Vita e morte dell'Asala
Yegavian Tigrane
 
Per quasi 15 anni, giovani militanti armeni della diaspora hanno seminato il terrore in Medio Oriente, in Europa, in America del Nord. Se pure gli obiettivi dell’Esercito segreto armeno per la liberazione dell’Armenia (ASALA) non si sono realizzati, le sue operazioni hanno avuto un impatto tale da imporre nuovamente all’attenzione una  questione che sembrava oramai morta e sepolta. Quale è stato il percorso di questo « esercito segreto » inserito nella lista statunitense delle organizzazioni terroriste e direttamente responsabile della morte di 46 persone e del ferimento di altre 299 ?
 
 
La pubblicazione in traduzione francese della biografia di Monté Melkonian (1957-1993) (1), figura del nazionalismo armeno, nato in California, falciato dal fuoco azero durante la guerra del Karabakh dopo essere stato membro dell’esercito segreto armeno, riapre le piaghe di una storia che deve ancore essere scritta.
 
La genesi “libanese” 
 
E’ nella Beirut della metà degli anni 1960 che si colloca la genesi della lotta armata. Geograficamente vicino all’Armenia ottomana, cancellata dalla carta nel 1915, questo polo culturale armeno diventa il cuore pulsante della diaspora. L’importanza della sua stampa, la ricchezza della sua vita intellettuale, il peso dei suoi partiti politici, il dinamismo delle sue chiese testimoniano di un’età dell’oro in esilio. 
 
Per quanto male integrati fino a tutti gli anni 1950, gli Armeni si sono poi trovati bene con la formula del « confessionalismo politico » che ha consentito loro di ritagliarsi uno spazio nel concerto delle 17 comunità libanesi ufficialmente riconosciute. Fondato sull’indipendenza di ciascuna comunità, questo sistema ha contribuito al consolidamento di strutture garanti della conservazione della lingua e della cultura armene. In quell’anno 1965, i figli e i nipoti dei sopravvissuti celebrano in gran pompa il cinquantenario del genocidio di 1,5 milioni di Armeni. L’avvenimento risuona come uno schiaffo per la giovane generazione di militanti assetati di giustizia e di riparazioni, che si scontra con l’indifferenza della comunità internazionale e l’arroganza del governo negazionista turco. Altrove, negli Stati Uniti, in Francia, le comunità armene si estinguono di una morte lenta, conseguenza di una assimilazione paragonata ad un « genocidio bianco », che alcuni considerano ineluttabile.
 
Mentre i partiti tradizionali armeni non intendono porre la liberazione dei territori armeni al primo posto della loro agenda, a Beirut, Parigi, Los Angeles, Aleppo e Teheran, una gioventù armena influenzata dalle idee dei movimenti antimperialisti e anticolonialisti è galvanizzata dall’esempio palestinese. Nei campus universitari di Beirut si realizzano interazioni. I giovani Armeni vedono nell’azione di questo popolo di rifugiati in arme la migliore risposta all’inattività e alla passività dei partiti tradizionali armeni (2).
 
Nel 1973, il giovane Alec Yenikomchian ha 18 anni. Ha quasi completato i suoi studi secondari al liceo franco-armeno di Beirut. Conquistato dagli ideali della sinistra progressista e antimperialista, il giovane non intende aderire al vecchio partito nazionalista Tachnag (3), prima forza politica armena nel paese dei Cedri. E’ convinto che questo partito non riesca ad ottenere risultati concreti nella lotta che il popolo armeno intende combattere per la giustizia e le riparazioni. Anche da quelle parti c’è stato il 1968 : effervescenza politica in tutto il mondo, guerra del Vietnam, vittoria dei Palestinesi a Karame contro l’esercito israeliano, ecc. L’azione dei fedayn  palestinesi galvanizza molti giovani Armeni del Libano, che intravvedono nella loro lotta delle similitudini con la loro. Agli occhi di questa gioventù armena politicizzata, pare giunto il momento di uscire dal torpore e di partecipare alle lotte che li concernono quali cittadini libanesi. In questo contesto, la questione armena viene rivisitata da un punto di vista antimperialista. Secondo esercito della NATO, la Turchia non è anche il più fedele alleato di Israele nella regione?
 
Per la sua configurazione sociopolitica, il Libano costituisce dalla fine degli anni 1960 un terreno di violenza armata nello spazio mediorientale post ottomano. Fin dall’inizio degli anni 1920, il paese dei Cedri ha accolto una importante ondata di sopravvissuti al genocidio armeno. Nel 1948, i Palestinesi, espulsi dalla loro patria per consentire la creazione dello Stato di Israele, costituiscono il secondo flusso di rifugiati.
 
I movimenti più radicali che si sviluppano verso la fine degli anni 1960 si iscrivono in quadro sia nazionale che internazionale. Di ispirazione nazionalista, la loro ideologia si fonda essenzialmente sul marxismo e il terzomondismo. Un marxismo che « risponde a un appello, una domanda di senso » (4), perché il Medio Oriente si trovava già in quell’epoca in una stato di « disponibilità ideologica ». Questo marxismo-leninismo ha permesso fin da allora di riempire un vuoto, riuscendo esso ad avere senso « solo attraverso l’uso che ne viene fatto dai suoi adepti » (5). Dal canto suo, Donald L. Horowitz ci dice a proposito della militanza palestinese che quest’ultima « si iscrive nella tradizione universale della sinistra, dove l’insistenza sulla fratellanza tra i « popoli oppressi » e le « classi oppresse » legittima la lotta di una comunità nazionale particolarmente dotata di un senso internazionalista » (6). Quindi si osserva un certo spirito imitativo nelle azioni di ASALA, organizzazione terrorista nata a Beirut nel 1975, con l’aiuto logistico di Georges Habbache e di Wadi Haddad, entrambi cristiani di confessione ortodossa e dirigenti di una delle correnti più radicali dell’OLP, il FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) 
 
Avrebbe potuto l’organizzazione esistere, ai suoi esordi, senza l’aiuto logistico dei suoi amici palestinesi del FPLP ? La questione continua a dividere i pochi veterani, che si sono per lo più trasferiti in Armenia. I combattenti dell’ASALA si sono addestrati negli stessi campi, con altri militanti di organizzazioni arabe, curde, tedesche, basche, corse, ecc. Ed è questa integrazione della struttura in seno all’internazionale rivoluzionaria a differenziarla da un’altra organizzazione rivale armena: i Commando dei giustizieri del genocidio (CJGA), braccio armato della Federazione rivoluzionaria armena Dachnaktsutiun (7). Hanno mezzi simili, ma obiettivi divergenti. Mentre l’ASALA lotta per una « Armenia socialista e riunificata », i CIGA si propongono l’unica finalità di ottenere il riconoscimento internazionale del genocidio armeno e si limitano a colpire esclusivamente bersagli turchi.
 
La storia di una generazione 
 
La storia dell’ASALA è soprattutto quella di una generazione (8) . Tigrane Yégavian, « Génération ASALA » Afrique/Asie n° 136, marzo 2017.]. La prima, sopravvissuta al genocidio, sopravvive, la seconda tace, la terza è quella dell’azione. Provenendo dai partiti tradizionali ma in rottura con la loro passività, le sue giovani reclute e i simpatizzanti sono impazienti di agire, persuasi che ne vada della sopravvivenza della diaspora armena. L’obiettivo è triplice: si tratta in un primo momento di risvegliare la gioventù armena della diaspora minacciata dall’assimilazione, di combattere contro gli interessi turchi e di liberare i territori armeni occupati.
 
A parere della gran parte dei veterani dell’organizzazione, l’ASALA è il risultato di una lunga maturazione. Le commemorazioni del sessantesimo anniversario del genocidio nel 1975 vengono vissute come un ulteriore schiaffo da questi militanti che prendono atto del fallimento dei metodi pacifici. L’agitazione mediatica e la « diplomazia pubblica » non producono i risultati sperati, e mentre anche i Curdi dell’Iraq e della Turchia prendono le armi, la lotta palestinese registra qualche lampo di gloria mediatica, mentre i Vietcong cacciano gli Statunitensi da Saigon. La lotta armata appare come l’unica soluzione possibile.  
 
Inoltre la forza simbolica della figura del fedayn palestinese si inserisce perfettamente nell’immaginario collettivo armeno, la cui narrazione nazionale abbonda di rappresentazioni eroiche dei feddayn armeni dell’Impero ottomano durante gli anni 1890 – 1908.
 
E’ dunque in questo anno di svolta del 1975 in cui scoppia in Libano una guerra civile, che appare un « esercito segreto armeno ». Il suo fondatore, Hagop Hagopian (nella foto a destra), è lo pseudonimo di Harutiun Tagushian, Armeno dell’Iraq, nato a Mosul nel 1951. Luogotenente di Wadi Haddad, entra nell’organizzazione “operazioni speciali“ del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP/OP), in seno alla quale acquisisce esperienza operativa e contatti preziosi. La struttura embrionale che crea nella sede dell’OLP a Beirut ovest è composta da un gruppetto di giovani Armeni del Libano, cui presto si uniranno altri compatrioti della diaspora. Forte del suo taccuino di indirizzi e della sua esperienza, Hagop Hagopian – detto « il Mujaheddin » – farà regnare il terrore nell’ASALA, fino al suo assassinio ad Atene nel 1988.
 
Ma se Hagopian resta nella storiografia armena dell’Armenia come l’incontrastato capofila dell’organizzazione, pure incombono le figure di due intellettuali armeni. Uno è lo scrittore, giornalista e libraio Kevork Adjemian (1932-1998), i cui romanzi e racconti si incentrano sulla riscoperta della questione armena e la necessità della lotta armata (8) ; l’altro è il pastore protestante James Karnusian (1926-1998), residente in Svizzera nel Canton Vallese e apostolo dello « araradismo », un tentativo incompiuto di creare un pendant armeno al sionismo (9).
 
 Il passaggio all’azione 
 
Fin da gennaio 1975, le prime operazioni dell’organizzazione portano la firma “gruppo Kourken Yanikian”, dal nome di questo « lupo solitario » di 78 anni, egli stesso sopravvissuto al genocidio che nel gennaio 1973 aveva abbattuto due diplomatici turchi a Santa Barbara, in California.
 
Quindi il 3 gennaio 1975, l’ASALA firma il suo primo attentato, prendendo di mira la sede del Consiglio Mondiale delle Chiese nella capitale libanese, per protestare contro il ruolo svolto da questo organismo nella promozione dell’emigrazione degli Armeni dal Libano verso gli Stati Uniti (10). Vicine alla Turchia, e per i loro caratteri socioculturali in linea di stretta discendenza dal Miglio ottomano, consideravano di fatto le comunità armene del Medio oriente come « strategiche »
 
Il 22 ottobre 1975, un commando dell’ASALA uccide Danis Tunaligil, ambasciatore turco in Austria; due giorni dopo vengono uccisi l’ambasciatore turco in Francia, Ismail Erez, e il suo autista. Il 10 luglio 1978, in una delle sue rare dichiarazioni pubbliche, l’ASALA illustra la sua linea politica e i suoi obiettivi strategici: lotta contro il nemico turco e i suoi alleati (sottintendendo Israele e l’imperialismo USA), solidarietà con le cause curda e palestinese e con i popoli che hanno riconosciuto il genocidio degli Armeni, ostilità verso i partiti politici tradizionali armeni… L’Armenia sovietica è la « base unica e insostituibile del popolo armeno ». Fatto rimarchevole: durante tutta l’attività dell’ASALA, mai alcun interesse sovietico è stato colpito. Mancando di un radicamento territoriale definito, l’ASALA considera, non senza pragmatismo, l’Armenia sovietica come un territorio « liberato ».
 
Peraltro, elementi dell’esercito segreto armeno prenderanno parte a dei combattimenti durante l’invasione israeliana del Libano del 1982, al fianco dei loro alleati palestinesi e libanesi della Lega dei Lavoratori (رابطة الشغيلة), organizzazione di sinistra fondata da Zaher el Khatib.
 
Indubbiamente l’« età dell’oro » di questo “terrorismo pubblicitario (11)“ si ha il 24 settembre 1981, con l’operazione “Van” e la presa in ostaggio di 56 persone nel consolato turco a Parigi. Super mediatizzata, questa operazione è uno shock per la gioventù armena di Francia, che si mobilita a favore del commando. Gli effetti desiderati finiscono per portare i loro frutti: la questione armena torna all’ordine del giorno (12). La sentenza clemente per i membri del commando viene considerata una vittoria politica. Gli Armeni di Francia possono all’epoca contare sulla benevolenza del ministro dell’Interno, l’ex sindaco di Marsiglia, Gaston Defferre, oltre che di un gran numero di deputati socialisti come l’ex sindaco di Villeurbanne e ministro della Difesa, Charles Hernu.
 
Con l’ASALA, si realizza il rimodellamento di una fiction identitaria stimolata dagli attentati « più riusciti » in termini di rappresentazione e di difesa della causa armena. Questa idea di fiction identitaria rivela tutta la sua pertinenza quando si colga l’importanza del ruolo giocato dai militanti armeni venuti dal Medio Oriente nei confronti della gioventù della diaspora stabilitasi in Occidente, culturalmente in via di assimilazione.
 
Con tutta evidenza l’ASALA è il frutto dell’incontro tra due fattori decisivi che si incrociano alla fine degli anni 1960. Da un lato il disfacimento dello Stato libanese a profitto delle strutture politiche della sinistra araba e della destra libanese che precipiteranno il Libano nella guerra civile; dall’altro il sorgere di un nuovo ciclo nella militanza armena della diaspora. Anche a causa della sua configurazione sociopolitica ed etno-confessionale, il fragile Stato libanese è stato il santuario della resistenza palestinese negli anni 1960 e 1970. Intimamente legato agli esordi al padrino palestinese del FPLP, l’ASALA adotta senza difficoltà la grammatica marxista e fa propria la lotta contro « l’imperialismo statunitense-sionista » e l’espansionismo turco, sulla scia dell’invasione del nord di Cipro nel 1974, senza peraltro minacciare  gli interessi siriani e soprattutto sovietici, come fa  anche il FPLP. 
 
Per la sua singolarità e le sue scelte politiche, l’ASALA si distingue nettamente nei suoi obiettivi dal suo principale rivale armeno, vale a dire i diversi bracci armati della Federazione rivoluzionaria armena (FRA).  Ma al contrario di quest’ultima, non possiede quasi per niente un patrimonio ideologico e non può pretendersi erede diretto di figure del movimento rivoluzionario armeno.
 
La reazione turca e la deriva di ASALA
 
Pur avendo il suo quartier generale a Beirut-ovest fino all’invasione israeliana del 1982, l’ASALA è presente dovunque nella diaspora grazie alla sua rete di simpatizzanti. Ma riesce ad operare anche sul suolo turco, uccidendo 9 persone e ferendone altre 82, durante uno scontro a fuoco all’aeroporto di Esenboga (Ankara) il 7 agosto 1982, o ancora collocando una bomba nel bazar di Istanbul nel giugno 1983 (3 morti e 21 feriti). Come risposta, i servizi segreti turchi dell’Organizzazione nazionale per le informazioni (MIT) vengono incaricati di organizzare l’eliminazione dei membri e simpatizzanti armeni dell’ASALA e dei Commando dei giustizieri del genocidio, chiedendo aiuto ai Lupi Grigi (13) e alle reti Gladio (14).
 
La figlia del generale Kenan Evren, capo della Giunta al potere ad Ankara dopo il colpo di Stato del 1980, assume il commando delle operazioni esterne dei servizi segreti turchi contro la diaspora. Vengono presi di mira in Francia alcuni responsabili come Ara Toranian – redattore capo del giornale Hay Baykar, organo del Movimento nazionale armeno, vetrina dell’ASALA in Francia – e Henri Papazian, della sezione francese del partito Tachnag, mentre in Libano alti responsabili dello stesso partito spariscono in circostanze misteriose.
 
Dopo l’invasione israeliana che saccheggia i suoi locali di Beirut ovest, l’organizzazione ripiega nella piana della Beqa’ sotto controllo siriano, nei suoi campi dove si addestrano anche i combattenti del PKK. Peraltro gli Armeni dell’ASALA beneficiano del sostegno di « regimi amici » come dimostrano le facilitazioni accordate dai governi di Atene e di Nicosia.
 
La grande svolta interviene col sanguinoso attentato perpetrato all’aeroporto di Orly, il 15 luglio 1983, quando esplode una bomba piazzata al banco della Turkish Airlines, facendo 8 morti e 56 feriti. Le conseguenze sono disastrose per la causa armena (15). L’attentato provoca una presa di distanza dei militanti armeni che avevano fino ad allora sostenuto l’organizzazione, oramai travolta dalla spirale del terrorismo cieco. Ulteriore conseguenza, l’ASALA si scinde in due quando l’Armeno statunitense Monté Melkonian (nella foto a destra) (che si farà conoscere un decennio più tardi in Karabakh) crea l’ASALA-Movimento rivoluzionario, ritenendo che la lotta armena debba limitarsi a operazioni rivolte esclusivamente contro lo Stato turco. I separatisti però non riescono a raccogliere finanziamenti e reclute e, braccati dagli uomini di Hagopian, entrano in clandestinità.
 
L’ASALA si occupa allora quasi solo di « missioni in subappalto », soprattutto per conto del Fatah/Consiglio Rivoluzionario di Abu Nidal. “Il Mujaheddin“ decide di precipitare l’organizzazione in una deriva omicida, che l’allontana ancor di più dai suoi obiettivi iniziali, mentre il KGB infiltra il piccolo cerchio ristretto rimasto intorno ad Hagopian.
 
Con l’assassinio del Mujaheddin ad Atene nel 1988, l’ASALA cessa di esistere, non sopravvivendo al suo capo. Quando l’internazionale terrorista si esaurirà alla fine degli anni 1980 con il crollo del muro di Berlino e quando sparirà poco a poco, un decennio più tardi, il terrorismo regionalista autonomista (ETA, IRA, FLB, ARB), l’ASALA non sfuggirà al fenomeno della fine del ciclo della violenza armata rivoluzionaria e del declino delle ideologie mobilitanti di ispirazione terzomondista e marxista.
 
Però proseguiranno i regolamenti di conti tra l’ala filo Hagopian e quella di Monté Melkonian, provocando l’eliminazione di ex membri dell’ASALA in Armenia, mentre la guerra contro l’Azerbaigian infuria alle frontiere.
 
L’eredità di ASALA
 
Molti protagonisti di questo periodo sono ancora in vita. La maggior parte ha eletto domicilio a Erevan, dopo avere scontato le loro pene. Piombati in piena guerra di liberazione del Karabakh, i veterani dell’ASALA hanno ripreso servizio sul fronte armeno-azero. Ex combattenti come Alec Yenicomchian si sono impegnati nei ranghi dell’opposizione radicale, mentre altri sono entrati nel giovane esercito nazionale.
 
Oltre alle rare opere di propaganda pubblicate a Erevan e la pubblicazione del magazine Oukht Ararad, si assiste negli ultimi anni in Armenia a un ritorno di pubblicazioni storiche sul movimento, a carattere revisionista. Da parte sua, il movimento popolare armeno, considerato l’ala politica dell’ASALA, continua a pubblicare a Beirut la rivista Spiurk. Governo corrotto, emigrazioni di massa, ritorno di tensioni alla frontiera del Karabakh e dell’Armenia, le minacce che gravano sul futuro e la sicurezza del popolo armeno non sono mai state tante. Gli ex combattenti dell’ASALA ne sono ben consapevoli, ma i tempi sono cambiati. Restano loro solo le commemorazioni e le manifestazioni annuali di fronte al monumento ai  « martiri » dell’organizzazione, in cima alla collina di Yeraplur, nei pressi di Erevan (16).
 
 
Note:
 
1.Markar Melkonian, La route de mon frère, comment Monté Melkonian, un jeune californien modèle, devint un combattant de légende en Arménie et en Artsakh, éditions Thadée, 2018.
2.In effetti, agli inizi del XX secolo, tre terribili “batoste“ successive hanno fatto pensare che la questione armena fosse definitivamente risolta : due terzi della sua popolazione sono stati sterminati dal genocidio del 1915 ; dopo un’effimera indipendenza, la Repubblica di Armenia nel Caucaso è stata sovietizzata nel 1920 ; e il trattato di Losanna del 1923 Ha escluso una volta per tutte il problema armeno dal sistema internazionale.
3.La Federazione armena Dachnaktsutiun, fondata a Tiflis nel 1890 come organizzazione nazionalista e socialista, è un partito politico armeno transnazionale, membro della Seconda Internazionale socialista. I suoi principali orientamenti ideologici sono il socialismo e il nazionalismo (haitadismo — difesa della causa armena).
4.Hamit Bozarslan, Histoire de la violence au Moyen-Orient. De la fin de l’Empire ottoman à Al-Qaïda, La Découverte, 2008, p.82.
5.Ibid. 
6.Donald L. Horowitz, Ethnic Groups in Conflict, University of California Press, 1985. 
7.Gaïdz Minassian, Guerre et terrorisme arméniens, PUF, 2002, pp. 22-47. 
9.Armand Gaspard, Le combat arménien : entre terrorisme et utopie, Lausanne, L’âge d’Homme, 1984, p. 99.
10.Si calcola che, tra il 1975 e il 1980, quasi 40 000 Armeni abbiano lasciato il Libano. 
11.Gérard Chaliand, « Guérillas et terrorismes », Politique étrangère, 2011/2 (Eté), pp. 281-291. 
12.In una allocuzione pronunciata a Vienna (Isère) il 7 gennaio 1984, François Mitterrand dirà : « Non è possibile cancellare le tracce del genocidio che vi ha colpito. Bisogna che esso resti scolpito nella memoria degli uomini ». 
13.Movimento turco di estrema destra spesso strumentalizzato dal MIT. 
14.Kendal Nezan, « La Turquie, plaque tournante du trafic de drogue », Le Monde diplomatique, luglio 1998. 
15.Michel Marian, « Le terrorisme arménien après « l’âge d’or » », L’Esprit, ottobre-novembre 1984
 
 
 
 
 
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