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 Editoriale, dicembre 2012 - Un editoriale in forma di racconto, che parla di una notte di Natale non troppo speciale. Buone feste. 









Notte di Natale
racconto di Nicola Quatrano

Il carrello era scomodo, meglio comunque del pavimento gelido: due fogli di cartone, acciaccati dal tempo e dall’umidità, aiutavano a renderlo  un po’ più accogliente, mentre il muro vicino riparava dal vento che turbinava tutto intorno, a mulinello, animando cartacce e grovigli di polvere.

"Fa un cazzo di freddo!" Mormorò 'o schiattamuorto, battendo i denti e rannicchiandosi ancora di più sotto la coperta. Un’insegna luminosa, sull’entrata della farmacia, indicava la temperatura: -1°C.  E l’ora: 22,04.

In una busta di plastica aveva una bottiglia di brandy Florio. Era quasi finito, ma le ultime gocce servirono a dargli un poco di conforto. Tutto intorno, la stazione era ancora animata da molti passeggeri, soprattutto in arrivo: scendevano dal treno, qualcuno accendeva una sigaretta e si affrettavano infreddoliti verso l'uscita. Tutti gli altri habitué, quella sera, non si vedevano proprio in giro: negri, zingari, spacciatori, puttane e marchettari, chiunque avesse un rifugio migliore, quella sera, non si era neppure azzardato a uscire. Solo i barboni non mancavano; stavano come al solito, rancorosi e solitari, occupando i posti più riparati, attentissimi a non allontanarsi nemmeno un attimo per non farseli fregare. Ognuno col suo guardaroba di stracci e la dispensa mobile distribuita in buste di plastica. 

Accese una sigaretta e trattenne il fumo nei polmoni. "Che serataccia – pensò – speriamo di farcela fino a domani". Si ricordò d’ o scartellato: era stato l’anno prima, o forse più, in un dicembre gelido come questo. L’aveva trovato una mattina stecchito a terra, disteso su un cartone nel corridoio della metropolitana. Sorrideva tra la barba lurida, o era un ghigno, non si capiva bene. Una settimana dopo fu il turno d’ a zellusa, e fu sempre lui a scoprirla di notte, già morta, sul suo carrello. Ma quella volta non arrivò per primo, qualcuno aveva già fatto man bassa delle sue cose, strappandole perfino la sacchetta coi soldi cucita nelle mutande.

Non aveva potuto fare niente per loro, se non ricomporne il corpo come gli era possibile: un gesto di pietà, sapendo bene quanto gli ultimi tra gli uomini tengano alla dignità. Ormai solo loro, che ne hanno bisogno per non confondersi coi cani randagi.


Era stato così che gli avevano appioppato il nomignolo di schiattamuorto. Che vuole dire becchino, anzi ancora più precisamente: quello che schiatta i cadaveri per liberarli dai gas della putrefazione... Prima chissà come lo chiamavano e, prima ancora, quando era un uomo normale… chi se lo ricordava più. Ormai era senza identità, un essere invisibile che si aggirava non autorizzato nel mondo degli altri.

Quella volta, quando era morta 'a zellusa, erano arrivati pure i giornalisti. Erano in tanti, e davano la caccia ai barboni per le interviste. Ce n’era una, una cretina vestita per l’occasione con un giaccone tutto sdrucito e una faccia programmata sullo “Sto dalla tua parte”, che girava accompagnata da un fotografo e faceva a tutti domande insulse.
Lui non le aveva voluto dire proprio niente, era addirittura scappato, ma qualche giorno dopo, su un giornale raccolto per strada, aveva visto la sua foto e un articolo che lo riguardava. C’era pure un’intervista, tutta inventata, nella quale diceva che s’era fatto barbone per una delusione d’amore….

Ora doveva organizzarsi per la notte, non era proprio cosa starsene all’aperto col freddo che faceva. Un rifugio ce l’aveva, in una fabbrica abbandonata a Gianturco: era ferma da anni e adesso un vano di quello spettro lo ospitava da qualche mese, riparato e attrezzato per bene, con un materasso seminuovo e tre coperte.
Ma stava lontanissimo, e con quel tempaccio e la sua debolezza, a mettersi per strada rischiava di crepare: proprio lui, 'o schiattamuorto, un tradimento per il suo nomignolo.

L’orologio segnava ora le 22.17. Accese un’altra sigaretta e una tosse senza fine gli squassò il petto, riempendogli la bocca di un catarro denso. Sputò e restò a contemplare il grumo giallognolo sul pavimento di linoleum, mentre l’accesso si calmava lentamente. L’inverno era maledetto, perfino quello mite di Napoli.

Doveva andarsene: faceva ancora in tempo a trovare aperti i gabinetti, dove il guardiano era un amico e gli permetteva di custodire in uno sgabuzzino il suo carrello. Si alzò con fatica, sbattendo i piedi per sgranchirsi i muscoli intorpiditi,  si diresse lentamente verso le scale della metropolitana.

Proprio in mezzo al grande androne della stazione c’era Annetta 'a scema, seduta sul suo carrello, in un posto per niente riparato. Avvolta da un cappotto grigio che un tempo si sarebbe detto a spina di pesce, un berrettino di lana marrone sotto il quale germogliavano luridi ciuffi di capelli bianchi, si vedeva solo il volto rugoso, gli occhi persi da pesce lesso, lo sguardo torbido, segnato da una ptosi delle palpebre superiori che ne accentuava l’espressione idiota. Era stremata; non aveva avuto la forza neppure di raggiungere la protezione di un muro, si era fermata lì, esposta alle correnti d’aria più micidiali.

Vedendolo avvicinarsi, la donna si spaventò, si strinse ai fianchi le sue buste di plastica.

“Rilassati Anne', lo sai che non voglio farti del male”.

Lei lo fissò con aria ostile e impaurita.

“Fa freddo, Anne'- continuò lui - trovati un riparo, non puoi restare qui…”

Ma quella cominciò a imprecare: “Vattenne, scurnacchia', vattenne ‘a cca'.” Poi, alzando di più la voce, con rabbia sorda che le faceva inciampare la lingua nei denti: “Va..enne, scuuurnacchia', va..enne ‘a cca'…” E con le braccia gli faceva segno di allontanarsi segnando il limite oltre il quale nessuno doveva osare avvicinarsi.

Lui cercò ancora di convincerla, di rassicurarla, ma lei continuava a insultarlo con voce stridula: “Va…enne, scurnacchia'…”

'O schiattamuorto restò ancora un poco senza sapere cosa fare, poi si allontanò spingendo avanti il suo carrello. E la donna gridava ancora la sua litania: “Va..enne, va..enne…”

Intorno a lui, sfidando il gelo, s’era raggruppata un bel po’ di gente che si godeva la scena: un colosseo di sguardi e di sorrisi idioti si divertiva al dramma di una vita insignificante.



“Una sigaretta, amico?” Un signore di mezza età gli tendeva il pacchetto, con l’altra mano reggeva un panettone. L’aveva osservato mentre parlava con Annetta e ora cercava di attaccare bottone.

“Grazie”, rispose 'o schiattamuorto servendosi.

“Fa un freddo cane…” riprese l’uomo, dopo avere acceso.

'O schiattamuorto annuì appena, poi riprese a spingere il suo carrello. L’altro lo trattenne per il braccio: “Dove scappi? Non ti va di fare due chiacchiere?”

“Sì, sì… perché no…”

“ E allora? Dimmi… come ti chiami, come te la passi?”

Il barbone lo guardò dubbioso: chi cazzo era ‘sto tipo, che cazzo voleva da lui? Ma l’uomo gli sorrideva e gli occhi sembravano miti.

Alla fine rispose: “Cerco solo un riparo per la notte... qualcosa da mangiare – e poi con voce più bassa, quasi vergognandosi – vorrei lasciare questo merdaio…”

“Non sai proprio dove andare?”
L’interrogò l’uomo intenerendosi.

No, per lui non c’era posto da nessuna parte. Al dormitorio, senza documenti non si può andare e nei vagoni in sosta c’è sempre un tanfo di merda insopportabile. Colpa degli stronzi che non hanno ancora capito che il cesso funziona solo quando il treno è in movimento ed è inutile cacarci dentro se non c’è acqua. Tanto vale farla all’aria aperta, che almeno non si dà fastidio a nessuno… Per non parlare dei poliziotti che vengono a romperti il cazzo di notte, ti cacciano in malo modo e magari ti arrestano pure.

“Che cosa posso fare per te?” Chiese l’uomo in uno slancio di compassione.

“Portami a casa tua – propose 'o schiattamuorto - Così mi posso fare anche una doccia…”

“A casa mia?”
ripeté l’uomo allarmato.

“Perché no… non hai una casa tu?”

L’uomo era interdetto: s’era avvicinato a quel relitto per un moto di generosità, per aiutare in qualche modo un disgraziato che il caso aveva messo sulla sua strada. Ed era contento di averlo fatto, ne era addirittura fiero, però aveva immaginato qualcosa di diverso, magari di lasciargli scivolare discretamente un po’ di soldi in tasca… sì, discretamente, per non offenderlo. Non certo di portarselo a casa e fargli usare la sua doccia… questo gli sembrava francamente troppo….

“Mi dispiace, ho degli ospiti… anzi, devo anche scappare, mi stanno aspettando…” e così dicendo prese il portafogli dalla tasca posteriore dei pantaloni.

“No, lascia – lo fermò 'o schiattamuortoa me i soldi non servono… “

“Ma dai, avrai fame…”

“Sì, va bene, ma non voglio soldi… quello è un panettone, vero? Sono anni che non ne assaggio uno…”

“Veramente era per il cenone…” obiettò l’uomo. Poi con decisione improvvisa: “D’accordo, te lo lascio… noi per quest’anno ne faremo a meno…”

Glielo consegnò e il gesto gli parve bellissimo: non era un’elemosina che stava facendo, ma un dono vero, una piccola rinuncia generosa. Si commosse ancora di più e abbracciò il nuovo amico, così diverso da lui ma per un attimo così vicino. Lo tenne stretto lungamente… poi entrambi, il distinto signore e il barbone, si allontanarono lungo strade diverse.

Il distinto signore era molto fiero di sé, commosso e pieno di una soddisfazione che nessun altro regalo di Natale gli avrebbe mai saputo dare. Il barbone che aveva avuto la fortuna di incontrare era mille volte meglio della cravatta di Marinella o della sciarpa di cachemire che la moglie gli aveva sicuramente già sistemato sotto l’albero, avvolta in una elegante confezione rossa piena di nastri dorati.

L’orologio sulla farmacia segnava ancora l’ora: le 23.02.



'O schiattamuorto aveva finalmente sistemato il suo carrello e stava attraversando lentamente l’androne della stazione. Ormai non c’era davvero più nessuno, perfino Annetta 'a scema s’era addormentata, o era morta chissà. Solo un autista solitario restava in attesa di un improbabile cliente nel parcheggio dei taxi.

Fu a questo punto che le campane della cappella della stazione cominciarono a suonare, e non solo loro: da lontano, da tutta la città, mille suoni festosi presero a rincorrersi come per un annuncio. 'O schiattamuorto si fermò sorpreso, guardò l’orologio della farmacia e vide che segnava mezzanotte… Solo allora si accorse, volgendo intorno lo sguardo, che la stazione era tutta addobbata con festoni e luci colorate e che c’era perfino un grande albero pieno di lampadine intermittenti e palline di plastica rosse e gialle.

Eh già, era Natale… chi se ne ricordava…

Sotto il grande albero un altoparlante gracchiante aveva cominciato a diffondere le note di una canzoncina di quando era bambino; si ricordava confusamente le parole, dicevano che a Natale tutti si sentono più buoni.

Forse era vero… anche lui si sentiva buono: si avvicinò lentamente ad Annetta e, con cautela, le sistemò sul carrello il panettone regalatogli dal signore sconosciuto. Se si fosse svegliata, la mattina successiva, anche lei avrebbe avuto una bella sorpresa, anche per lei era arrivato Babbo Natale.

L’altra busta di plastica la tenne per sé: conteneva due bottiglie di brandy comprate proprio mentre l’ultimo bar della stazione stava chiudendo. L’aveva pagate coi soldi trovati nel portafogli che aveva sfilato al signore sconosciuto mentre si abbracciavano: non erano tanti, un centinaio di euro… però la carta di identità avrebbe potuto venderla a buon prezzo.

Magari al suo rifugio poteva andarci in taxi, così avrebbe reso felice pure l’autista solitario.

E poi tutta la notte al caldo e a bere… che meravigliosa notte di Natale!

 

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