Al Jazeera, 26.11.2016 (trad. ossin)

 

Fidel Castro e il suo tempo

Belen Fernandez

 

I successi del rivoluzionario Fidel Castro contro l’ingerenza statunitense ne hanno fatto un simbolo formidabile della resistenza contro l’egemonia

 

 

Fidel Castro e Hugo Chavez

 

Nel 2006 Fidel Castro, il leader rivoluzionario cubano morto nei giorni scorsi all’età di 90 anni, sarebbe stato oggetto di non meno di 638 tentativi di assassinio da parte della CIA.

 

Il giornale The Guardian nota che si trattava di progetti che andavano da un banale bombardamento o dallo sparo di un cecchino, fino a complotti più ridicoli, come la realizzazione di una “muta da sub appositamente per lui, infettata da un fungo che avrebbe provocato una malattia cronica e malattie disabilitanti della pelle”.

 

A prima vista, certo, può sembrare strano e sproporzionato che una superpotenza mondiale si sia ridotta a tentativi nevrotici lungo più di mezzo secolo, per sbarazzarsi del primo ministro di una nazione insulare più piccola dello Stato della Pennsylvania.

 

Ma davvero era solo una questione di nevrosi? Dopo il trionfo della rivoluzione cubana, nel 1959, l’establishment politico degli Stati Uniti ha fatto di tutto per presentare questo paese, non solo come un disastro dal punto di vista ideologico, ma anche come un bastione del male e una minaccia esistenziale.

 

Nel 1960, il senatore John F. Kennedy parlava di Cuba come di una “minaccia comunista” che mette in pericolo “la sicurezza di tutto l’emisfero occidentale” e si chiedeva come “la cortina di ferro sia potuta spingersi fino al nostro cortile”.

 

Fino alla fine del 2002 – più di un decennio dopo il crollo dell’Unione Sovietica – gli Stati Uniti hanno collocato Cuba tra le nuove tre nazioni aggiunte all’asse del male, sulla base delle sue asserite ricerche (sospetto allucinante) sulle armi di distruzione di massa.

 

Però la campagna per demonizzare Castro, associandolo a scenari apocalittici, non tiene conto del fatto che gli Stati Uniti sono in prima linea quando si tratta di minacce esistenziali – vale a dire le loro minacce alla sopravvivenza stessa della specie, come ben sappiamo.

 

La crisi dei missili cubani, per esempio, viene considerata nella propaganda ufficiale statunitense come il momento in cui i Sovietici portarono il mondo sull’orlo della guerra nucleare, istallando missili balistici a Cuba.

 

In realtà l’istallazione di questi missili ha ritardato l’istallazione in Turchia di missili nucleari USA Jupiter diretti contro l’Unione Sovietica e, nel quadro della campagna terrorista statunitense sponsorizzata dal presidente Kennedy contro Cuba, i missili sovietici erano il solo mezzo di dissuasione contro una invasione per rovesciare Castro.

 

Inoltre, come ha spiegato Noam Chomsky, gli Stati Uniti avevano respinto le offerte giuste e ragionevoli di Nikita Kruscev, il dirigente sovietico, per disinnescare la crisi dei missili, preferendo evidentemente giocare col destino dell’intera umanità.

 

Per quanto riguarda i due pesi e due misure con cui gli Stati Uniti giudicano i loro missili e quelli del resto del mondo, Chomsky commenta con sarcasmo: “Una forza di missili USA molto più potente, messa insieme contro il nemico sovietico più debole e vulnerabile, non può essere considerata come una minaccia per la pace, perché noi siamo buoni, come molta gente nell’emisfero occidentale e oltre può testimoniare – insieme, tra le molte altre, alle vittime della guerra terrorista che gli Stati Uniti guidavano all’epoca contro Cuba”.

 

Liberarsi dal dominio del capitale

 

In un discorso del 1960, Kennedy lamentava che Castro “avesse confiscato più di un miliardo di dollari di beni statunitensi” – una strizzatina d’occhio ai motivi finanziari che ispiravano la demonizzazione dell’uomo che aveva rovesciato la dittatura oppressiva e larga di maniche con le imprese di Fulgencio Batista.

 

Ovviamente non si poteva sperare che gli Stati Uniti riconoscessero che la loro preoccupazione principale a proposito di Cuba fosse la libertà per il capitale statunitense. Così hanno divulgato un eufemismo ingannevole: quel di cui gli Stati Uniti si preoccupano a Cuba, ci hanno ripetuto più volte, è “la libertà per il popolo cubano”.

 

Le voci divulgate dagli Stati Uniti a proposito dei prigionieri politici cubani e della mancanza di libertà di espressione e di stampa, diventano necessariamente meno convincenti se si tenga conto della storia criminale degli Stati Uniti contro le personalità anti-establishment e del loro tentativo di istituzionalizzare la censura, come nel caso di Manning e di Edward Snowden.

 

E tanto più malevolmente falso appare l’alibi della libertà per i Cubani se si pensi che gli Stati Uniti occupano (illegalmente) una parte di territorio cubano, dove hanno aperto una prigione (anch’essa) illegale che pratica ordinariamente la detenzione, la tortura, l’alimentazione forzata e l’annichilimento di diversi prigionieri non cubani.

 

Certamente la Cuba di Castro non è mai stata un modello di libertà di espressione o di diritti connessi. Quando visitai questo paese per un intero mese nel 2006, taluni detrattori del governo con cui parlai non pronunciavano il nome di Castro se non a bassa voce. Ma altri non avevano alcuna esitazione a lamentarsi ad alta voce, come alcuni parenti di mio padre, nella provincia orientale di Granma, che sostenevano che Castro fosse personalmente responsabile del fatto che non riuscivano a risistemare la loro stanza da bagno dal 1962…

 

Però, se Cuba non può definirsi come una società obiettivamente libera, è importante tenere a mente che le restrizioni delle libertà non sono senza ragione, ma traggono origine dal fatto che l’isola è, lungo tutta la sua storia, sempre stata sotto la minaccia di restare impigliata nel reticolo imperialista.

 

Tenuto conto degli ininterrotti tentativi degli Stati Uniti di rovesciare il governo di Castro e il sistema politico che rappresentava, servendosi di esiliati cubani fanatici versati nel terrorismo e nel sabotaggio, la paranoia di Stato non è senza fondamento. Le misure di sicurezza repressive che ne sono scaturite possono dunque essere considerate come semplice reazioni e frutto della politica vendicativa degli Stati Uniti.

 

Il vero pericolo

 

Vi sono comunque molte libertà a Cuba che Castro non ha mai oppresso, anzi. Ci sarebbe molto da dire, per esempio, sulla libertà di vivere senza doversi preoccupare di trovare di che mangiare, dell’alloggio, delle cure mediche e dell’istruzione.

 

In un articolo del 2010 sul sistema sanitario di Cuba per il giornale britannico The Independent, Nina Lakhani lo ha descritto come un “modello olistico imperniato sulla prevenzione,,, che ha aiutato Cuba a realizzare alcuni dei miglioramenti sanitari tra i più invidiabili al mondo”.

 

Spendendo un’infima parte di quanto gli Stati Uniti spendono pro-capite, Cuba ha un tasso di mortalità infantile inferiore a quello del suo vicino del Nord – senza parlare di uno dei rapporti al mondo più elevati di medici per abitante.

 

Oltre a promuove una visione fondamentalmente anti-umana della sanità come un prodotto a scopo di lucro, gli Stati Uniti sono rinomati anche per altre cose come i senza-tetto, una violenza e un tasso di carcerazione spropositata per i Neri, un sistema di insegnamento superiore che fa promozione tra gli studenti attraverso un sistema di indebitamento debilitante, e scuole elementari che sequestrano e gettano le colazioni dei bambini quando i loro genitori sono in ritardo nel pagamento dei pasti.

 

Che Cuba sia capace di assicurare gratuitamente le necessità essenziali della vita è in qualche modo la dimostrazione che è possibile un welfare efficiente, quando una nazione non spenda trilioni di dollari per guerre devastatrici.

 

Invece di esportare catastrofi, la Cuba di Castro si è concentrata nell’esportazione di medici. Il New York Times ha riferito nel 2009 che, “nei 50 anni che sono seguiti alla Rivoluzione, Cuba ha inviato più di 185.000 professionisti sanitari in missione medica in almeno 103 paesi”.

 

Un medico cubano, in servizio in una clinica gratuita in Venezuela, mi ha fatto notare la differenza tra la politica estera statunitense e quella cubana. “Anche noi lottiamo nelle zone di guerra, ma per salvare vite”.

 

Questi successi sono tanto più rimarchevoli se si pensi che si sono ottenuti in un contestato segnato dalle predazioni imperiali, da un severo embargo economico e dalle iniziative isteriche e belligeranti della massa di esiliati cubani residenti in Florida, a 160 chilometri dalla costa cubana.

 

E’ in questo contesto che l’eredità di Fidel deve essere analizzata. Ed è questo contesto che lo legittima come un simbolo della resistenza contro l’egemonia.

 

Nonostante le trombonerie che si sono ripetute sul filo dei decenni a proposito della minaccia cubana, Castro non ha mai costituito una minaccia fisica per gli Stati Uniti. Il pericolo risiede invece nell’esempio che ha dato, che dimostra la possibilità di contestare il monopolio pernicioso e auto-dichiarato da parte degli Stati Uniti sull’intera umanità.

 

Fidel Castro merita che lo si ricordi come un eroe.

 

 

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