ProfileAnalisi, 22 maggio 2020 - Trenta anni dopo la caduta dell’URSS e la fine della Guerra Fredda, potrebbe infine prendere forma un nuovo ordine mondiale, organizzato attorno ad una nuova rivalità strategica Stati Uniti/Cina che sia alla base delle relazioni internazionali...   

 

 
Guerra Fredda 2.0: il Coronavirus è solo un pretesto
Éric Denécé
 
Trenta anni dopo la caduta dell’URSS e la fine della Guerra Fredda, potrebbe infine prendere forma un nuovo ordine mondiale, organizzato attorno ad una nuova rivalità strategica Stati Uniti/Cina che sia alla base delle relazioni internazionali
 
 
L’epidemia di coronavirus ha provocato una crisi sanitaria ed una crisi economica. Sta anche segnando una rottura geopolitica i cui primi segni sono già distinguibili. Tale rottura si basa su due elementi: uno falso e l’altro vero.
 
Menzogne e provocazioni statunitensi 
 
La falsa ragione di questo importante sviluppo internazionale è la sedicente responsabilità cinese nella diffusione della pandemia.
 
Da diverse settimane, il Presidente USA ripetutamente accusa la Cina di essere responsabile della propagazione del virus nel mondo. Donald Trump ha dichiarato, il 30 aprile, che il virus proverrebbe da un laboratorio di Wuhan [1]. Le falle denunciate nel sistema di sicurezza del laboratorio P4 sono anche un’occasione, en passant, di punzecchiare la Francia. Il Presidente ha anche minacciato Pechino di rappresaglie. Il 6 maggio 2020, ha dichiarato che l’attuale epidemia, partita dalla Cina, è il «peggiore attacco della storia contro gli Stati Uniti, ancor peggio di Pearl Harbor o degli attentati dell’11 settembre 2001». Trump ha di nuovo criticato Pechino per avere consentito al virus di lasciare il paese e considera che la Cina costituisca «la minaccia geopolitica più importante per gli Stati Uniti nel secolo a venire».
 
Il capo della diplomazia statunitense, Mike Pompeo, ha evitato ogni prudenza ed ha spinto per una escalation verbale contro Pechino [2]. «Ci sono prove immense che da lì è partito», ha dichiarato il segretario di Stato all’emittente ABC, a proposito dell’istituto di virologia di Wuhan. «Non è la prima volta che la Cina mette il mondo in pericolo a causa di laboratori che non rispettano le regole», ha aggiunto. Ha poi denunciato la mancata cooperazione dei responsabili cinesi per far luce sull’origine esatta della pandemia: «Continuano ad impedire l’accesso agli occidentali, ai medici migliori», ha detto ad ABC. «Noi dobbiamo poter andare laggiù. Noi non abbiamo ancora i campioni di virus di cui abbiamo bisogno».
 
Il Segretario di Stato ha dichiarato che il governo cinese aveva fatto tutto il possibile «perché il mondo non fosse informato nei tempi opportuni» sul virus. Ha dichiarato ad ABC che il Partito comunista cinese si era impegnato in una «impresa classica di disinformazione comunista» mettendo a tacere i medici e i giornalisti per limitare la diffusione di informazioni sul virus.
 
Questi attacchi sono stati supportati da varie produzioni governative che pure falsificavano la realtà nello stesso senso, per dare corpo alla versione dei fatti che la Casa Bianca vorrebbe diffondere e imporre.
 
Secondo l’Associated Press, un rapporto di quattro pagine del Dipartimento per la sicurezza interna (DHS) accusa la Cina di non avere divulgato informazioni sul virus, per potere meglio preparare la sua risposta alla pandemia. Il documento dice che Pechino ha ridotto le esportazioni e accresciuto le importazioni di forniture mediche a gennaio, per cui DHS conclude «con certezza pari al 95%» che questi mutamenti nelle importazioni di materiale medico non sono normali.
 
Allo stesso modo, un rapporto che afferma di essere stato redatto dai Five Eyes[3] – circostanza smentita -, pubblicato dal Daily Star[4] britannico, insinua che la Cina ha intenzionalmente distrutto le prove sull’origine del coronavirus. Secondo il giornale, il documento di quindici pagine afferma che il governo cinese avrebbe fatto tacere o «sparire» i medici che si erano espressi sul tema, e non h voluto condividere i campioni con la comunità scientifica internazionale. Il dossier afferma anche che il virus si è diffuso a partire dall’Istituto di virologia di Wuhan, alla fine del 2019.
 
L’analisi dei servizi di intelligence
 
Le dichiarazioni del presidente e del suo segretario di Stato sono contraddette dall’analisi dei servizi di intelligence statunitense. Questi hanno piuttosto annunciato di essere giunti alla conclusione che il Covid-19 non era stato creato o modificato geneticamente dall’uomo. Tuttavia essi non dispongono di informazioni sufficienti a «stabilire se l’epidemia sia cominciata da un contatto con animali infetti o se sia stata il risultato di un incidente di laboratorio a Wuhan».
 
Le informazioni condivise tra i servizi di intelligence dei Five Eyes inducono a ritenere che sia “altamente improbabile” che l’epidemia di coronavirus si sia propagata a causa di un incidente di laboratorio, piuttosto che in un mercato cinese. «E’ assai probabile che si sia prodotto naturalmente e che il contagio dell’uomo sia stato conseguenza di una interazione naturale tra l’uomo e l’animale» [5].
 
In Francia, il settimanale “Valeurs actuelles” riferisce che molte fonti interpellate a fine aprile nell’ambito dei servizi di intelligence francesi (specialisti del controspionaggio o di armi chimiche e batteriologiche) sull’origine del coronavirus, hanno espresso l’assoluta certezza che non si sia trattato di una fuoriuscita da un laboratorio P4. «Tutti i ceppi analizzati mostrano di non essere stati modificati dall’uomo. Il ceppo è certamente animale, si è trasmesso all’uomo non si sa ancora esattamente perché. Non proviene da un errore di manipolazione o da una fuoriuscita».
 
Anche il redattore capo della rivista medica The Lancet è intervenuto per respingere le false accuse delle autorità statunitensi. L’attribuzione di una origine umana del virus è esclusa da tutti i virologi seri. Egli ha insistito sul grande interesse delle pubblicazioni cinesi in materia, ricche di dati.
 
Tuttavia, gli attacchi menzogneri dell’amministrazione statunitense non significano che le autorità cinesi non abbiano commesso degli errori e delle omissioni.
 
Errori e responsabilità della Cina 
 
Indubbiamente le autorità cinesi – in un primo tempo a Wuhan e poi a Pechino – hanno tardato a reagire e a lanciare l’allarme, perfino tendendo a minimizzare l’epidemia. Per questa ragione, Pechino è stata oggetto di molte critiche internazionali. Ma diciamo che è facile giudicare col senno di poi. Questa epidemia è sconosciuta e la sua rapidità di diffusione era difficile da prevedere.
 
Tuttavia, dopo avere inizialmente dissimulato la gravità dell’epidemia, all’emergere dei primi sospetti, invece di giocare la carta della trasparenza, il governo cinese ha scatenato la sua propaganda contro coloro che osavano criticare la sua versione ufficiale e ha preteso di dare lezioni ai paesi occidentali per il modo in cui affrontavano l’epidemia. Questo atteggiamento ha aizzato contro la Cina la maggioranza degli Stati occidentali e si sono levate voci per chiedere una inchiesta dell’Organizzazione mondiale della sanità sull’origine del virus, cui Pechino si è opposta, come si è rifiutata di partecipare ai finanziamenti nel corso delle riunioni dei donatori per lottare mondialmente contro l’epidemia.
 
Per contro, la Cina ha fornito aiuti a numerosi paesi in un quadro sistematicamente bilaterale, cercando in tal modo di fornire di sé una immagine di potenza «che aiuta», ma senza riuscire ad ingannare nessuno sul gioco di influenza che si nascondeva dietro questa manovra. Così agendo, la Cina si è attirata critiche raddoppiate.
 
Così, l’ostilità verso il regime cinese ha toccato un livello senza precedenti dopo la supposta repressione del movimento degli studenti di Tienanmen nel 1989 e potrebbe avere pesanti conseguenze diplomatiche. Le pressioni verso la Cina non vengono solo dagli Stati Uniti. Provengono anche dall’Australia, dal Giappone, dai paesi dell’Asia e dall’Unione Europea. Tutti chiedono ragione delle prove che si accumulano a dimostrazione del fatto che il governo cinese ha nascosto, all’inizio, l’estensione dell’epidemia.
 
Realtà della minaccia cinese
 
Però la vera ragione della virulenza della reazione statunitense contro la Cina è altra. Ed è duplice, Da un lato, Washington continua ad essere inquieta da diversi anni per la crescita di questo nuovo avversario strategico capace di mettere in questione la sua leadership; d’altra parte, per rilanciare la loro economia, rilocalizzare una parte della loro produzione industriale e stringere al proprio fianco il campo occidentale, gli Stati Uniti hanno bisogno di una nuova Guerra Fredda.
 
Se parte degli argomenti usati da Washington contro Pechino sono falsi, c’è però da dire che vi sono numerosissime ragioni di preoccuparsi della continua crescita di potenza cinese dalla fine della Guerra Fredda.
 
– La Cina è diventata la fabbrica del mondo nei settori dell’informatica, dell’elettronica, delle medicine, del tessile, ecc. Se già tutti ne erano consapevoli, la crisi recente, attraverso le pratiche di isolamento e l’interruzione dei trasporti internazionali, ha permesso al mondo occidentale di misurare fino a qual punto è dipendente da Pechino. Le delocalizzazioni a oltranza verso la Cina e i paesi a basso costo del lavoro hanno profondamente ridotto la resilienza delle nostre economie e dei nostri sistemi sanitari, cosa non accettabile e urgente da correggere. La crisi ha anche permesso di misurare la flessibilità, l’efficacia e la reattività industriale della Cina, qualità che l’Occidente non possiede più.
 
– Da molti anni, la Cina, nel quadro del suo progetto delle Nuove Vie della seta, si è impiantata in tutto il mondo, con investimenti massicci nelle infrastrutture – non tirandosi mai indietro di fronte alla corruzione delle autorità locali – e acquisizione di moltissime imprese, anche all’interno dell’Unione europea. Queste numerose acquisizioni di imprese occidentali lasciano intravvedere una insidiosa strategia di presa di controllo dei nostri attivi economici, creandoci nuova dipendenza.
 
– I progressi realizzati – talvolta la leadership acquisita – nel settore tecnologico dai Cinesi – frutto della loro volontà, delle loro capacità finanziarie, umane e tecnologiche – specialmente in ambito militare (5G, missili ipersonici, portaerei, satelliti, vettori, ecc.) continua ad impressionare e a provocare una vera preoccupazione in materia di sicurezza.
 
– La potenza militare cinese non cessa infatti di svilupparsi [6] e l’epidemia di Covid-19 non ha rallentato il ritmo di dotazione delle forze armate con nuovo materiale offensivo: in aprile, una nave d’assalto anfibia (tipo 075) è entrata in servizio e due nuovi sottomarini nucleari lanciamissili (SNLE) (tipo 094) sono stati varati, fornendo alla marina cinese una vera capacità di dissuasione oceanica che non aveva coi sommergibili precedenti (tipo 092). Peraltro è in corso di realizzazione un’altra classe di SNLE (tipo 096), ancora più moderna, capace di portare un nuovo missile balistico di 10 000 km. Da notare anche che sono proseguite le manovre intorno a Taïwan, come anche quelle nel mar di Cina meridionale.
 
– I servizi di intelligence cinesi si mostrano particolarmente aggressivi in tutto il mondo occidentale, tanto per le loro azioni di cyber-spionaggio che per lo sviluppo delle loro infrastrutture clandestine e il loro tentativo di reclutamento di agenti.
 
– Pechino continua a reprimere la vita democratica sul suo territorio e ha approfittato della crisi per rimettere Hong-Kong al passo. La Cina non sopporta più l’eccezione hong-konghese, sia sul piano politico che economico. Infatti la ex colonia britannica gioca un ruolo essenziale come porta di ingresso e di uscita per i capitali cinesi. La Borsa di Hong-Kong accoglie le maggiori imprese cinesi e molte delle famiglie cinesi hanno lì una parte della loro fortuna. Pechino ha effettuato un colpo di mano discreto, andando oltre l’impegno di non ingerenza negli affari interni di Hong-Kong [7] e ha arrestato una quindicina di leader filo-occidentali.
 
– Non dimentichiamo, tra l’altro, che la Cina occupa ancora, in violazione del diritto internazionale marittimo, degli isolotti nel mar della Cina meridionale – alcuni dei quali conquistati con la forza ai suoi vicini – sui quali ha costruito importanti installazioni militari [8].
 
– Soprattutto, riordiamo che la Repubblica popolare cinese non è una democrazia e che il suo popolo non si esprime mai liberamente attraverso il voto, che non è uno Stato di diritto e non ha una stampa libera. Il paese resta sotto lo stretto controllo del Partito comunista, esso stesso nelle mani di un vero autocrate e della sua cricca di fedeli. Se gli Stati Uniti devono essere criticati da tre decenni per la loro politica estera unilaterale dagli effetti talvolta devastanti (Iraq, «rivoluzioni» arabe, ecc.), sarebbe ancora più inquietante per la pace e la sicurezza mondiale che la potenza dominante fosse uno Stato totalitario che nessuno potrebbe mettere in discussione attraverso elezioni, una opposizione interna o movimenti civili.
 
La strategia statunitense: rilanciare una Guerra Fredda 
 
La crisi prodotta dall’epidemia di Covid-19 è dunque il pretesto scelto dagli Statunitensi per attaccare Pechino e contrastare o rallentare la crescita della sua potenza economica e militare.
 
Dalla fine di aprile, oltre Atlantico, si moltiplicano articoli di stampa, testimonianze di specialisti e dichiarazioni di autorità sul tema della responsabilità di Pechino e della necessità che ne paghi i danni. I toni non si attenuano e le minacce proseguono.
 
Questo tema occuperà senza alcun dubbio una parte crescente dell’attualità internazionale nei mesi a venire, perché si avvicinano le elezioni USA e la questione è un punto di forza per Donald Trump, come anche per la comunità della Intelligence; i due potrebbero ben riconciliarsi a spese di Pechino.
 
Le sanzioni contro la Cina 
 
Fin dall’inizio della pandemia, Donald Trump ha attaccato la Cina, accusandola di avere considerevolmente indebolito l’economia statunitense. E’ dunque in questo campo che ha deciso di reagire per prima cosa. Il presidente USA ha dichiarato che nuovi dazi doganali sulle importazioni cinesi saranno la “punizione ultima” per le dichiarazioni errate di Pechino sull’epidemia di coronavirus.
 
Trump ha definito i dazi come i “migliori strumenti di negoziato” ed ha insistito sul fatto che sono stati quelli che la sua amministrazione ha imposto fino ad oggi a costringere la Cina a firmare un accordo commerciale con Washington. Ha anche minacciato di risolvere questo accordo se la Cina non acquisterà merci dagli Stati Uniti come previsto, e perfino di cancellare gli investimenti cinesi nel debito statunitense. Donald Trump ha anche recentemente parlato della possibilità di chiedere a Pechino di pagare miliardi di dollari in riparazione dei danni provocati dall’epidemia.
 
Pressioni sugli alleati
 
Allo stesso tempo, gli Statunitensi accrescono la pressione sugli alleati europei, tentati dall’adozione della 5G cinese o già impegnati nel suo sviluppo.
 
In occasione del summit della NATO, a Londra nel dicembre 2019, gli Europei hanno assicurato Washington di essere impegnati a «garantire la sicurezza delle loro comunicazioni, compreso la 5G, consapevoli della necessità di ricorrere a sistemi messi in sicurezza e resilienti». Eppure, nonostante le raccomandazioni della NATO e le pressioni USA, il governo britannico ha autorizzato, a gennaio, l’operatore cinese Huawei a realizzare reti di telecomunicazione 5G nel Regno Unito.
 
Secondo Washington, «Huawei e le altre imprese tecnologiche cinesi sostenute dallo Stato sono dei cavalli di Troia per lo spionaggio cinese», ha dichiarato Mike Pompeo, nel corso della Conferenza di Monaco sulla sicurezza, nel febbraio 2020.
 
Per ritorsione, Washington ha fatto intendere, a inizio di maggio, che le sue basi di raccolta delle informazioni elettroniche attualmente presenti nel Regno Unito potrebbero essere spostate in un altro paese europeo che scegliesse di non adottare la 5G cinese. Inoltre gli Statunitensi lasciano in sospeso una minaccia a proposito del futuro della base di Menwith Hill, il fulcro della rete Echelon, dove hanno una stazione terrestre di comunicazione via satellite e installazioni di intercettazioni utilizzate in cooperazione coi Britannici. The Telegraph attribuisce perfino alla Casa Bianca l’idea di ritirare fino a 10 000 militari statunitensi dal Regno Unito [9].
 
La nuova concezione strategia della NATO
 
Prendere di mira la Cina consente peraltro a Washington di preparare gli stati maggiori e le opinioni pubbliche occidentali alla ri-attualizzazione della concezione strategica della NATO, in corso di preparazione. Il fatto di designare Pechino come l’avversario potenziale principale dovrà essere accettato dagli Stati membri sotto l’effetto dello shock della pandemia e delle sue conseguenze. Per contro, indicare anche la Russia come altra minaccia maggiore contro l’Alleanza atlantica costituirebbe un duplice errore. Da una parte, perché Mosca non è per niente una minaccia per l’Europa. E’ importante non lasciarsi influenzare dall’ossessione antirussa delle élite statunitensi. Ricordiamo in proposito le parole pertinenti del Circolo di riflessione interarmi (CRI) all’avvicinarsi delle prossime esercitazioni militari alle frontiere con la Russia: «organizzare delle manovre della NATO, nel XXI secolo, sotto il naso di Mosca, dopo più di 30 anni dalla fine dell’URSS, come se esistesse ancora il Patto di Varsavia, è un errore politico che confina con la provocazione irresponsabile». Per la Francia, partecipare ad esse «rivela un codinismo cieco, che significa una preoccupante perdita della nostra indipendenza strategica»[10].
 
D’altra parte, una simile decisione avrà come effetto di gettare Mosca nelle braccia della Cina, e la cosa avrebbe conseguenze disastrose. Purtroppo molti fatti fanno temere il peggio, gli Statunitensi – se nessuno saprà tener loro testa su questo punto – ne sono assolutamente capaci, confermando la loro tendenza a giocare il ruolo di apprendisti stregoni… le cui creature si ritorcono generalmente contro di loro.
 
Prendere di mira la Cina può avere un interesse strategico per rivitalizzare l’Alleanza occidentale ed è molto probabile che tutti i suoi membri vi aderiscano, perché la cosa ha un senso sul piano strategico ed economico. Un «allargamento» della NATO a certi ex paesi dell’OTASE [11] che condividano questa idea della minaccia, come anche al Giappone e alla Corea del sud, potrebbe anche essere auspicabile. Per contro, prendere di mira la Russia sarebbe controproducente e farebbe del continente europeo un nuovo teatro di Guerra Fredda, senza valide ragioni. E’ essenziale non scegliersi il nemico sbagliato e che gli Europei influenzino il concetto strategico della NATO.
 
Conclusioni 
 
La crisi del coronavirus è un vantaggio strategico per gli Stati Uniti. Offre loro l’opportunità di crearsi un nuovo avversario strategico all’altezza dei loro bisogni. Una terribile avversità è per essi indispensabile al fine di conservare la leadership, rilanciare l’economia e rafforzare intorno ad essi il campo occidentale.
 
Osservare gli Statunitensi falsificare un’altra volta la realtà per riaffermare la loro leadership non è affatto rassicurante ma non sorprende. Lo stesso nel vederli rilanciare una strategia della tensione, perfino una nuova Guerra Fredda. Tuttavia, nel caso di specie, la loro decisione non è del tutto infondata.
 
Fino alla recente crisi sanitaria, l’idea che il mondo potesse entrare in una nuova era di scontro sembrava assurda; le attività finanziarie degli Stati Uniti e della Cina sembravano così strettamente legate e le loro economie tanto interdipendenti, che l’ipotesi di un conflitto appariva poco probabile [12].
 
Oramai, tutti i segni che annunciano una nuova era geopolitica e una nuova Guerra Fredda – le cui modalità saranno in parte differenti da quella precedente – sono sotto gli occhi di tutti. La rivalità strategica sino-statunitense governerà d’ora in poi le relazioni internazionali dei prossimi decenni sul piano militare, economico, finanziario, tecnologico e ideologico. Conviene prepararsi.
 
 
Note: 
 
 
 
[3] Alleanza delle agenzie di intelligence degli Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda.
 
 
 
[6] Tuttavia le somme stanziate in bilancio sono diversissime: 649 miliardi di dollari e 3,2% del PIL per gli Stati Uniti; 250 miliardi di dollari e 1,9% del PIL per la Cina (SIPRI, 2018).
 
[7] Principio contenuto nell’articolo 22 della Basic Law riconosciuto dalla Cina.
 
[8] Cf. Eric Denécé, Géostratégie de la mer de Chine méridionale, L’Harmattan, Paris 1999.
 
 
 
[11] Organizzazione del Trattato dell’Asia del Sud-Est. Alleanza militare anticomunista, pendant della NATO per la zona Asia/Pacifico, che ha raggruppato dal 1954 al 1977, gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia, l’Australia, la Nuova Zelanda, il Pakistan, le Filippine e la Tailandia.
 
[12] La decisione di Washington di porre fine agli investimenti dei fondi pensione statunitensi in Cina, di limitare la proprietà cinese di obbligazioni del Tesoro e di scatenare una nuova guerra monetaria va nella direzione di porre rapidamente termine ai legami finanziari che univano le due economie.
 
 
Ossin pubblica articoli che considera onesti, intelligenti e ben documentati. Ciò non significa che ne condivida necessariamente il contenuto. Solo, ne ritiene utile la lettura
 
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