Capire il continuum della radicalizzazione, per combattere efficacemente contro il terrorismo
Eric Denécé
 
 
I fenomeni di radicalizzazione, che spingono alcuni individui a escludersi dal mondo e poi passare all'azione violenta in nome di un'ideologia estremista, sono presenti da più di un secolo. L'esempio emblematico è oggi il terrorismo jihadista. Ma non è l'unico. La causa animalista, ecologista e anti-abortista hanno prodotto veri e proprio gruppuscoli terroristi, responsabili di sabotaggi, attentati e omicidi[1]. Dunque, qualsiasi ne sia l'ideologia, si osserva nella maggior parte dei movimenti militanti una crescita preoccupante delle derive violente, dovute all'accelerazione del processo di radicalizzazione.
 
Militanti dell'Animal Liberation Front (ALF)
 
Indubbiamente, la civiltà iper-mediatica dell'immediatezza e dell'emozione nella quale viviamo spinge gli individui ad una realizzazione immediata delle loro aspirazione. Questo modo di pensare è ancora più presente tra gli attivisti di cause militanti che hanno compreso come, più le loro azioni sono spettacolari, più i media vi dedichino attenzione, raddoppiando in questo modo la loro risonanza e il loro impatto sull'opinione pubblica, accrescendo quindi – comunque, secondo loro – la velocità con cui raggiungeranno i loro obiettivi. Quasi meccanicamente, tutto ciò spinge questi attivisti in una fuga in avanti e li incoraggia a commettere atti sempre più estremi, che a questo punto si spingono fino al terrorismo. Di conseguenza, un sempre maggior numero di aderenti a queste cause passano, a tempo di record, dalla posizione di sostenitore a quella di militante, poi di attivista e di terrorista.
 
Le cinque fasi della radicalizzazione
 
Nel corso dell'ultimo terzo del XX° secolo, tutte le cause terroriste si sono caratterizzate per una struttura ternaria comprendente: un movimento politico di espressione non violenta, la «vetrina legale»; un'organizzazione clandestina che realizza azioni violente, il suo «ramo armato»; e i simpatizzanti della causa. Così è stato per esempio il caso degli Irlandesi (Sin Fein e IRA), dei Baschi (Herri Batasuna e ETA); ma anche dei Palestinesi, dei Curdi, degli Armeni, ecc.
I tempi però sono cambiati. Le grandi cause o ideologie della fine del XX° secolo e inizio del XXI° si caratterizzano oramai per una strutturazione a cinque livelli che si incasellano l'uno nell'altro, come le bambole russe. Dalla loro nascita al passaggio all'azione ultra-violenta, le nuove cause contestatarie attraversano cinque fasi (ideologia, strutturazione, militanza, attivismo, terrorismo) che si è fortemente tentati di paragonare alla progressione di una malattia nel corpo sociale.
 
Fase 1: L'ideologia – la fase del profeta
 
Reagendo a una situazione che ritengono ingiusta e che vorrebbero cambiare, uno o più individui propongono una nuova soluzione. Queste donne e questi uomini sono generalmente degli intellettuali o pensatori dotati di tutta la legittimità morale o scientifica per parlare di una certa questione. Possono essere anche talvolta dei religiosi rispettati dalla loro comunità (imam, evangelici, ecc.). Si impegnano allora, più o meno con successo, a divulgare le loro idee e ad attirare l'attenzione sulla causa che intendono difendere (conferenze, prediche, pubblicazioni, media, ecc.) con metodi democratici. Le loro riflessioni e i loro lavori costituiscono rapidamente la base di una nuova corrente di pensiero che fa riferimento ai padri fondatori di quei concetti.
Nella maggior parte dei casi, in questa prima fase, le idee sono più spesso legittime e suscettibili di fornire un contributo particolare a qualche questione sociale. Se pure non riescono a guadagnarsi un consenso maggioritario, le teorie proposte non rappresentano generalmente alcuna immediata minaccia per la collettività: così è stato per l'atermondismo, l'ecologia, i diritti degli animali, la critica alla società dei consumi, il pacifismo, il dibattito sull'aborto, la religione ecc. Eccezioni a questa regola sono i testi elaborati da ideologi estremisti che bisogna considerare, fin dalle origini, come pericolosi e reprensibili (estrema destra, anarchismo, sette, islam radicale, ecc.)
Evidentemente alcune idee o teorie non avranno alcuna eco e resteranno lettera morta, senza capacità di influenza.
 
Fase 2 : La strutturazione - La fase dei discepoli, della prima chiesa
 
Questa seconda fase è quella delle strutturazione, della creazione del nocciolo duro: alcuni individui isolati, aderendo a queste idee, decidono di mettersi insieme per discutere delle tesi del "maître à penser" e rafforzare le loro convinzioni: riunione, dibattiti, riflessioni ecc.
In questa seconda fase, l'atteggiamento è generalmente aperto e non clandestino: si traduce in una formalizzazione dell'associazione, la creazione di un sito internet, delle pubblicazioni e interventi sui media...  che aiutano in un primo tempo più al rafforzamento del sentimento di appartenenza che alla diffusione delle idee. Queste azioni sono dunque generalmente tutte legali e hanno soprattutto l'obiettivo di allargare la base di reclutamento di nuovi adepti.
Alcune cause non vanno oltre questa fase (comunità ristrette) se le idee dei loro promotori non riescono ad avere alcuna eco nell'opinione pubblica.
 
Fase 3: La militanza – la fase del proselitismo, dell'espansione
 
Questa terza fase è davvero lo stadio dell'affermazione del gruppo e delle sue idee, dell'inizio dell'intervento sulla società. E' l'uscita dall'ombra, il passaggio al proselitismo, alla militanza attiva per riuscire a cambiare le cose: campagne di comunicazione, di informazione, di reclutamento, raccolta di fondi, manifestazioni, proteste, lobbying, ecc. A seconda dell'impatto delle idee, della loro legittimità, dei mezzi messi in campo per diffonderle, una causa avrà una eco più o meno importante.
Siamo allora nella fase delle azioni legali e non violente (libero uso del diritto di manifestare e di comunicare; proteste e opposizione pacifica, impegno politico nelle elezioni, ecc.). I modi di espressione non violenti possono essere spettacolari (catene umane ecc), concepite per offrire una visibilità mediatica di massima ampiezza … e permettere la conquista degli spiriti e degli spazi. E' sempre in questo stadio che si allacciano rapporti e relazioni internazionali con gli attivisti stranieri che aderiscono alla stessa causa.       
La maggior parte delle cause e delle organizzazioni non vanno oltre questo stadio, perché sono fedeli, per volontà o calcolo, alle regole democratiche e ai limiti che esse impongono. Questo è per esempio il caso del Tabligh, organizzazione di origine indo-pakistana che è il principale attore del proselitismo islamico nelle nostre banlieue.
 
Fase 4: L'attivismo – La fase dei fondamentalisti
 
Malauguratamente, avvenimenti più o meno contingenti possono spingere dei gruppi protestatari a evolvere verso azioni più radicali. Questa quarta fase si caratterizza per una radicalizzazione di una parte dei membri delle strutture militanti, che ritengono insoddisfacenti le azioni legali e decidono di spingersi oltre per far trionfare la loro causa.
Questa fase è quella delle prime derive antidemocratiche e dei veri e propri attacchi all'ordine e alla tranquillità pubbliche. E' l'ingresso – soprattutto per le correnti altermondialiste, ecologiste e animaliste – nel campo della trasgressione, delle azioni violente e reprensibili (agitazione/propaganda, operazioni di raccolta informazioni e di infiltrazione, occupazioni di siti o di locali,  blocchi stradali, sit-in, danneggiamenti e saccheggi, scontri con le forze dell'ordine, ecc). Si osserverà che questa forma di contestazione include azioni talvolta considerate dai loro autori come «non violente». Certamente esiste una gradazione in queste azioni di agitazione; ma in realtà esse appartengono tutte ad una stessa logica: non si tratta più di modi di espressione legali e democratici propri di una opposizione. In tutte le democrazie sono considerate come specifiche infrazioni sanzionate penalmente.
Per realizzare queste azioni, si osserva un livello di organizzazione, di preparazione, di addestramento e di coordinamento molto superiore a quello della fase precedente.
 
Fase 5 : Il terrorismo – La fase della guerra santa, del jihad
 
Alcuni attivisti sono determinati ad andare ancora più in là, fino al sabotaggio e al terrorismo. Questa quinta fase è la fase ultima di una causa, la sua fase « guerriera ». Riesce a mobilitare un limitatissimo numero di individui, ma essi sono straordinariamente motivati o indottrinati, organizzati, determinati e creativi. Sono loro a porre in essere le sfide maggiori alla sicurezza delle nostre società, in quanto moltiplicano – o tentano di farlo – le azioni ultra violente e illegali: sabotaggi e attentati.
Il loro modo di operare è totalmente clandestino, spesso a carattere internazionale (appoggio logistico o finanziario straniero, territori per la ritirata, ecc.). I gruppi violenti sono esperti nelle tecniche di raccolta di informazioni e di azioni tipo commando (sabotaggi, sequestri, distruzioni, operazioni « a sorpresa », ecc.). Il loro obiettivo è di colpire direttamente le persone, gli eventi, i beni materiali che incarnano il « nemico ». Con le loro azioni, cercano di lasciare il segno, prendendo di mira soprattutto degli innocenti, per modificare i comportamenti e far trionfare la loro « causa » o rovesciare il « sistema ». L'obiettivo è quello di rendere la minaccia e la pressione insopportabili per incidere prima sulla pubblica opinione e poi sui decisori.
Siccome sono oggetto di indagini e qualcuno viene arrestato e condannato, gli attivisti violenti di questo quinto stadio hanno creato proprie organizzazioni di appoggio ai loro « prigionieri di guerra ».
 
 
Così prende forma il modo di funzionamento originale delle nuove ideologie sovversive dell'ordine costituito. Funziona come le bamboline russe. Ogni causa violenta dispone sistematicamente del suo o dei suoi movimenti di espressione non violenti, ma anche di un gruppuscolo quasi terrorista. Soprattutto si osserva che nella maggioranza dei casi – se non nella totalità – esiste uno stretto legame tra l'attivismo violento (fase 4) e il passaggio all'azione terrorista (fase 5), e il primo serve da terreno del secondo. Così i « bravi figli », i movimenti ecologisti, animalisti, antiabortisti hanno tutti dato luogo ad una frangia di attivisti radicali e poi a cellule terroriste. E lo stesso vale per le correnti islamiste.
L'analisi dei movimenti e dei fenomeni di contestazione nel corso degli ultimi venti anni permette di evidenziare un dato importantissimo: esiste un continuum di violenza, che va dalla militanza al terrorismo. In questo continuum di violenza, si passa alle idee alle manifestazioni, alla contestazione e poi al terrorismo come afferma in termini generali Bernard Wicht "senza vera interruzione, né transizione, dalle inciviltà alla guerra passando per le sommosse, l'insurrezione o la ribellione. Pensiamo ad esempio ai moti di Los Angeles nel 1992 e a quelli delle banlieue francesi nel 2005, ai fatti del G8 a Genova del 2001, alla guerra delle gang a Sao Paolo nel 2006, o ancora alla zona di caos creata a New Orleans dopo il passaggio dell'uragano Katrina (2005) e poi occupata dalle gang e dai trafficanti di droga[2] ».
 
La frontiera violenza/non violenza : una illusione ?
 
Se un tempo la differenza tra i tre livelli di organizzazione (movimento politico, movimento armato e simpatizzanti) era chiara, perfino quasi ermetica, oramai non è più così e le frontiere tra le cinque fasi della radicalizzazione sono sempre più sfumate. Oggi osserviamo cinque fenomeni nuovi e preoccupanti.
 
Radicalizzazione accelerata
 
Si osserva una tendenza ad una radicalizzazione sempre più rapida delle organizzazioni contestatrici, come se la società dell'informazione e i mezzi che essa mette loro a disposizione accelerasse negli individui la rapidità con la quale desiderano imporre il loro punto di vista. Quale sia la natura delle idee o delle cause, esse portano in sé una tendenza sempre più frequente all'estremismo.
La trasformazione del militante (che opera nella legalità) in ecoguerriero o jihadista (fondamentalmente clandestino) è sempre più imprevedibile e rapida. Di conseguenza, è difficile preconizzare l'evoluzione di un gruppo con qualche anno di anticipo, di qui la difficoltà di individuare le persone realmente pericolose. La radicalizzazione può manifestarsi in differenti maniere e intervenire a livelli differenti. Può limitarsi al discorso. Quando un militante o un credente che condannava la violenza comincia a giustificare il ricorso ai sabotaggi e agli attentati, è segno di radicalizzazione. Si può parlare anche di radicalizzazione quando un gruppo che aveva un repertorio di azioni pacifiche comincia a danneggiare beni privati o pubblici. Una nuova tappa nel processo di radicalizzazione sarà toccata se questo gruppo decide di compiere azioni violente contro le persone.
 
Mobilità degli attivisti
 
Oggi le frontiere tra i movimenti di idee, di contestazione e di azione violenta sono sempre più sottili e il fenomeno di radicalizzazione degli individui sempre più rapido. Si osserva una grande mobilità degli individui tra i diversi strati di una causa, e questo con consente più, come nel passato, di tracciare linee precise tra quelli che contestano solo e quelli che passano all'azione violenta. Occorre non perdere mai di vista che i legami tra i diversi livelli sono molti e che le frontiere sono sfumate e mobili. Tutte le reti sono confuse dalla mobilità degli individui e dalla loro personale evoluzione. Così, il passaggio sempre più frequente di alcuni militanti dalla contestazione alla violenza, perfino al terrorismo, rende obsoleti i trattamenti individualizzati del terrorismo rispetto alle altre forme di contestazione, anche violenti, che precedono la sua comparsa.
 
Solidarietà tra i vari livelli
 
Indubbiamente, trovandoci ancora solo nella « prima età » di questa forma nuova di contestazione, si osserva una solidarietà tra i vari livelli che non si smentisce quasi mai. Ciò significa che un militante che ascende al secondo o terzo “stadio” non denuncerà mai le violenze dei suoi correligionari che operano al quarto o addirittura al quinto livello, perché tutti difendono la stessa causa, anche se con metodi diversi. Sicuramente le azioni più violente non riflettono i comportamenti di tutti, ma deve constatarsi che questa colpevole omertà equivale ad acquiescenza. I collettivi violenti sono ben conosciuti dai gruppi « non-violenti » anche se questi ultimi affermano di non avere alcun rapporto con loro. I loro blog e forum sono diventati dei veri siti di incontro virtuale e scambio di informazioni. I loro planning e le loro rivendicazioni sono spesso manifesti e aperti a tutti gli internauti iscritti. Questa solidarietà è fonte di continua inquietudine, soprattutto quando vengono commessi atti di puro e semplice terrorismo, per quanto posti in essere in nome di una causa che gli interessati giudicano nobile.
Per esempio il gruppo PETA (People for the Ethical Treatment of Animals) non ha mai condannato le azioni violente o illegali dell'Animal Liberation Front (ALF) o di altri gruppi radicali del movimento animalista. Il movimento viene quindi accusato di finanziare e dare appoggio agli estremisti violenti e criminali. Nel 1995, PETA avrebbe versato somme importanti al comitato di sostegno per Rodney Coronado, un membro dell'ALF arrestato per avere incendiato un laboratorio di ricerca dell'Università del Michigan. E' il motivo per cui qualcuno definisce volentieri PETA come « braccio politico » dell'ALF.
 
Cooperazione tra i diversi gruppi di una causa
 
Una importante caratteristica dei nuovi movimenti attivisti è il livello di cooperazione internazionale che si registra. Le connessioni tra i vari gruppi sono multiple. Per esempio, sette associazioni animaliste tra cui PETA hanno messo in comune le rispettive risorse umane e finanziarie per raggiungere i loro obiettivi e moltiplicare gli effetti delle loro azioni.
 
Convergenza delle cause
 
Nell'ambito dell'ambientalismo moderno, è interessante osservare che vi sono molti militanti “con più tessere”. La cosa non deve sorprendere, per almeno due ragioni. Da una parte perché, essendo ogni causa molto specialistica, è del tutto possibile che un individuo aderisca a diverse di esse. Per esempio, John Sellers, direttore della Ruckus Society, è anche membro di Rainforest Action Network e di Earth First ! D'altra parte, i temi trattati sono molto vicini gli uni ali altri. Infine tutti questi movimenti hanno un reale interesse tattico e strategico ad estendersi per pesare sull'evoluzione delle cose.
 
Complessivamente, sembra che la scelta del modo d'agire dei movimenti di contestazione sia tanto tattica che ideologica. Infatti, se molti militanti sono realmente e sinceramente non violenti, i leader dei gruppi sembrano più pragmatici. Per loro la violenza, le manifestazioni, le feste o il lobbying costituiscono solo degli strumenti da utilizzare in funzione di specifici obiettivi. Per i leader dei movimenti contestatari, questi modi di azione sono complementari, e la loro attitudine a cambiare struttura e « cappello » a seconda del tipo di azione che intendono portare avanti, dimostra che nelle loro scelte l'efficacia prevale sulle convinzioni.
 
Un vero processo di deriva settaria
 
In che modo un individuo ordinario, un militante « normale », diventa un fanatico e entra in guerra per difendere la sua causa? Marianne Celka, che ha studiato a fondo i gruppi animalisti, non esita ad evocare una vera deriva settaria. Una parte dei militanti si radicalizza progressivamente, passando dal  "vegetarianismo etico al veganismo inteso come l'unico modo di vita compatibile coi suoi valori. Segue poi un processo graduale che lo porta da una semplice constatazione (la sofferenza animale) allo zelo col quale conforma i propri comportamenti alle sua credenze[3]". Poi l'attivista animalista si conferma nelle sue credenze condividendole con altri adepti, « nella frequentazione di alter-ego che condividono le stesse convinzioni, nei mille incoraggiamenti che gli verranno dall'esperienza quotidiana e, infine, dalla coerenza logica della sua dottrina ». Questo rinsaldamento delle credenze è il risultato dell'indottrinamento operato dal proselitismo di attivisti convinti. Permette di guadagnarsi l'adesione di menti profane o ignoranti e di confortare sempre di più i "convertiti" nelle loro convinzioni: « gli argomenti a sostegno di queste credenze sono talvolta sottili e tecnici, conferiscono loro un'aria di verità, perfino di scientificità e non possono esercitare il loro potere di attrazione se non su spiriti preparati a riceverli ».
Quindi Marianne Celka osserva che "gli individui impegnati nella lotta animalista, quando ritengono di agire in nome di valori assoluti e inalienabili, si rendono produttori e promotori di un pensiero estremo che li porta ad atteggiamenti fanatici". Inoltre gli estremisti violenti, con le loro azioni, ingiungono ai “moderati” di fare una scelta di campo. Per loro il terrorismo si presenta come l'unico metodo rivoluzionario capace di instaurare una parvenza di giustizia sociale agli occhi degli animalisti più zelanti. "Paradossalmente questi attivisti sono in genere molto bene integrati socialmente, danno prova di equilibrio intellettuale e morale (...), non c'è incompatibilità tra estremismo e integrazione sociale".
Vi ritroviamo punto per punto il processo seguito dai mussulmani che si radicalizzano per passare dal fervore religioso all'islam salafita e poi al terrorismo jihadista. Il movimento takfirista si iscrive dunque, anch'esso, nella logica dei nuovi fenomeni settari.
 
I necessari adattamenti dei servizi di informazione interni
 
E' dunque essenziale agire contro i fenomeni di radicalizzazione e non solo contro la violenza terrorista. Infatti, se lottiamo solo contro gli individui e i gruppi armati – quale sia la loro ideologia - obiettivamente finiamo col « cooperare ». E' il corso d'acqua che occorre tenere sotto controllo per evitare che la nave affondi. Sorvegliando le ideologie suscettibili di derive fin dalla loro origine, è possibile distinguere meglio tra le sue molteplici ramificazioni e individuare molto in anticipo gli elementi che potrebbero essere tentati dall'azione violenta, prima che lo facciano. Bisogna dunque assumere il fenomeno nella sua dimensione globale, dalle sue radici ideologiche, i suoi guru, i suoi elementi che fanno proselitismo, i suoi militanti più o meno pacifisti, fino alla componente violenta.
Ora, cosa si osserva in Francia? La riforma dei servizi di informazione interni realizzata nel 2008, che ha diviso le competenze tra la DCRI (diventata DGSI) e la SDIG (diventata SCRT), ha introdotto una discontinuità dannosa nella sorveglianza delle correnti, dei gruppi e degli individui che potrebbero un giorno decidere di commettere azioni violente o terroriste. Certo si è solo spostata la frontiera che esisteva già prima tra la DST e la DCRG. Ma si sarebbe invece dovuto procedere alla completa fusione tra questi due servizi. Peggio ancora, la riforma ha concentrato la lotta antiterroristica nelle sole mani della DGSI. Se, in teoria, questo servizio dovrebbe centralizzare le informazioni detenute dagli altri servizi francesi (articolo 2 del decreto n° 2008-609 del 27 giugno 2008), nella pratica questo non accade. « La tendenza è quella di un trattamento interno dei propri dati, privilegiando una sola analisi fatta in casa e lasciando da parte gli altri servizi il cui apporto viene considerato come accessorio[4] ».
Così, l'informazione generale – compito cui è affidata l'individuazione precoce quello che si muove nelle profondità della nostra società – è stata trascurata dalla riforma, i mezzi che sono stati ad essa accordati inizialmente sono stati derisori ed essa è stata esclusa dalla « comunità francese dei servizi di informazione ». Questa incresciosa decisione ha privato le autorità di uno strumento di conoscenza indispensabile sulle « zone grige » del nostro territorio – essenzialmente le banlieue delle nostre metropoli -, che sono i veri vivai del crimine, della radicalizzazione religiosa e del terrorismo.
Tutti gli esperti osservano che vi è un passaggio sempre più frequente dalla contestazione alla violenza e dalla delinquenza al terrorismo, a prescindere dalle cause. Separare il servizio di informazioni « chiuso » da quello « aperto » non ha dunque senso. Tanto più che non è possibile lottare efficacemente contro degli Homegrown terroristi se non si è presenti nelle banlieue a rischio e se non se ne conoscano le dinamiche.
La lotta antiterroristica deve dunque cominciare dall'analisi precoce delle condizioni che favoriscono la nascita di ideologie, di gruppi o individui « radicali ». Ciò comporta che debba essere affidata alla sicurezza interna la sorveglianza delle banlieue a rischio, la delinquenza – soprattutto i traffici di droga e armi -, lo sviluppo delle gang e delle violenze urbane, le moschee di quartiere, i gruppuscoli attivisti, che sono tutti « focolai » suscettibili di rappresentare un pericolo per la nostra società. Non è quindi incoerente porre la questione dell'opportunità di tornare ad una fusione tra la DGSI e e tutta o parte del SCRT. Solo un simile insieme permetterebbe di gestire globalmente la minaccia radicale e terrorista.
Peraltro la lotta, per essere efficace, deve partire dal terreno, vale a dire da un controllo stretto del territorio, stretto e omogeneo. E' così che funziona il BfV – l'equivalente tedesco della DGSI – la cui struttura centrale è molto meno robusta di quella del suo omologo francese – ma le cui antenne regionali sono più sviluppate. Il servizio di sicurezza interno tedesco funziona prima di tutto a partire dalle informazioni raccolte dalle LfV, le sue strutture presenti in ciascun Lander. Insomma, è il lavoro sul campo che comanda, e Berlino centralizza solo le informazioni e coordina le azioni. Più o meno il contrario di quanto avviene in Francia, dove tutto parte da Parigi. Questo controllo stretto del territorio è anche la principale ragione dell'efficacia del Shin Beth, il servizio di sicurezza interno israeliano, che deve fare fronte in permanenza alla minaccia della resistenza in un contesto assai particolare.
 
Note:
 
[1] Cf. Eric Denécé e Jamil Abou Assi, Ecoterrorisme ! Altermondialisme, écologie, animalisme : de la contestation à la violence, Tallandier, Paris, 2016.
[2] Bernard Wicht, « Quelles réponses aux défis stratégiques contemporains (II). Redécouvrir la contre-guérilla », Military Power Revue der Schweizer Armee Nr. 1-2008, Beilage zur ASMZ 4/2008 und zum Schweizer Soldat 4/2008, p. 32.
[3] Marianne Celka, L'animalisme
. Enquête sociologique sur une idéologie et une pratique contemporaines des relations homme/animal, Thèse de doctorat, Université Paul Valéry-Montpellier III, 2012, p. 417.
[4] Nathalie Cettina, « Antiterrorisme : une fragile coordination », Note de réflexion n°9, Centre Français de Recherche sur le Renseignement (CF2R), aprile 2011.
 
 
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