ProfileIntervento, 16 aprile 2019 - Il vero giornalismo è apertamente criminalizzato da alcuni delinquenti, scrive John Pilger. Il dissenso è diventato un’indulgenza. E l’élite britannica ha abbandonato il suo ultimo mito imperiale: quello dell’equità e della giustizia (nella foto, Assange trascinato a forza fuori dall'ambasciata dell'Ecuador a Londra)   

 

Consortiumnews, 12 aprile 2019 (trad. ossin)
 
Arresto di Assange : un avvertimento della storia
John Pilger
 
Il vero giornalismo è apertamente criminalizzato da alcuni delinquenti, scrive John Pilger. Il dissenso è diventato un’indulgenza. E l’élite britannica ha abbandonato il suo ultimo mito imperiale: quello dell’equità e della giustizia
 
 
Julian Assange trascinato a forza fuori dall'ambasciata dell'Ecuador a Londra, l'11 aprile 2019
 
L’immagine di Julian Assange, trascinato fuori dall’ambasciata ecuadoriana a Londra, è un simbolo di questi tempi. La forza contro il diritto. I muscoli contro la legge. L’indecenza contro il coraggio. Sei poliziotti malmenano un giornalista malato, con gli occhi socchiusi per difendersi dalla luce naturale che non ha visto per quasi sette anni.
 
Che questo oltraggio si sia verificato nel cuore di Londra, nel paese della Magna Carta, dovrebbe far vergognare e suscitare rabbia in tutti coloro che temono per il futuro delle società «democratiche». Assange è un rifugiato politico protetto dal diritto internazionale, titolare di un diritto d’asilo in virtù di un accordo rigido di cui la Gran Bretagna è firmataria. Le Nazioni Unite lo hanno chiarito nella sentenza del suo gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria.
 
Ma al diavolo tutto questo! Lascia che i teppisti entrino. Subalterna ai quasi fascisti statunitensi di Trump, in combutta col l’ecuadoregno Lenin Moreno (nella foto a destra), questo Giuda e bugiardo latino-americano che cerca di coprire il suo regime putrido, l’élite britannica ha abbandonato il suo ultimo mito imperiale: quello dell’equità e della giustizia.
 
Immaginate Tony Blair trascinato fuori della sua casa in stile georgiano da diversi milioni di sterline di Connaught Square a Londra, ammanettato, per essere trasferito al molo di La Haye. Stando ai principi di Norimberga, il «crimine fondamentale» di Blair è la morte di un milione di Iracheni. Il crimine di Assange è, invece, di essere un giornalista, vale a dire qualcuno che chiede conto ai predatori, rivela le loro menzogne e dà la possibilità alla gente di tutto il mondo di ascoltare la verità.
 
L’arresto scioccante di Assange è un monito per tutti coloro che, come scrive Oscar Wilde, «piantano i semi del malcontento [senza i quali] non vi sarebbe progresso verso la civiltà». E’ un monito esplicito diretto ai giornalisti. Quel che è accaduto al fondatore e redattore capo di WikiLeaks può capitare anche a te, in un giornale, a anche a te, in uno studio televisivo, a te, alla radio, a te che registri un podcast.
 
Il principale persecutore mediatico di Assange, The Guardian, collaboratore dello Stato profondo, ha mostrato il suo nervosismo questa settimana attraverso un editoriale che ha toccato inesplorate vette di codardia. The Guardian ha sfruttato il lavoro di Assange e di WikiLeaks in quello che il suo precedente redattore capo definì «il più grande scoop degli ultimi 30 anni». Il giornale ha dato voce alle rivelazioni di WikiLeaks, assicurandosi gli onori e i guadagni conseguenti.
 
Senza dare un penny a Julian Assange o a WikiLeaks, un libro pubblicato da The Guardian è diventato un redditizio film hollywoodiano. Gli autori del libro, Luke Harding e David Leigh, svelarono la loro fonte, tradirono Assange e divulgarono la password segreta ch’egli aveva dato ai giornalisti in via fiduciaria, sebbene fosse stata realizzata per proteggere i file contenenti i cablo oggetto della fuga di notizie, provenienti dall’ambasciata degli Stati Uniti.
 
Rivelazioni di sanguinarie guerre coloniali
 
Mentre Assange era ancora chiuso in trappola nell’ambasciata dell’Ecuador, Harding era fuori con la polizia e gongolava sul suo blog che «Scotland Yard potrebbe ben avere l’ultima parola». The Guardian ha poi pubblicato una serie di menzogne a proposito di Assange: non ultima l’affermazione screditata che un gruppo di Russi e l’uomo di Trump, Paul Manafort, avrebbero incontrato Assange nell’ambasciata. Questi incontri non ci sono mai stati: era un’invenzione.
 
Ma adesso il tono è cambiato. «Il caso Assange è una rete moralmente intricata», ha spiegato il giornale. «[Assange] ha creduto utile pubblicare delle cose che non avrebbero dovuto essere pubblicate. […] D’altro canto, egli ha sempre messo in luce delle cose che non avrebbero assolutamente dovuto restare nascoste».
 
Queste «cose» sono la verità sul modo sanguinario con cui gli USA fanno le loro guerre coloniali, le menzogne del ministero britannico degli Affari esteri che negano diritti alle persone vulnerabili, come gli abitanti delle isole Chagos, la rivelazione che Hillary Clinton ha appoggiato e tratto benefici dal jihadismo in Medio Oriente, una descrizione dettagliata degli ambasciatori USA sul come rovesciare i governi in Siria e in Venezuela, e molto altro ancora. Tutto è disponibile sul sito di WikiLeaks.
 
Si capisce che The Guardian sia nervoso. Alcuni agenti della polizia segreta hanno già perquisito la redazione, hanno preteso, e ovviamente ottenuto, la distruzione di un hard disk. Da questo punto di vista il giornale è coerente: nel 1983, una dipendente del Foreign Office, Sarah Tisdall, divulgò dei documenti del governo britannico nei quali si diceva quando i missili nucleari di crociera sarebbero arrivati in Europa. The Guardian venne allora ricoperto di elogi.
 
Ma quando un’ordinanza del Tribunale impose di rivelare la fonte, per evitare che il redattore capo finisse in prigione rispettando il principio fondamentale di protezione della fonte, Tisdall venne tradita, fu incriminata e scontò sei mesi di prigione.
 

Se Assange verrà estradato negli Stati Uniti per avere pubblicato quel che The Guardian definisce «cose» vere, cosa impedirà che venga poi il turno dell’attuale redattrice capo, Katherine Viner, o del precedente redattore capo, Alan Rusbridger, o del prolifico propagandista Luke Harding (nella foto a sinistra) ?
 
E poi, ancora, dei redattori capo del New York Times e del Washington Post, che pure hanno pubblicato spezzoni di verità trovati in WikiLeaks, e l’editore di El Pais in Spagna, Der Spiegel in Germania e The Sydney Morning Herald in Australia? La lista è lunga.
 
David McCraw, avvocato senior del New York Times, ha scritto: «Penso che l’incriminazione [di Assange] sarà un molto, molto cattivo precedente per gli editori. […] Per quanto ne so, egli è un po’ nella posizione di un classico editore, e ha la qualifica di redattore capo in senso proprio e per la legge sarà arduo distinguere tra il New York Times e WikiLeaks. »
 
Anche se i giornalisti che hanno pubblicato le rivelazioni di WikiLeaks non sono mai stati convocati da un Grand jury statunitense, l’intimidazione di cui sono vittime Julian Assange e Chelsea Manning sarà sufficiente. Il vero giornalismo viene criminalizzato da alcuni delinquenti, sotto gli occhi di tutti. Il dissenso è diventato un’indulgenza.
 
In Australia, l’attuale governo subalterno agli Stati Uniti sta perseguendo due informatori che hanno rivelato come i fantocci di Canberra abbiano intercettato le riunioni di gabinetto del nuovo governo di Timor-Est, con l’intento di sottrarre a questo piccolo paese povero la sua giusta razione di risorse petrolifere e di gas presenti nel mare di Timor. Il processo sarà celebrato segretamente. Ricordiamo che il primo ministro australiano, Scott Morrison, è tristemente famoso per il ruolo svolto nella realizzazione di campi di concentramento per i rifugiati nelle isole del Pacifico di Nauru e Manus, dove i bambini si auto-mutilano e si suicidano. Nel 2014, Morrison ha proposto l’apertura di campi di detenzione di massa per 30.000 persone.
 
Il giornalismo, principale minaccia
 
Il vero giornalismo è il nemico di queste scelte vergognose. Un decennio fa, il Ministero della Difesa britannico ha prodotto un documento segreto che indicava le tre «principali minacce» all’ordine pubblico: terroristi, spie russe e giornalisti investigativi. L’ultima era definita come «principale minaccia».
 
Il documento venne debitamente comunicato a WikiLeaks, che lo pubblicò. «Non avevamo scelta», mi ha detto Assange. «E’ molto semplice: la gente ha diritto di sapere e il diritto di mettere in discussione e contestare il potere. E’ questa la vera democrazia».
 
Che succederà se Assange, Manning. e gli altri sulla scia – se ci sono altri – saranno ridotti la silenzio, e se «il diritto di sapere e di mettere in discussione e contestare» sparirà?
 
Negli anni 1970, ho incontrato Leni Riefenstahl, un amico intimo di Adolf Hitler, i cui film hanno contribuito a creare l’incantamento nazista in Germania.
 
Mi ha detto che l’efficacia dei suoi film, la propaganda, non dipendevano dagli «ordini dall’alto», ma da ciò che definiva il «vuoto sottomesso» del pubblico.
 
«Questo vuoto sottomesso riguardava anche la borghesia istruita e progressista?», gli chiesi.
 
«Certo», rispose, «soprattutto l’intellighenzia… Quando la gente non si pone più domande serie, diventa sottomessa e malleabile. Allora tutto può succedere… »
 
… Ed è successo. Il resto, avrebbe potuto aggiungere, è storia.
 
 
 
 
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