ProfileAnalisi, 30 agosto 2020 - Dopo il 2011 e la destabilizzazione della Libia – a causa dello sconsiderato intervento di Francesi, Britannici e Statunitensi – è cresciuta la presenza di jihadisti internazionali nel Sahel, dove hanno trovato un rifugio ideale (nella foto, la nuova giunta militare del Mali)     

 

 
Il Sahel in un vicolo cieco
Éric Denécé
 
Estremismo religioso, terrorismo, criminalità, conflitti etnici… da più di due decenni, i fattori di insicurezza nel Sahel si moltiplicano. Nonostante gli sforzi fatti dagli Stati della regione, la mancanza di infrastrutture, di stabilità e sicurezza rendono impossibile lo sviluppo economico, precipitando le popolazioni nella povertà, accrescendo le frustrazioni e spingendole verso ideologie estreme e violente o verso attività illegali. Gli Stati saheliani devono sempre più affrontare queste minacce, che hanno grandissima difficoltà a fronteggiare
 
I responsabili del golpe del 18 agosto 2020 in Mali parlano alla Nazione
 
Dopo il 2011 e la destabilizzazione della Libia – a causa dello sconsiderato intervento di Francesi, Britannici e Statunitensi – è cresciuta la presenza di jihadisti internazionali nel Sahel, dove hanno trovato un rifugio ideale. Lo spazio sahelo-sahariano è immenso, poco popolato e assolutamente non amministrato; le frontiere non sono né materializzate né controllate, liberi sono i movimenti e le possibilità di nascondersi sono molteplici; traffici di ogni genere consentono ai jihadisti di rifornirsi con facilità (armi, veicoli, benzina, ecc) e la corruzione endemica consente loro di sfuggire alle forze di sicurezza, acquistando le necessarie complicità.
 
Inoltre, in tutta la regione, i fondamentalisti possono contare sulla benevolenza delle popolazioni locali in quanto, paradossalmente, essi garantiscono una qualche forma di giustizia dove non ve n’è alcuna, garantendo cure mediche elementari e, talvolta, anche aiuti alimentari, laddove i programmi di assistenza nazionali e internazionali hanno fallito. I giovani, condannati ad una disoccupazione endemica, sono sempre più sensibili alle prediche infiammate di imam radicali, e in gran numero aderiscono a organizzazioni jihadiste, per convinzione o semplicemente per assicurarsi un salario.
 
Parallelamente sono attivissime anche organizzazioni criminali transnazionali. Si sono impiantate nel Sahel a partire dall’anno 2000, approfittando degli scarsi mezzi di cui erano dotate le forze di sicurezza degli Stati locali. La regione è quindi diventata un nuovo luogo di passaggio del traffico di cocaina sud-americano. Infatti, dal 2005, in conseguenza di un rafforzamento della sorveglianza dei Caraibi e delle coste atlantiche, la droga viene oramai trasferita verso le coste dell’Africa dell’Ovest e, attraverso il Sahel ed il Sahara, raggiunge il Mediterraneo e l’Europa. Poiché i profitti sono colossali, le organizzazioni criminali sono in grado di assicurarsi complicità locali, per garantire un passaggio sicuro alle loro preziose mercanzie. Diversi cartelli sud-americani hanno quindi stretto rapporti con alcune tribù tuareg, elementi del Fronte Polisario e movimenti islamici.
 
Lo spazio saheliano è caratterizzato anche da tensioni intercomunitarie sempre più acute, ciò che comporta il moltiplicarsi di milizie locali, autorizzate o meno dai governi. Gli scoppi sono imprevedibili e, talvolta, provocano massacri intercomunitari. Gli Stati della regione sono infatti dei veri e propri mosaici etnici, nei quali i gruppi da cui provengono i governanti godono in genere di una posizione di privilegio. Il concetto di Stato-nazione non ha mai davvero messo radici in Africa, e ciò mette in discussione le frontiere fissate dalla colonizzazione. Infine, i tentativi di dialogo tra il governo centrale e le etnie più sfavorite sono rari e spesso inconcludenti.
 
In un simile contesto, gruppi terroristi e organizzazioni criminali reclutano aderenti nella popolazione locale, strumentalizzando la religione, come un tema identitario, e la mancanza di sviluppo socio-economico. La questione climatica (siccità, scarsità di risorse idriche) si aggiunge a tutti gli altri fattori e complica una situazione già tesa, accrescendo le rivalità per il controllo delle terre arabili.
 
Gli Stati della regione, posti di fronte a tali multiple minacce e alla sfiducia delle popolazioni, perdono capacità di controllo. Si rivelano incapaci di assicurare sicurezza, sviluppo, e di imporre la propria autorità sui territori affidati alla loro responsabilità, consentendo la nascita di vere e proprie «zone grigie», sottratte ad ogni controllo statale, nelle quali terroristi e criminali prosperano in assoluta tranquillità.
 
Non bisogna, ovviamente, dimenticare i fattori esterni che contribuiscono ad accrescere l’instabilità del Sahel. Alcuni paesi stranieri non esitano a manipolare gli attori locali per garantirsi influenza nella regione, con l’obiettivo di sfruttarne le ricchezze o impedire che lo facciano i loro concorrenti. Va segnalata in proposito l’influenza internazionale assolutamente nefasta dell’Arabia Saudita e del Qatar, che vi diffondono la loro visione settaria e radicale dell’islam; ma anche dell’Algeria e del Marocco, che vi esportano le loro rivalità. Queste interferenze straniere contribuiscono molto ad alimentare i conflitti locali.
 
Per gli Stati del Sahel, quindi, le sfide sono estremamente complesse. I problemi da risolvere non possono più essere affrontati nel solo ambito nazionale e nemmeno regionale, perché essi sono sempre di più legati a fattori extra-regionali. Quindi la ricerca di soluzioni può avvenire solo in modo collettivo, sviluppando la cooperazione regionale. Dunque la sicurezza non potrà essere ripristinata nel Sahel se non grazie a sforzi coordinanti degli Stati locali. La lotta contro il terrorismo e il crimine organizzato non potrà mai essere efficace finché sarà limitata da questioni di frontiera e sovranità, o da rivalità regionali.
 
E’ inoltre indispensabile che la lotta avvenga in modo coordinato, sia contro il terrorismo che contro la criminalità, giacché è oramai una realtà la collusione tra le reti internazionali del traffico di droga e gli pseudo-terroristi islamisti. Esse si sostengono l’un l’altra: le reti terroriste ricavano dai traffici mezzi per armarsi ed equipaggiarsi; dall’altro lato, l’insicurezza che esse provocano costituisce il terreno ideale perché la criminalità internazionale possa sviluppare le sue attività. Non potrà esservi una lotta antiterrorista efficace, senza una lotta globale contro ogni forma di criminalità.
 
Purtroppo, deve invece constatarsi che i paesi della regione contrastano ancora queste minacce in ordine sparso e che diversi tentativi di coordinamento hanno prodotto solo magri risultati – compreso il G5 Sahel, nonostante l’impegno europeo. Soprattutto gli eserciti regionali non sono abbastanza addestrati ed equipaggiati per far fronte ai gruppi armati; e ancora accade che essi commettano abusi contro le popolazioni che dovrebbero proteggere, alienando ogni sostegno popolare alla loro azione.
 
Il colpo di Stato del 18 agosto 2020 a Bamako è la perfetta illustrazione di questa assenza di sicurezza che genera una instabilità politica senza fine. L’episodio non meraviglia per niente perché c’erano tutte le ragioni perché accadesse: condizioni di vita degradate, tensioni interetniche, accordi di pace non rispettati, incapacità del governo a respingere gli attacchi delle forze islamiste, ecc.
 
Anno dopo anno, il Mali sprofonda nel caos. I suoi leader politici sono stati incapaci – o non hanno voluto – affrontare i problemi che affliggono il loro paese con determinazione; la classe politica si caratterizza per cattiva amministrazione, nepotismo e spudorati arricchimenti; una parte dell’alta gerarchia militare è minata dalla corruzione, più interessata a fare affari che a combattere. In sette anni di governo, si è dimostrata incapace di costruire un esercito efficace, nonostante gli aiuti della Francia e di molti altri partner internazionali.
 
Conclusioni
 
Sono quasi vent’anni che il Sahel si trova in uno stato di quasi guerra e non si intravvede alcuna via di uscita. Si pone quindi una questione: è illusorio cercare di riportare pace nella regione? Una delle chiavi per sbloccare la situazione è quella del conflitto libico nel quale, purtroppo, le due parti in conflitto e i loro sponsor non hanno affatto l’aria di essere disposti a negoziare.
 
Senza farsi travolgere dal pessimismo, bisogna tuttavia essere coscienti che la situazione è lontana da ogni soluzione. Gli Stati del Sahel devono quindi prepararsi per un’azione a lungo termine, durante la quale dovranno dare prova di determinazione e costanza, perché i flagelli che sconvolgono la sicurezza e lo sviluppo della regione non spariranno in pochi anni. Unico aspetto positivo: la situazione difficilmente potrà peggiorare…
 
 
 
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