartimento di Stato, che integra dei ’militanti per la democrazia mondiali di internet nella rete di mecenatismo delle relazioni esterne degli Stati Uniti. Il gruppo nacque col nome di Alliance of Youth Movements’ con un summit inaugurale a New York nel 2008, finanziato dal Dipartimento di Stato e con una serie di loghi delle imprese sponsor. Il summit riunì militanti dei media sociali accuratamente selezionati di ‘aree problematiche’ come Venezuela e Cuba, per assistere ai discorsi del gruppo dei nuovi media della campagna di Obama e di James Glassman, del Dipartimento di Stato, e per incontrare consulenti in materia di pubbliche relazioni, ‘filantropi’ e personalità statunitensi dei media.
Il gruppo ha organizzato altri due summit, solo su invito, a Londra e a Mexico, dove Hillary Clinton ha parlato ai delegati in collegamento video:
 
Voi siete l’avanguardia di una generazione emergente di attivisti cittadini...
E questo fa di voi il genere di leader di cui abbiamo bisogno.
 
Nel 2011, Alliance of Youth Movements venne ribattezzata ’Movements.org’. Nel 2012, Movements.org è diventata una divisione di ’Advancing Human Rights’, una nuova ONG creata da Robert L. Bernstein dopo le sue dimissioni da Human Rights Watch (che aveva fondato in origine) perché si era opposto al fatto che l’organizzazione si occupasse anche delle violazioni dei diritti umani israeliani e statunitensi. Advancing Human Rights mira a correggere gli errori di Human Rights Watch, concentrandosi esclusivamente sulle ‘dittature’.
Cohen ha detto che la fusione del suo sito Movements.org con Advancing Human Rights è stata ‘irresistibile’, evidenziando la ‘rete fenomenale di cyber attivisti in Medio Oriente e in Africa del Nord di quest’ultimo. Poi è entrato nel consiglio di amministrazione di Advancing Human Rights, nel quale siede anche Richard Kemp, l’ex comandante delle forze britanniche nell’Afghanistan occupato. Anche nella sua forma attuale, Movements.org continua a ricevere fondi da Gen Next, oltre che da Google, MSNBC e dal gigante delle relazioni pubbliche Edelman, che rappresenta, tra gli altri, General Electric, Boeing e Shell.
Google Ideas è più grande, ma segue lo stesso piano. Consultate la lista dei conferenzieri dei suoi incontri annuali solo su invito, come «Crisis in a Connected World» (’La crisi in un mondo connesso’) dell’ottobre 2013. I teorici e gli attivisti delle reti sociali danno all’evento una patina di autenticità, ma in realtà si nota una miscela tossica di partecipanti: Ufficiali USA, magnati delle telecomunicazioni, consulenti in materia di sicurezza, capitalisti finanziari e avvoltoi della politica estera come Alec Ross (il gemello di Cohen al Dipartimento di Stato).
Al centro ci sono i fabbricanti di armi e i militari di carriera: i capi attuali del Cyber Command USA, e perfino l’ammiraglio responsabile di tutte le operazioni militari statunitensi in America Latina dal 2006 al 2009. Per avvolgere il tutto, si trova Jared Cohen e il presidente di Google, Eric Schmidt.
Ho cominciato a pensare a Schmidt come a un brillante ma politicamente sprovveduto tecno-miliardario californiano che era stato utilizzato da quelli della politica estera statunitense che aveva messo insieme per servire da intermediari tra lui e la Washington ufficiale – un esempio del dilemma costa est/costa ovest del principio del principale agente. 
Avevo torto.
 
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Eric Schmidt è nato a Washington, D.C., dove suo padre lavorava come professore ed economista per il Nixon Treasury. Ha fatto gli studi secondari ad Arlington, in Virginia e si è laureato in ingegneria a Princeton.
Nel 1979, il signor Schmidt si è spostato a Ovest, a Berkeley, dove ha ottenuto il dottorato e poi è entrato in Sun Microsystems, un prodotto di Stanford/Berkeley, nel 1983. Quando ha lasciato Sun, sedici anni dopo, faceva già parte della direzione esecutiva della compagnia.
Sun aveva importanti contratti col governo USA, ma fu solo quando arrivò in Utah come Presidente e Direttore Generale di Novell che i dossier cominciano a mostrare Schmidt strategicamente impegnato nella classe politica di Washington. I dossier federali di finanziamento delle campagne elettorali mostrano che il 6 gennaio 1999, il signor Schmidt ha per due volte fatto una donazione di 1 000 $ al senatore repubblicano dell’Utah, Orrin Hatch. Lo stesso giorno, anche la moglie di Schmidt, Wendy, si è iscritta nella lista e anch’essa ha fatto due donazioni di 1 000 $ al senatore Hatch.
All’inizio del 2001, più di una dozzina di altri politici e PACs [organizzazioni di raccolta fondi per le campagne elettorali - ndt], tra cui Al Gore, George W. Bush, Dianne Feinstein e Hillary Clinton, hanno ricevuto donazioni dagli Schmidt, in un caso dell’ammontare di 100 000 $.
Nel 2013, Eric Schmidt- che era diventato pubblicamente onnipresente nella Casa Bianca di Obama – ha accresciuto la propria presenza politica. Otto repubblicani e otto democratici sono stati da lui direttamente finanziati, oltre a due PAC. Nell’aprile dello stesso anno, 32 300 $ sono stati versati al Comitato senatoriale repubblicano nazionale. Un mese dopo, la stessa somma, vale a dire 32 300 $, è stata donata al Comitato della campagna elettorale dei senatori repubblicani. Per quale ragione Schmidt abbia versato esattamente la stessa somma ai due partiti, resta un mistero a 64 600 $.
E’ sempre nel 1999 che Schmidt entra nel consiglio di amministrazione di un gruppo con sede a Washington, D.C. : la New America Foundation, una fusione di forze centriste (secondo i canoni di Washington) ben connesse. La fondazione e i suoi 100 dipendenti svolgono funzioni di lobbie, servendosi della loro rete di specialisti della sicurezza nazionale, nella materia della politica estera e della tecnologia per collocare nella stampa ogni anno centinaia di articoli ed editoriali.
 
Nel 2008, il signor Schmidt è diventato presidente del suo consiglio di amministrazione. Nel 2013, i principali finanziatori della New America Foundation (ognuno dei quali per più di 1 milione di dollari) erano Eric e Wendy Schmidt, il Dipartimento di Stato USA e la Bill & Melinda Gates Foundation. I finanziatori secondari erano Google, l’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e Radio Free Asia.
L’impegno di Schmidt nella New America Foundation lo piazza fermamente al cuore dell’establishment di Washington. Tra gli altri membri del consiglio di amministrazione della fondazione, sette dei quali sono anche membri del Council on Foreign Relations, citiamo Francis Fukuyama, uno dei padri intellettuali del movimento neoconservatore, Rita Hauser, che ha fatto parte del consiglio consultivo dei presidenti Bush e Obama, Jonathan Soros, figlio di George Soros, Walter Russell Mead, uno statunitense. Helene Gayle, che fa parte dei consigli di amministrazione di Coca-Cola, Colgate-Palmolive, della Fondation Rockefeller, dell’Unità degli affari esteri del Dipartimento di Stato, del Council on Foreign Relations, del Center for Strategic and International Studies, del programma White House Fellows e ONE Campaign di Bono (cantante del gruppo rock U2 - NdT), e Daniel Yergin, geostratega nell’industria del petrolio ed ex presidente della Task Force del Ministero dell’energia statunitense.
 
La direttrice generale della Fondazione, nominata nel 2013, è l’ex capo di Jared Cohen nello stato maggiore della pianificazione politica del Dipartimento di Stato, Anne-Marie Slaughter, una giurista di Princeton e specialista di relazioni internazionali, appassionata di «porte girevoli» [espressione che indica i passaggi di carriera tra Servizio Pubblico e imprese private - ndt]. La si trova dovunque, non solo quando lancia appelli a Obama perché faccia qualcosa di più nella crisi ucraina del solo dispiegare forze USA segrete nel paese, ma anche quando lo invita a bombardare la Siria – perché questo sarebbe un messaggio per la Russia e la Cina. Con la signora Schmidt, ha partecipato alla conferenza di Bilderberg nel 2013 e fa parte del Consiglio della politica estera del Dipartimento di Stato.
Non c’era nulla di politicamente ambiguo in Eric Schmidt. Io avevo troppa voglia di vedere in lui un ingegnere della Silicon Valley senza ambizioni politiche, un residuo dei bei vecchi tempi della cultura informatica della costa ovest. Ma non è questo il tipo di gente che partecipa alla conferenza Bilderberg per quattro anni di seguito, che frequenta regolarmente la Casa Bianca o che tiene ‘colloqui vicino al caminetto’ al World Economic Forum di Davos.
 
L’emergere di Schmidt quale ‘ministro degli esteri’ di Google – che effettua in pompa magna visite di Stato attraverso le linee di faglia geopolitiche – non è affatto venuto fuori dal nulla; era stato annunciato da anni di assimilazione all’interno delle reti amicali e di influenza dell’establishment statunitense.
Sul piano personale, Schmidt e Cohen sono persone molto simpatiche. Ma il presidente di Google è un ‘capitano d’industria’ classico, con tutto il bagaglio ideologico proprio di un simile ruolo. Schmidt si colloca esattamente dove deve stare: nel punto in cui si incontrano le tendeste centriste, liberali e imperialiste della vita politica statunitense.
Tutto lascia credere che i capi di Google credano sinceramente al potere civilizzatore delle multinazionali illuminate, e considerano tale missione in linea con l’idea di riforma del mondo sulla base del superiore modo di pensare della ‘superpotenza benevola’. Vi diranno che l’essere aperti di spirito è una virtù, ma non sono in grado di comprendere qualsiasi prospettiva che ponga in discussione l’eccezionalismo della politica estera USA. E’ la banalità impenetrabile del ‘non siate cattivi’ [slogan di Google - ndt]. Credono di fare il bene. Ed è un problema.
 
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Google è diverso. Google è visionario. Google è il futuro. Google è qualcosa di più di una impresa. Google serve la comunità. Google è una forza del bene.
Anche quando Google non nasconde la sua ambivalenza, non fa molto per porvi rimedio. La reputazione della compagnia sembra inattaccabile. Il logo colorato e ludico di Google si imprime nella retina umana poco meno di 6 miliardi di volte al giorno, 2,1 mille miliardi di volte all’anno, una possibilità di condizionamento che nessun’altra compagnia ha mai avuto nella storia.
Colto in flagrante delitto l’anno scorso per aver messo petabyte di dati personali a disposizione dei servizi di intelligence USA attraverso il programma PRISM, Google continua nondimeno a fare affidamento sulla buona volontà prodotta dal suo ambiguo invito ‘non siate cattivi’. Poi è bastata qualche simbolica lettera aperta alla Casa Bianca e sembra che tutto sia stato perdonato. I militanti anti-sorveglianza condannano fermamente lo spionaggio del governo ma, quando a Google, cercano amichevoli composizioni.
Nessuno vuole riconoscere che Google è diventato grande e cattivo. Ma è così. Con il signor Schmidt Presidente e Direttore Generale, Google è diventata la struttura di potere più discreta degli Stati Uniti, trasformata in una mega compagnia geograficamente invasiva. Ma Google è sempre stata a suo agio in questa situazione. Ben prima che i fondatori Larry Page e Sergey Brin assumessero Schmidt nel 2001, la loro tecnologia era stata già in parte finanziata dalla Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA). E mentre Google di Schmidt sviluppava una immagine di gigante della tecnologia mondiale un po’ troppo gentile, contemporaneamente stabiliva strette relazioni con i servizi di intelligence.
Nel 2003, la National Security Agency (NSA) degli Stati Uniti aveva già cominciato a violare sistematicamente il Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA) sotto la direzione del suo direttore generale Michael Hayden. Era l’epoca del programma ’Total Information Awareness’. Quando ancora non si parlava nemmeno di PRISM, per ordine della Casa Bianca di Bush, la NSA aveva già per obiettivo di “raccogliere tutto, aspirare tutto, sapere tutto, sfruttare tutto”.
Nello stesso periodo Google – la cui mission dichiarata pubblicamente è di raccogliere e organizzare l’informazione mondiale e renderla accessibile a tutti – accettava fondi della NSA per un totale di 2 milioni di dollari per fornire all’agenzia strumenti di ricerca per il suo tesoro rapidamente crescente di informazioni rubate.
Nel 2004, dopo avere inglobato Keyhole, una giovane compagnia tecnologica di cartografia co-finanziata dalla National Geospatial-Intelligence Agency (NGA) e la CIA, Google ha sviluppato la tecnologia per creare Google Maps, una versione imprenditoriale che ha poi venduto i suoi prodotti al Pentagono e alle agenzie federali con contratti di diversi milioni di dollari.
Nel 2008, Google ha partecipato al lancio di un satellite spia NGA, il GeoEye-1. Google condivide le foto scattate dal satellite con l’esercito e i servizi di intelligence USA. Nel 2010, la NGA ha firmato con Google un contratto di 27 milioni di dollari per ‘servizi di visualizzazione geospaziali’.
Nel 2010, quando il governo cinese fu accusato di avere piratato Google, la compagnia ha avviato una relazione ‘formale di condivisione di informazioni’ con la NSA, che consente agli analisti della NSA di valutare la vulnerabilità del materiale e del software Google. Per quanto i dettagli dell’accordo non siano mai stati resi pubblici, la NSA ha coinvolto anche altre agenzie governative, come lo FBI e il Dipartimento per la sicurezza interna.
Più o meno nella stessa epoca, Google si impegnava in un programma conosciuto col nome di ’Enduring Security Framework’ (ESF), che prevedeva la condivisione di informazioni tra le compagnie di tecnologia della Silicon Valley e le agenzie affiliate al Pentagono ‘ alla velocità della rete’. Le mail ottenute nel 2014 a seguito di una richiesta di accesso alle informazioni mostrano Schmidt e il suo collega Sergey Brin corrispondere, chiamandosi per nome, col capo della NSA, il generale Keith Alexander, a proposito del FSE.
Il rapporto sulle mail si focalizzava sulla familiarità della corrispondenza: ’Generale Keith... Felice di vederti... !’ scrive Schmidt. Ma la maggior parte dei rapporti hanno trascurato un dettaglio cruciale. «Le tue idee quale elemento chiave della base industriale della difesa», scrive Alexander a Brin, «sono preziose per assicurarci che l’azione di ESF abbia un impatto misurabile».
 
" Il Dipartimento per la sicurezza interna [Homeland Security] definisce la base industriale della difesa come ‘il complesso industriale mondiale che permette la ricerca e lo sviluppo, oltre alla progettazione, produzione, vendita e manutenzione di sistemi, sottosistemi e componenti, o pezzi di armi militari per rispondere alle esigenze militari degli Stati Uniti. La base industriale di difesa fornisce prodotti e servizi essenziali alla mobilitazione, al dispiegamento e all’appoggio delle operazioni militari "
 
Include servizi commerciali regolari acquistati dall’esercito USA? No. La definizione esclude espressamente l’acquisto di servizi commerciali regolati. Quello che fa di Google un ‘elemento chiave della base industriale della Difesa’ non sono le campagne pubblicitarie attraverso Google AdWords o i soldati che utilizzano il loro Gmail.
Nel 2012, Google è comparsa nella lista dei lobbisti più generosi di Washington, D.C., una lista che vede di solito solo esponenti della Camera di Commercio degli Stati Uniti, fornitori dell’esercito e giganti dell’industria petro-carbonifera. Google si è piazzata davanti al gigante dell’aerospaziale militare Lockheed Martin, con un totale di 18,2 milioni di dollari versati nel 2012 contro i 15,3 milioni di dollari di Lockheed. Anche Boeing, la compagnia militare che ha assorbito McDonnell Douglas nel 1997, è regredita dietro Google con 15,6 milioni di dollari, come anche Northrop Grumman, con 17,5 milioni.
Nell’autunno 2013, l’amministrazione Obama tentava di trovare appoggi per gli attacchi aerei degli Stati Uniti contro la Siria. Malgrado le battute di arresto, l’amministrazione ha continuato a fare pressioni per un’azione militare fino a settembre coi discorsi e gli annunci pubblici del presidente Obama e del segretario di Stato John Kerry. Il 10 settembre, Google ha messo a disposizione la sua prima pagina - la più popolare in internet – per lo sforzo bellico, inserendo una linea rossa sotto il campo di ricerca: “In Diretta, il segretario Kerry risponde alle domande sulla Siria. Oggi, attraverso Hangout alle ore 14, Costa orientale”.
 
Come scrisse nel 1999 il cronista Tom Friedman, che si definiva un ‘centrista radicale’ sul New York Times, lasciare il dominio mondiale delle società tecnologiche USA a qualcosa di tanto imprevedibile come il ‘libero mercato’, talvolta non basta:
 
" La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno invisibile. McDonald’s non può prosperare senza McDonnell Douglas, il creatore degli F-15. E il pugno invisibile che consente alle tecnologie della Silicon Valley di espandersi in tutto il mondo in assoluta sicurezza si chiama Esercito, Aviazione, Marina e corpi speciali statunitensi "
 
Se qualcosa è cambiato dopo che sono state scritte queste parole, è che la Silicon Valley non si accontenta più di un ruolo passivo, ma aspira piuttosto a incarnare un pugno invisibile in un guanto di velluto. Nel 2013, Schmidt e Cohen hanno scritto,
 
" Quello che era Lockheed Martin nel XX secolo, le compagnie di tecnologia e di cyber sicurezza lo saranno nel XXI secolo "
 
Un modo di vedere le cose è dire che si tratta solo di business. Perché un monopolio statunitense dei servizi internet mantenga la sua posizione di dominio nel mercato mondiale, non può semplicemente continuare a fare quel che fa lasciando la politica occuparsi di se stessa. L’egemonia strategica ed economica statunitense diventa condizione essenziale della sua posizione dominante nel mercato. Cosa dovrebbe fare una mega-compagnia? Se vuole cavalcare il mondo, deve far parte dell’Impero ‘non siate cattivi’ originale.
Ma una parte dell’immagine persistente di Google come ’più di un semplice business’ viene dalla percezione che essa non agisce come una grande e maligna impresa. Il suo attirare le persone nella trappola dei suoi servizi con gigabyte di spazio di ‘archiviazione gratuita’ dà l’impressione che Google fornisca i suoi servizi gratuitamente, cosa che non si concilia con l’immagine di un’impresa che abbia scopo di lucro.
Google viene percepita come un’impresa essenzialmente filantropica – un motore magico guidato da visionari di un altro mondo – per creare un futuro utopico. La compagnia si è talvolta mostrata preoccupata di coltivare questa immagine, investendo fondi in iniziative di ‘responsabilità di impresa’ per produrre un ‘cambiamento sociale’ – come spiega Google Ideas.
Ma come dimostra Google Ideas, gli sforzi ‘filantropici’ della compagnia la portano pericolosamente vicina al carattere imperiale dell’influenza USA. Se Blackwater/Xe Services/Academi guidasse un programma come Google Ideas, si attirerebbe molte critiche. Ma, in un modo o nell’altro, Google ne viene dispensata.
Che si tratti solo di business o di più, le aspirazioni geopolitiche di Google hanno profonde radici nel programma di politica estera della più grande superpotenza del mondo. Mano a mano che il monopolio di Google in materia di ricerca e di servizi internet si accresce e che il suo cono di sorveglianza industriale si estende alla maggioranza della popolazione mondiale, dominando il mercato della telefonia mobile e operando per estendere l’accesso a internet nel sud, Google diviene progressivamente Internet per molte persone. La sua influenza sulle scelte e i comportamenti dell’insieme degli esseri umani si traduce in un potere reale di influenzare il corso della storia.
 
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Se il futuro di Internet deve essere Google, questo dovrebbe preoccupare seriamente la gente di tutto il mondo – in America Latina, nell’Asia dell’est e del sud-est, nel subcontinente indiano, in Medio Oriente, nell’Africa subsahariana, nell’ex Unione Sovietica e anche in Europa – per cui internet rappresenta la promessa di un’alternativa all’egemonia culturale, economica e strategica statunitense.
Un impero che professa ‘non siate cattivi’, resta un impero.
 
 
 
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