Daesh espande le sue reti
Alain Rodier
 
Daesh, dato per battuto militarmente sul fronte siro-iracheno nel 2018, sembra comunque intensificare le sue operazioni di guerriglia sul teatro di questa guerra. Certamente lo «Stato islamico», nella sua forma puramente «amministrativa», non esiste più, ma l’insurrezione cova e mantiene un clima di insicurezza nelle regioni a maggioranza sunnita. Ciò che più inquieta, però, è che Daesh accresce progressivamente la propria influenza nelle province (wilaya) estere, fuori dal suo logo di nascita siro-iracheno. Unica eccezione, sebbene puntualmente presente, l’organizzazione terrorista non sembra progredire significativamente in Arabia Saudita, in Yemen e in Iran.
 
 
Sul piano strategico, i movimenti salafito-jihadisti hanno rinunciato a scontrarsi frontalmente coi paesi occidentali, in quanto l’esperienza ha dimostrato loro che è controproducente. I simpatizzanti però vengono invitati, dai vari organi di propaganda sempre molto attivi, a passare all’azione nei luoghi ove si trovano e coi mezzi a loro disposizione. L’obiettivo è quello di mantenere un sentimento di insicurezza nelle popolazioni, che possa frenare le decisioni dei loro governanti in merito ad eventuali interventi esterni. Gli attentati di Madrid dell’11 marzo 2004 (191 morti) che provocarono il ritiro della Spagna dalla coalizione internazionale che combatteva in Iraq, resta nella memoria di tutti. I movimenti salafito-jihadisti, tra cui Daesh, tornano ai fondamentali: riprendere la lotta nei paesi musulmani approfittando della debolezza degli Stati, soprattutto cercando, per quanto possibile, di privarli di sostegni esteri occidentali.
 
Il fronte sito-iracheno
 
Quindi, nel quadro di ciò che la shura (l’organismo di comando centrale di Daesh) ha definito la «battaglia dello sfinimento[1]», Daesh moltiplica da luglio 2018 le operazioni asimmetriche in Siria e in Iraq. Loro avversari sono, oltre alle forze governative, anche le Forze democratiche siriane (FDS) e gli altri movimenti ribelli, compresi quelli che più o meno direttamente dipendono da Al Qaeda «canale storico». L’inimicizia personale esistente tra Ayman al-Zawahiri, l’emiro di Al Qaeda, e Abu Bakr al-Baghdadi (dal suo vero nome Ibrahim Awwad Ibrahim al-Badri), il «califfo» di Daesh, continua più che mai. L’obiettivo è di dimostrare alle popolazioni civili che il movimento salafito-jihadista è sempre presente e attivo. Le zone di operazione principali si situano lungo l’Eufrate, soprattutto nei dintorni di Deir ez-Zor, di Badiya e di Raqqa in Siria, della provincia di Al Anbar, di Falluja e di Bagdad in Iraq.
 
Dal giugno 2017 al luglio 2018, Daesh ha curato di istallarsi con armi e bagagli nelle zone di ritirata come il deserto orientale siriano che copre Abou Kamal, l’est di Damasco, Palmira più a nord, la prima parte della provincia di Idlib, il sud-ovest di Aleppo, il sud di Kirkuk e di Mosul, la vallata del Tigri, il deserto di Jazeera e quella di Al-Anbar, la vallata del fiume Diyala, ecc. Ciò significa che i combattenti jihadisti sembrano ben provvisti di veicoli, cibo, armi e munizioni. Riappaiono così anche le autobombe (VBIED), e questo fa pensare che le officine di fabbricazione siano nuovamente operative; e non può escludersi che presto siano disponibili anche dei droni, come è avvenuto negli anni 2014-2017.
 
Agendo spesso di notte, taluni jihadisti di Daesh, ampiamente dotati di sistemi ottici di visione notturna, attaccano i posti isolati delle forze di sicurezza, ma anche le popolazioni civili (anche sunnite), accusate di collaborare con gli «apostati». Lo slogan che viene diffuso è «pentitevi prima che arriviamo noi». Di fatto, le popolazioni sunnite devono scegliere tra, da un lato, Daesh – che promette loro di difenderle dalle umiliazioni di cui sarebbero vittima da parte delle autorità – ; e, dall’altro, gli sciiti e i traditori. Infatti Daesh vuole evitare che si rinnovi il fenomeno delle milizie sunnite irachene «Sahwa» (il risveglio), che hanno combattuto con successo nel 2006 contro i ribelli islamisti.
 
Fatto interessante, è frequente l’invito a purgare i ranghi dei mujaheddin dagli «ipocriti», dagli «apostati» e dai «paurosi». Richiamo appena meno frequente di quello sulla «promessa di Allah (la vittoria) che sarà mantenuta». Questi slogan tradiscono l’esistenza di frizioni interne, giacché i fallimenti registrati sul fronte siro-iracheno vengono addebitati a questi «elementi che non hanno fatto il loro dovere», piuttosto che ad errori di direzione. E’ un indiscutibile segno di debolezza. Conviene però relativizzare questa considerazione, giacché al-Baghdadi lascia molta autonomia e spazio di iniziativa ai capi locali, limitandosi solo a convalidare le loro azioni, cosa che permette loro di legittimarsi di fronte alle popolazioni.
 
Infine, gli immensi campi di prigionieri che accolgono le famiglie degli jihadisti in Iraq e, soprattutto, in Siria, nella zona controllata dalle FDS, sono focolai di indottrinamento da meritare il soprannome di «campo Bucca, potenza dieci». Bucca era il campo iracheno che accoglieva fino a 26 000 prigionieri dove al-Baghdadi è stato detenuto nel 2004. E’ qui che sarebbe nato il primo nucleo dello Stato Islamico. Un video mostra come la bandiera di Daesh sia stata dispiegata agli inizi del 2019 da un bambino in cima ad un palo nel campo al-Hol, tra le acclamazioni delle donne presenti. Ciò dimostra che le donne giocano un ruolo di primo piano nella trasmissione dell’ideologia salafita-jihadista nel loro diretto entourage.
 
Secondo la Defense Intelligence Agency (DIA), se la situazione continua a deteriorarsi e se la ricostruzione della regione si trascinerà a lungo – soprattutto a causa della corruzione endemica degli amministratori e, nel caso della Siria, della cattiva volontà degli attori esterni che non vogliono essere accusati della minima collusione col regime di Bachar el-Assad -, potrebbe scoppiare un’insurrezione generalizzata in Iraq e Siria. In quest’ultimo paese, le zone a est dell’Eufrate, controllate dalle FDS [2], sono particolarmente prese di mira. Daesh approfitta dei dissensi che si approfondiscono sempre più tra i Curdi – che si trovano attualmente nelle regioni sunnite, lontano dalle loro zone di influenza situate lungo la frontiera turca – e le popolazioni arabe, per infiltrarsi tra di loro. La situazione dovrebbe diventare ancora più delicata nei prossimi mesi, specialmente per le Forze speciali francesi britanniche presenti in zona. I loro effettivi sarebbero stati rafforzati a richiesta di Washington, che ritira progressivamente i suoi uomini.
 
Le forze governative siriane, dal canto loro, subiscono sempre più spesso sanguinosi attacchi di Daesh nel deserto della Badiya, posto a ovest dell’Eufrate. Avendo bene anticipato il loro «ritorno nel deserto», i salafiti-jihadisti non sembrano avere particolari problemi di convivenza con le popolazioni locali che un tempo hanno dominato, cosa che fa pensare che non era solo il terrore a tenerli sotto controllo.
 
I teatri di guerra esteri
 
Le wilaya estere giocano oramai un ruolo vitale nella strategia di Daesh, perché stanno allargando la loro influenza a scapito di Al-Qaeda «canale storico», alla quale hanno sottratto una parte degli effettivi. Ciò è essenzialmente dovuto all’«aroma di rivoluzione» che accompagna l’insegna di Daesh, più di quella di Al Qaeda. La disfatta territoriale nel teatro siro-iracheno non ha tolto nulla a questo fenomeno giacché, se sono continui i passaggi di attivisti da Al-Qaeda verso Daesh, non accade l’inverso.
 
Dall’inizio del 2019, le wilaya stanno rinnovando, una ad una, il loro giuramento di fedeltà a al-Baghdadi nell’ambito della campagna «Wal-Aqibatu lil-Muttaqin» (Vittoria contro i traditori).
 
Sono stati diffusi dei video di wilaya dell’Africa dell’ovest, del Sinai, dell’Asia dell’est (Filippine), del Caucaso, del Khorasan (Afpak, Iran, Cachemire), della Libia, della Turchia (una wilaya vi è stata proclamata durante l’intervento audiovisivo del 29 aprile 2019 di al-Baghdadi), ma anche, per la prima volta, dell’ Azerbaijan (al momento non ancora definita wilaya), e poi della Tunisia (dove si domanda ai «fratelli e alle sorelle in prigione» di essere pazienti e a «coloro che non possono arruolarsi coi mujaheddin» di attaccare «i fedeli della Croce»). Tutti fanno appello alla lotta internazionalista e a punire gli apostati, ivi compresi i Talebani. A differenza di Al-Qaeda «canale storico», i Talebani non vengono considerati da al-Baghdadi come punti di riferimento religiosi. Questa non è solo una differenza fondamentale con Al Qaeda «canale storico» che è alleata di questi ultimi, ma provoca anche qualche tensione interna. Tuttavia, come per la querelle che ha opposto Abu Yaqoub al-Maqdisi – il responsabile del comitato religioso della shura di Daesh – allo Sceicco saudita prigioniero Ahmad al-Hāzimi sul «perdono dell’ignoranza [3]», queste divergenze coinvolgono soprattutto gli «intellettuali» nelle reti sociali; con qualche rara eccezione, hanno poca presa sulla base. Ciò detto, Abou Yaqoub al-Maqdisi l’ha pagata con la vita nel luglio 2018, perché al-Baghdadi gli ha dato torto, restando nel campo degli intransigenti.
 
L’ultima considerazione ha ad oggetto queste pubblicazioni. Bisogna essere assai prudenti sul contenuto stesso di questi pezzi di propaganda destinati a galvanizzare i fedeli, a impressionare l’avversario e ad ingannare i servizi segreti con false informazioni. Se si dovessero prendere per buone le cose dette da Daesh, già da molto tempo la Torre Eiffel e quella di Londra – senza contare il Vaticano e il Campidoglio – sarebbero stati distrutti.
 
Il continente africano
 
I progressi maggiori si sono avuti nel continente africano, dove Daesh afferma la sua presenza nella wilaya dell’Africa dell’ovest. L’Emirato islamico del Gran Sahara (EIGS), che copre il Sahel, il Niger, il Ciad e il Burkina Faso, sembra sia stato assorbito da Daesh, a meno che non sia una questione di dissidi tra gruppi dirigenti. Si aspettano infatti le prossime dichiarazioni dell’Emiro dell’EIGS, Adane Abou Walid al-Sahraoui (Lehbib Ould Ali Ould Saïd Ould Joumani) e di quello della wilaya dell’Africa dell’Ovest, Abou Mosab al-Barnaoui (Habib Yousouf). Forse chiariranno le nuove gerarchie.
 
Ricordiamo che Boko Haram, che è stato la matrice fondatrice della wilaya dell’Africa dell’ovest, si è scisso in due nel 2016, quando Aboubakar Shekau è stato destituito da Daesh. Questo non impedisce a questo capo crudele e bizzarro di continuare la lotta dal suo rifugio nella foresta di Sambisa, al nord-est della Nigeria, continuando anche a dichiararsi fedele a al-Baghdadi.
 
E’ apparsa una nuova wilaya, detta dell’Africa centrale. Essa coprirebbe le operazioni nella Repubblica Democratica del Congo, in Mozambico e, verosimilmente, in Tanzania. Tecnicamente, come anche altrove, Daesh sembra aver recuperato dei gruppi islamisti già esistenti [4] che le hanno dichiarato fedeltà. Resta però che le relazioni tra queste due wilaya sono attualmente poco chiare.
 
Due specificità caratterizzano queste due regioni:
 
– da una parte, Daesh e il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (per lo meno «associato» ad Al Qaeda nel Maghreb islamico) non sono in conflitto aperto, per quanto competano in una specie di «corsa verso il mare» per raggiungere le regioni costiere del Golfo di Guinea;
 
– d’altra parte, per reclutare nuovi adepti, gli jihadisti strumentalizzano le questioni etniche e i conflitti intercomunitari col pretesto dell’islamismo, moltiplicando le zone di instabilità, cosa che rende più complicato il compito delle forze di sicurezza.
 
In Kenya, Ahmad Iman Ali – alias Abou Zinira -, l’emiro degli shebab in questo paese, ha giurato fedeltà nel luglio 2016 ad al-Baghdadi. Proveniente dal «Centro keniota della gioventù musulmana», un movimento islamista radicale, Ahmad Iman ha combattuto alla testa di diverse centinaia di jihadisti shebab kenioti in Somalia. Nel 2012, è stato mandato in Kenya per rappresentarli. Qui ha diretto numerose operazioni terroriste, le cui più famose sono state la presa di ostaggi del Westgate Mallà Nairobi nel 2013 (72 uccisi) e il massacro dell’Università di Garissa nel 2015 (152 morti). Sarebbe stato ucciso in Somalia nel marzo 2019, ma Daesh mantiene una insicurezza latente nel sud di questo paese.
 
Daesh è presente anche più a nord, particolarmente nello Stato del Puntland. Tuttavia, gli shebab restano sostanzialmente fedeli ad Al-Qaeda e combattono simultaneamente contro il governo somalo sostenuto dalla missione dell’Unione africana in Somalia (AMISOM) e contro Daesh. La nebulosa resta attivissima, come dimostrano gli ultimi attentati di Kismayo il 13 luglio 2019 (una trentina di morti).
 
Asia centrale e Asia del sud
 
Nella zona Afpak, Daesh è in guerra aperta con i Talebani afghani, Al Qaeda «canale storico» e la rete Haqqani, che lo accusano di «internazionalismo» mentre loro fanno una guerra «nazionalista». Il loro obiettivo è al momento quello di prendere il potere a Kabul. Secondo le autorità militare statunitensi, gli effettivi della coalizione Talebani/Al Qaeda/rete Haqqani in zona, sarebbero di almeno 60 000 combattenti, mentre Daesh può contare solo su 3 000 attivisti.
 
Per Daesh, il «Khorasan» è composto da sei «regioni», ciascuna diretta da un emiro: l’Afghanistan-Ovest, l’Afghanistan-Est, l’Iran, il Cachemire, la wilaya-e-Hind che si estende a tutto il Continente indiano e la wilaya-e-Pakistan.
 
Tuttavia Daesh incontra gravi problemi interni; giacché l’emiro di quella che si può considerare come la ex «wilaya Khorasan» (Islamic State Khorasan-Pakistan/ISK-P), posta sulla frontiera afghano-pakistana, lo sceicco Aslam Farooqi, ex membro del Lashkar-e-Taiba (LeT), ha accettato di interrompere la guerra contro i Talebani afghani. Il dissidente Moavia Uzbeki, senza dubbio ispirato da al-Baghdadi, rifiuta da parte sua qualsiasi tregua. E’ d’altronde a causa di questi dissensi interni che Daesh è oggi relativamente contenuta in questa parte del mondo.
 
Apparsa nel gennaio 2015, l’ISK-P era il più importante franchising di Daesh all’estero. La sua influenza si estendeva ben al di là del suo comando situato nella provincia afghana del Nangarhar che costeggia le regioni tribali pakistane. Era stata dapprima fondata cooptando dei gruppi locali provenienti dal Tehrik-e Taliban (TTP) o da movimenti talebano-afghani come il gruppo Mollah Rassoul. La posizione del Movimento islamico dell’Uzbekistan (MIU), che aveva in passato giurato fedeltà a Daesh, è sconosciuta.
 
L’Estremo Oriente 
 
La Cina si sente sempre più minacciata dai salafito-jihadisti. Le pratiche repressive adottate da anni nei confronti delle popolazioni uiguri e musulmane che vivono nella regione autonoma dello Xinjiang a nord-ovest del paese sono apertamente riprese dalla propaganda di Daesh ( e di Al-Qaeda) per attirare la vendetta su Pechino [5]. Vero è che, dalla creazione di questa regione autonoma nel 1955, dei separatisti uiguri – all’inizio non era questione di religione – hanno realizzato molti attacchi contro il governo: ribellioni, assassini, sabotaggi terroristi, ecc. Il Movimento islamico del Turkmenistan orientale, oggi ribattezzato Partito Islamico del Turkmenistan (PIT), è nel mirino di Pechino. Questa organizzazione riconosciuta terrorista dalla comunità internazionale si propone la creazione di un Turkmenistan orientale, che raggrupperebbe parte della Turchia, il Kazakhistan, il Kirghizistan, l’Uzbekistan, l’Afghanistan e lo Xinjiang. Tuttavia, la maggior parte degli attivisti sono trasmigrati in altri gruppi islamisti radicali, come i Talebani in Afghanistan, lo Hayat Tahrir al-Cham (HTC) in Siria e il Movimento Islamico dell’Uzbekistan (MIU), vicino a Daesh.
 
Al-Baghdadi si è interessato a questa causa fin dal 2014 nell’intento di reclutare combattenti uiguri, cosa che è riuscito a fare giacché nel 2017 un video mostrava dei combattenti cinesi nell’ovest dell’Iraq. Essi intendevano rientrare in Cina per «versare fiumi di sangue e vendicare gli oppressi». A febbraio 2019, Daesh chiedeva agli jihadisti sparsi per il mondo di «uccidere o catturare dei Cinesi» per provocare il terrore tra gli espatriati [6]. Gli attivisti erano anche invitati a «preparare una lunga guerra contro la Cina».
 
Gli altri principali insediamenti di Daesh in Estremo Oriente sono nelle Filippine e in Indonesia. In quest’ultimo paese, molti elementi della Jemaah Islamiyah (JI), soprattutto i suoi due leader attualmente in carcere, Abu Bakar Bashir e Aman Abdurrahman– alias Oman Rochman -, hanno giurato fedeltà ad al-Baghdadi. Fondata nel 1993, la JI è responsabile di molti attentati – tra cui due contro una chiesa nel 2000 (19 uccisi), quello di Bali nel 2002 (202 morti) e contro ambasciate e hotel di lusso nel 2003, 2004, 2005 e 2009.
 
Sempre in Indonesia, una coalizione è nata nel 2015: il Jamaah Ansharut Daulah (JAD). E’ composta da una dozzina di gruppuscoli islamisti che hanno giurato fedeltà ad al-Baghdadi. La particolarità di questa coalizione è che essa è diffusa in tutto l’Estremo Oriente e rappresenta una minaccia terrorista importante per i prossimi tempi.
 
Nelle Filippine, il Fronte moro di liberazione islamica (FMLI), fondato nel 1978, ha accettato di firmare un accordo di pace nel 2014 con le autorità di Manila. Ma l’accordo è stato respinto dal Parlamento filippino nel 2016. Irritati, molti attivisti sono trasmigrati nel gruppo Abu Sayyaf, esso stesso diviso tra la fazione «Basilan» di Isnilon Totoni Hapilon [7] e quella di Jolo. Hapilon sarebbe stato attualmente sostituto al comando da un certo Abu Dhar.
 
Sono apparse anche altre formazioni:
 
– l’Ansaru Khilafah Philippines (AKP), gruppo dei fratelli Omar e Abdullah Maute, ribattezzato lo «Stato Islamico a Ranao »[8] ;
 
– il Bangsamoro Islamic Freedom Fightersde Ismael Abubakar – alias comandante Bungos -, dissidente diretto del FMLI diventato lo «Stato Islamico a Maguindanao» ;
 
– la katiba Ansar el-Charia di Abu Anas Al-Muhajir ;
 
– la katiba Ma’rakah al-Ansar di Abu Harith Al-Filipini.
 
Queste due ultime entità si sono unite al gruppo di Hapilon prima della sua morte.
 
In Malesia, come la Jemaah Islamiyah (JI) indonesiana, anche il Kumpulan Mujahidin Malaysia (KMM) si è integrato in Daesh. Dal 2016, sono stati scoperti decine di progetti di attentati e più di 300 simpatizzanti sono stati arrestati.
 
In Birmania (Myanmar), le persecuzioni di cui è vittima l’etnia musulmana dei Rohingya da parte della maggioranza buddista hanno spinto molti di loro a scappare verso il vicino Bangladesh – i rifugiati sarebbero 500 000 -, e verso la Malesia, la Tailandia, le Filippine e l’Indonesia. In reazione, un gruppo armato chiamato Harakat al-Yakin (HaY) è apparso nel 2016. Ha attaccato delle postazioni militari nell’ottobre 2016.
 
Perfino il molto vigilante Stato di Singapore non è al sicuro. Tentativi di attentati sono stati sventati in aprile e maggio 2015 e due cellule dipendenti dallo «Stato Islamico nel Bangladesh», composte da una trentina di lavoratori bengalesi immigrati, sono state scoperte a gennaio e maggio 2016. Degli attivisti bengalesi, al comando dello sceicco Abu Wardah Santoso, il leader del Mujahisine Indonesia Timur (MIT) – ucciso nel luglio 2016 – erano già stati neutralizzati tra il 2014 (a Poso) e l’agosto 2016 (a Sulawesi). In agosto 2016, la polizia indonesiana ha arrestato sei attivisti sull’isola di Batam, a 30 chilometri da Singapore. Si preparavano a commettere un’azione terrorista nel micro-Stato.
 
Caucaso 
 
La lotta di influenza tra Daesh e Al-Qaeda «canale storico» si estende anche al Caucaso, dove entrambe le entità sono presenti.
 
Quella legata ad Al Qaeda è stata fondata nel 2007 – quindi ben prima della nascita di Daesh – e porta il nome che può dare adito ad equivoci di «Emirato islamico del Caucaso» (EIC).
 
Come negli altri teatri di operazioni estere, Daesh si è limitata a raccogliere giuramenti di fedeltà di capi e attivisti che militavano prima in Al Qaeda. La fazione che ha giurato fedeltà ad al-Bagdadi è stata guidata da Roustan Asilderov, l’ex emiro dell’EIC per il Dagestan, fino alla sua morte nel 2016. A lui si sarebbe unita una figura della ribellione caucasica, Aslan Avgazarovich Byutukayev- alias l’emiro Khamzat -, comandante della regione cecena per l’EIC e, soprattutto, responsabile di numerosi attentati suicidi, compresi quelli di Mosca nel 2010 e 2011 e di Grozny nel 2014. La situazione di questo individuo è attualmente sconosciuta.
 
Conclusioni 
 
Al momento non si sono registrati importanti trasferimenti di attivisti dalla zona siro-irachena. Pare però che alcuni «missionari» siano stati inviati nel continente americano e in Gran Bretagna. Potrebbero essere esponenti dell’apparato di sicurezza esterno di Daesh (lo Amn Khariji) in missione di ricognizione e di reclutamento di attivisti.
 
Daesh sembra continuare ad attirare nuove reclute, cosa che dovrebbe dimostrare che la sua ideologia salafo-jihadista rivoluzionaria continua ad essere seducente. Ai tempi del marxismo-leninismo, l’espressione portante era l’unione dei «dannati della Terra»; essa potrebbe ben essere ripresa da Daesh.
 
Tuttavia lo Stato Islamico ha un problema importante. Tutti i quadri dirigenti vicini ad Al-Baghdadi sono stati neutralizzati. Quest’ultimo poi, dopo l’apparizione mediatica dell’aprile 2019, non è più apparso in pubblico. Il nuovo organigramma di Daesh – verosimilmente in modo voluto per ragioni di sicurezza – resta sconosciuto. L’entrata in clandestinità dell’organizzazione salafito-jihadista è stata un successo perché le informazioni che la riguardano si fanno sempre più rare rispetto al passato. Ciò non vuol dire, però, che il pericolo sia passato. Anzi, non è mai stato tanto attuale.
 
 
Note:
 
[1] L’espressione indica chiaramente che la guerra si inserisce in una strategia a lungo termine che si propone di logorare l’avversario nel tempo. Le azioni intraprese devono anche attaccare l’economia degli Stati perché si riducano progressivamente le risorse destinate alla guerra.
 
[2] Sostenute dalla coalizione internazionale, ma composte in maggioranza da Curdi del Partito dell’unione democratica (PYD), cugino prossimo del PKK turco.
 
[3] Il primo ammette che coloro che ignorano i precetti dell’islam possano essere perdonati e riportati sulla dritta via. Il secondo critica coloro che perdonano, classificandoli del tutto nella categoria dei rinnegati dell’islam.
 
[4] In RDC l’Allied Democratic Forces – Madinat Tawhid wa Muwahidin (ADF-MTM) proveniente dal vicino Uganda
 
[5] Che riceve il sostegno dell’Arabia saudita e della maggior parte dei paesi arabi che apprezzano il non interventismo politico di Pechino nei loro affari interni.
 
[6] Cosa che spiega perché alcune società (relativamente) private di sicurezza cinese sono sempre più presenti nei luoghi dove si concentrano molti espatriati. Nei paesi considerati più a rischio, sono direttamente elementi delle forze speciali cinesi a svolgere questa missione di protezione.
 
[7] E’ stato ucciso nel corso della battaglia di Marawi che si è svolta da maggio a ottobre 2017.
 
[8] Anch’essi sono stati entrambi uccisi nel corso della battaglia di Marawi.
 
 
 
 
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