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Caracas, 3 dicembre 2007 - La riforma costituzionale proposta dal presidente venezuelano Hugo Chavez è stata respinta dall'elettorato con uno scarto di voti dell'1%. Prima sconfitta per il Presidente che vince sempre, prima soddisfazione per i suoi numerosi nemici nel mondo. Che esultano in modo addirittura ridicolo.



Il film del Corsera

 

di Nicola Quatrano



Al Corriere della Sera devono avere sbagliato canale la sera del 3 dicembre. Impegnati come sono a fare e disfare i governi, e a manovrare tra le facciate nobili e le colonne fecali della politica italiana, devono essersi distratti per un momento ed avere scambiato le scene di “Waterloo”, il film Sergei Fyodorovich Bondarchuk, con le immagini del referendum in Venezuela.

Solo così si può spiegare – a meno di non dover pensare a mala fede – come la sconfitta elettorale del presidente venezuelano, consumatasi con una differenza di poco più dell’1% dei voti e dovuta  più all’astensionismo che alla forza degli avversari, possa essere stata presentata, nel titolo dell’immancabile editoriale di Sergio Romano, come “La disfatta di Chavez”.
E come la stessa espressione possa essere ritornata anche in seconda pagina, dove il catenaccio precisa: “Il presidente ammette la disfatta”.

 

“Disfatta” è qualcosa di più grave della semplice “sconfitta”: evoca immagini di fughe scomposte, di caos, di smarrimento. Ne è sinonimo, in Italia, “Caporetto”, quando i soldati terrorizzati scappavano disordinatamente davanti al nemico, nonostante il fuoco dei carabinieri.

Si può veramente sostenere che sia successo qualcosa del genere in Venezuela? Dove invece l’abilità politica di Chavez è riuscita a trarre vantaggio perfino dalla sconfitta elettorale, accettandone i risultati e subito utilizzandola come monito per l’opposizione che non ha oramai più alibi nella sua vocazione eversiva e che non potrà più tramare golpe o invocare l’arrivo degli americani contro un presidente che ha dimostrato, una volta di più, di non essere un “tiranno”.

 

Ma la ragione della svista del Corriere sta probabilmente in altro. Forse non ha sbagliato film, ha solo scambiato i suoi desideri per la realtà.
Lo si vede nell’articolo di Gian Antonio Stella, che forza i prudenti commenti degli esponenti della sinistra italiana fino a trovarvi quello che non c’è: “sollievo e imbarazzo” per l’esito del referendum.
E soprattutto lo si vede nella intervista di Gian Guido Vecchi a Toni Negri, il cui pensiero è chiarissimo nelle ultime battute (“Quanto a Chavez, credo recupererà i suoi voti. E’ una persona intelligente, sveglia, sa divertirsi con la vita; imparerà da questa relativa sconfitta”).
Però il suo intervistatore aveva cercato di fargli dire tutt’altro, come si capisce anche solo scorrendo l’elenco delle domande: “E lei non è deluso (di Chavez)?”, “In questo ha sbagliato?(Chavez)”, “E qui sta il suo limite…(sempre di Chavez)”, “E ora? Ha fallito? (ancora Chavez)”, “E quelli che nel mondo guardavano a Chavez come riferimento?”

 

Nelle due pagine dedicate alla vicenda, Il Corriere dà spazio agli eroi dell’opposizione, ai vincitori di oggi. Nemmeno una parola, però, sul loro carattere violento ed eversivo, sul tentativo di golpe nel 2002, con l’appoggio degli Stati Uniti di Bush e della Spagna di Aznar. Nemmeno una parola sul fatto che gli studenti antichavisti sono quelli delle Università private, ricchi rampolli che difendono i loro privilegi di classe.
E nemmeno una parola su come era il Venezuela prima di Chavez, quel Venezuela che il Corriere sogna di vedere restaurato: 18 milioni di poveri su 23 milioni di abitanti, di cui 5 milioni confinati nel fango dei ranchitos e addirittura sconosciuti all’anagrafe. Popolo senza diritto all’istruzione e alla salute, los invisibles o, come astiosamente li chiamavano gli eroi di oggi del Corriere, los animales.

 

Insomma il Corriere della Sera ci ha fornito un bell’esempio di “informazione”, un bell’esempio di obiettività. In questo del tutto simile a quello offerto dalla rete televisiva venezuelana RCTV, secondo il Corriere una delle “vittime” del tiranno Chavez perché sloggiata dalle frequenze che occupava abusivamente e lasciata libera di trasmette solo su satellite. Anch’essa accecata dai suoi desideri, questa rete televisiva, durante il tentativo di golpe del 2002, aveva intramezzato i programmi con appelli all’assassinio del presidente. Quando poi è diventato malauguratamente chiaro che il colpo di stato era fallito, si è dimenticata di darne conto agli ascoltatori, preferendo mandare in onda un cartoons di Tom e Jerry.
 

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