ProfileAnalisi, 27 febbraio 2019 - Il presidente della Repubblica francese ha deciso di riconoscere l’antisionismo come «una delle forme moderne dell’antisemitismo». Un sillogismo rafforzato da un pregiudizio politico-giuridico che penalizza la critica verso Israele e incoraggia l’antisemitismo (nella foto, una manifestazione nel Regno Unito contro Israele)   

 

Middle East Eye, 26 febbraio 2019 (trad.ossin)
 
L’antisionismo, la sinistra radicale e i nuovi diritti di Israele
Adlene Mohammedi
 
Il presidente della Repubblica francese ha deciso di riconoscere l’antisionismo come «una delle forme moderne dell’antisemitismo». Un sillogismo rafforzato da un pregiudizio politico-giuridico che penalizza la critica verso Israele e incoraggia l’antisemitismo
 
Dimostrazione nel Regno Unito contro la politica israeliana a Gaza e in Cisgiordania (MEE)
 
I dibattiti politici francesi riesumano talvolta, ahimè, quelli britannici. Se gli equivalenti di Margaret Thatcher e di Tony Blair hanno avuto successo in Francia con qualche anno di ritardo, alle polemiche sull’antisionismo e l’antisemitismo sono bastati pochi mesi per esportarsi in termini analoghi (in Francia).
 
L’estate 2018 è stata segnata, nel Regno Unito, dalla polemica – che ancora non si è sgonfiata, nonostante tutto quello che è stato concesso – sull’antisemitismo che colpirebbe specificamente il Partito Laburista britannico. Gli attacchi si sono diretti principalmente contro Jeremy Corbyn, capo del partito laburista e dell’opposizione ufficiale, e Israele – quindi uno Stato estero – vi ha scorrettamente partecipato.
 
Una delle molte critiche rivolte a Jeremy Corbyn, riguardava anche l’esitazione mostrata dal suo partito nell’adottare la definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’olocausto (IHRA), quella stessa che il presidente Emmanuel Macron ha deciso di fare propria per la Francia. Ci torneremo tra poco.
 
L’assalto alla sinistra radicale
 
Il Partito laburista ha finito col cedere, e ha adottato, in settembre, la predetta definizione. Ma finché Jeremy Corbyn – vale a dire l’ala socialista del partito, sostenitrice della causa palestinese – resterà a capo del Labour, le accuse di antisemitismo continueranno a piovere. I decenni di militanza antirazzista di Corbyn non impressionano per niente i suoi detrattori. La propaganda prevale sulla verità.
 
Nel Regno Unito come in Francia, e attraverso il tema dell’antisionismo, le sinistre radicali sono diventate il bersaglio privilegiato delle accuse di antisemitismo. Dire che c’è una strumentalizzazione dell’antisemitismo, non vuol dire certo negarlo, né minimizzarlo.
 
Jeremy Corbyn, leader del Partito laburista britannico, tiene un discorso sul Brexit alla Coventry University il 26 febbraio 2018 (AFP)
 
Accusare i movimenti della sinistra radicale di antisemitismo (o di connivenza con l’antisemitismo), attualmente un vero ritornello mediatico, è il metodo bello e pronto per screditarli su due piani: assimilare il loro antisionismo (reale o supposto) all’antisemitismo consente di squalificare insieme l’alternativa socialista nel suo insieme e qualsiasi ostilità verso Israele.
 
Le reazioni all’aggressione verbale subita dal polemista-accademico Alain Finkielkraut a margine di una manifestazione dei Gilet gialli il 16 febbraio scorso rientrano bene in questo quadro. Si è creato una sorta di unanimismo. Qui basterà ricordare che, se Alain Finkielkraut suscita tanto risentimento (e talvolta odio), non è certo perché è ebreo, ma a causa della sua reputazione di razzista e di sostenitore incondizionato di Israele.
 
Il principale interessato, che si è affrettato a moltiplicare i suoi interventi mediatici, sembra soprattutto avere deplorato che un uomo che non «è un ragazzo Bianco» avesse osato dire che «La Francia è nostra».
 
Egli stesso, che come molti altri sostiene proprio la tesi di un nuovo antisemitismo collegato alla questione israeliana che sarebbe appannaggio della sinistra radicale e dei musulmani (e degli «islamici di sinistra»), non ha esitato a dire che Marine Le Pen gli ha manifestato appoggio mentre orribili rappresentanti della sinistra critica (Aude Lancelin, soprattutto, che non ha rigorosamente niente da rimproverarsi) l’avrebbe malmenato.
 
L’antisionismo non è né antisemitismo né semplice critica di Israele
 
Torniamo a quello che ci sta più a cuore, vale a dire questa nuova definizione dell’antisemitismo che si vorrebbe imporre. La definizione dell’antisemitismo formulata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’olocausto (IHRA) contiene un certo numero di riferimenti a Israele.
 
E’ possibile affermare che questa definizione legittima l’antisionismo: criticare il diritto all’autodeterminazione del popolo ebreo o ritenere che le fondamenta di Israele sono razziste, questo sarebbe solo antisemitismo. Criticare la politica del governo israeliano non è evidentemente proibito.
 
La cosa più grottesca, in questa nuova definizione, è che essa decreta che il destino degli ebrei e quello dello Stato di Israele sono intimamente legati (cosa che è più che contestabile), interdicendo altresì le critiche collettive contro gli ebrei provocate dalla politica di Israele (che è cosa di buon senso). Insomma è auspicabile che si denuncino le generalizzazioni che considerano gli ebrei in quanto tali come responsabili della politica israeliana, ma è infelice immedesimare nello stesso tempo gli ebrei con Israele.
 
Dire che l’antisionismo è «una delle forme moderne dell’antisemitismo», significa ricorrere a un grottesco sillogismo. Prima di tutto, negare un diritto all’autodeterminazione non è qualcosa che è razzista in sé. Oppure bisognerà ammettere che quelli che negano il diritto all’autodeterminazione dei Palestinesi (Israele e chi lo appoggia) sono razzisti.
 
Andiamo oltre. Se il governo israeliano colonizza la Cisgiordania in nome del suo diritto all’autodeterminazione, l’idea di uno Stato palestinese contraddirebbe questo diritto (e sarebbe dunque ipoteticamente antisemita).
 
E poi, considerare contestabile i fondamenti di uno Stato, deplorare che uno Stato si fondi su principi razziali o religiosi (come nel caso per esempio dei tre alleati di Washington che sono Israele, l’Arabia Saudita e il Pakistan) non è razzismo, né un invito all’odio o alla distruzione.
 
Infine, se pure qualche antisemita intendesse celarsi dietro l’antisionismo, il fatto non giustifica per niente l’equiparazione che si vuole stabilire tra antisemitismo e antisionismo. Dopo tutto la laicità serve da paravento a tanti razzisti. Spero che nessuno pensi di criminalizzarla.
 
Includere l’antisionismo nella definizione dell’antisemitismo non contribuisce in alcun modo alla lotta contro quest’ultimo. Serve solo a costruire nuovi antisemiti: quelli che non lo sono (e che saranno definiti tali per la magica confusione tra antisionismo e antisemitismo) e quelli che lo diventeranno (a causa della magica identificazione degli ebrei con Israele).
 
Il peggio, in questa vicenda, è premiare Israele nel momento in cui il suo governo pratica la politica coloniale più violenta e più disinibita.
 
40 anni fa, gli Egiziani hanno offerto a Israele un trattato di pace solo qualche giorno dopo questa bella dichiarazione di Menahem Begin alla Knesset: «Israele non rientrerà mai nelle sue frontiere precedenti alla guerra del giugno 1967, non ci sarà uno Stato palestinese in Cisgiordania, Gerusalemme resterà per l’eternità capitale di Israele».
 
Oggi gli Israeliani dicono esattamente la stessa cosa. E che si fa? Si autorizza Israele a fregarsene del diritto internazionale e gli si confezionano diritti nazionali su misura e grotteschi.
 
Di più, per rispondere all’affronto fatto a un pensatore noto per le sue posizioni razziste e per santificare simbolicamente uno Stato la cui politica è ampiamente razzista, il tutto in nome di una pagliacciata di antirazzismo, si bollano come razziste persone che non lo sono.
 
 
 
 
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