New Eastern Outlook, 21 febbraio 2017 (trad. ossin)
 
Le dimissioni di Flynn possono favorire la pace nel mondo?
F. William Engdahl
 
L’allontanamento brutale del principale consigliere per la sicurezza del presidente Trump, il generale Michael Flynn, dopo solo pochi giorni di lavoro, potrebbe essere una benedizione, anche se non immediatamente evidente, per coloro che aspirano a un mondo più pacifico. Potrebbe anche essere stato come una salutare doccia fredda, capace di salvare i leader russi da ogni fantasia o idea di concludere un cattivo accordo con Flynn sulla «pace» in Siria
 
Il generale Michael Flynn
 
E’ indispensabile guardare oltre i titoloni, per farsi un’idea di quello che realmente succede. Fin dagli esordi, come ho più volte ripetuto, la presidenza Trump impernia la sua strategia sull’inganno e sul proposito di rimpiazzare il fallito «Piano A» di Obama per la dominazione del mondo, con quello che si potrebbe definire il «Piano B» di Henry Kissinger.
 
In cosa l’allontanamento brutale di Flynn potrebbe favorire la pace nel mondo? Non era il fautore della normalizzazione dei rapporti con la Russia di Putin? Non era l’ardente nemico dei neoconservatori guerrafondai che hanno dominato la politica estera di George W. Bush e di B. Obama? Per dirla in una parola, NO. Non lo era.
 
La questione non è Flynn, come se avesse potuto da solo ripulire le stalle di Augia della comunità dei servizi di informazione di Washington. La vera questione è quella delle priorità in politica estera indicate nel progetto Trump.
 
Conclusa la campagna elettorale, sono stati sottolineati con chiarezza alcuni temi: l’accordo nucleare con l’Iran è «cattivo», e nuove sanzioni ostili sono state poste all’ordine del giorno. La relazione col governo del Likud di Bibi Netanyahu deve tornare ad essere una priorità per Washington. Le relazioni con l’Arabia Saudita, il più grande finanziatore al mondo del terrorismo, pure devono migliorare. Cosa è successo nelle quattro settimane che sono seguite al giuramento?
 
Non una nuova politica estera post-Flynn. Quello che sta avvenendo, come previsto, è un movimento strategico per costruire una coalizione di guerra per il controllo statunitense del petrolio e del gas in Medio Oriente. Non è la «pace» in Siria in cooperazione con la Russia. Non è mai stato questo.
 
Spezzare il triangolo di sviluppo euroasiatico
 
Fin dall’esordio, se solo ci si attenga alle dichiarazioni di Trump, di Flynn, del segretario alla Difesa James « Mad Dog » Mattis, l’obiettivo dei Patriarchi Statunitensi e dei loro profeti, come Henry Kissinger, è stato quello di tentare di spezzare il triangolo economico euroasiatico, che offre al nostro mondo dilaniato dalla guerra una nuova speranza di crescita economica (e non di guerra), attraverso la costruzione di una rete di porti in acque profonde e di infrastrutture ferroviarie a grande velocità che ci colleghino alle nazioni dell’Eurasia, ampiamente indipendenti dal dominio del sistema del dollaro o della NATO.
 
Come ho scritto in un precedente articolo, pubblicato subito prima del giuramento di Trump, appariva chiaro che «con Kissinger, adesso in un rapporto speciale col presidente Trump in qualità di suo consigliere-ombra per la politica estera, con Tillerson (alleato di Kissinger) alla carica di segretario di Stato, e Mattis come segretario alla Difesa, comincia a diventare visibile che l’influenza di Kissinger, e le sue manovre politiche del tipo Bilanciamento dei Poteri britannico, stanno prendendo di mira la Cina, oltre che l’Iran, e tentano di utilizzare Putin e la Russia per distruggere la possibilità di un reale contrappeso ai deliri occidentali di un mondo unipolare, favorendo sfiducia e cattivo sangue nelle relazioni tra Cina, Russia e Iran».
 
Kissinger, nelle sue recenti critiche alla politica estera di Obama, ha sostenuto che Obama aveva concesso all’Iran la revoca di alcune sanzioni, senza pretendere che l’Iran lasciasse la Siria e rinunciasse ad appoggiare Hezbollah in Libano e in Siria. E’ convinto che un accordo con la Russia sulla Siria dovrebbe proporsi di balcanizzare la Siria, come già Washington ha fatto in Jugoslavia nelle guerre degli anni 1990, attraverso un accordo per l’allontanamento dal potere di Bachar al-Assad. Kissinger ritiene che «l’Iran debba essere contenuta, proprio come l’Unione Sovietica durante la guerra fredda, perché rappresenta una minaccia simile a quella, agendo contemporaneamente come uno Stato imperiale ed una forza rivoluzionaria».
 
Per Kissinger, lo stratega politico de facto di Trump, la peggior minaccia per la sua idea (e quella di David Rockefeller) di ordine mondiale è l’emergere di blocchi regionali che perseguano i loro interessi specifici e non agiscano come vassalli de facto dell’ordine guidato dagli Stati Uniti. Kissinger ha dichiarato nel 2014: «Una lotta tra regioni potrebbe essere ancora più distruttiva di quanto la guerra tra le nazioni sia mai stata».
 
Flynn licenziato a causa dell’Iran, non della Russia
 
Il pretesto ufficiale per licenziare Flynn tanto rapidamente è stato il suo supposto rifiuto di divulgare tutti i dettagli, al vice-presidente Pence e agli altri, della sua conversazione telefonica con l’ambasciatore russo a Washington, Sergey Kislyak, svoltosi nei giorni immediatamente precedenti al giuramento di Trump.
 
Una ragione assai più plausibile viene dai commenti che Flynn ha sparato senza riflettere contro l’Iran, a inizio febbraio. Flynn aveva organizzato una conferenza stampa straordinaria alla Casa Bianca per dichiarare: «Da oggi mettiamo ufficialmente l’Iran sotto controllo». L’occasione erano i missili balistici testati dall’Iran e il recente attacco di una nave saudita da parte dei militanti yemeniti, che Washington pretende siano appoggiati da Teheran. Parole che suonano duro come un vero Rambo macho. Gli Stati Uniti affermano di nuovo la loro potenza nella regione. Grrrrrrrow!
 
C’erano molti errori in questa vacua dichiarazione di Flynn. Da una parte era totalmente priva di senso, proprio come la dichiarazione di Obama dell’agosto 2012 sulle armi chimiche in Siria, che ha quasi trascinato gli Stati Uniti in una guerra nella quale avrebbero dovuto impegnare uomini e ha prodotto una spaventosa perdita di credibilità degli Stati Uniti in Medio Oriente. Come ha notato Kissinger, il disastro della «linea rossa» di Obama è di avere «dato l’impressione – e la realtà – di un ritiro strategico statunitense dalla regione».
 
Inoltre, non esiste alcun divieto internazionale che riguardi i missili balistiti testati dall’Iran. Come ha detto l’ex specialista della Casa Bianca per il Medio Oriente, Philip Gordon: «Lanciando un avvertimento tanto impreciso – in una maniera tanto drammatizzata e pubblica –, ha posto se stesso e gli Stati Uniti di fronte all’alternativa tra una ritirata umiliante o uno scontro rischioso. I test balistici non sono oggetto né dell’accordo nucleare iraniano, né di alcuna risoluzione dell’’ONU».
 
Appena entrato nella neofita amministrazione Trump, Flynn ha commesso uno stupido errore, prima ancora che l’amministrazione avesse completato tutte le nomine – o almeno avesse avuto il tempo di mettersi d’accordo sulla politica da adottare nei confronti dell’Iran – ed è diventato chiaro che Flynn doveva fare hara-kiri. La telefonata all’ambasciatore russo è stata una scusa assai pratica.
 
Interessante è rilevare come la stupida e improvvisata minaccia di Flynn abbia spinto la Russia e la Cina a dichiarare pubblicamente il loro fermo appoggio all’Iran, contrariamente a quanto il Piano B avrebbe dovuto produrre. Tre giorni prima che Flynn facesse hara-kiri, il portavoce presidenziale del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato: «La Russia non è d’accordo con un commento recente del presidente statunitense Donald Trump, che ha definito l’Iran come ‘primo Stato terrorista’. Tutti sanno che la Russia intrattiene amichevoli relazioni con l’Iran, noi cooperiamo in vari campi e apprezziamo i rapporti economici che ci uniscono e che speriamo possano approfondirsi».
 
Un blocco militare anti-Iran?
 
Se esaminiamo con attenzione le nuove iniziative di Trump, risultano evidenti certi caratteri. Prendete l’oscena e servile performance del nuovo direttore della CIA, Mike Pompeo, quando ha baciato il culo dell’ultra reazionario principe reale saudita. Il 12 febbraio, nel corso del suo primo viaggio all’estero come capo della CIA, Pompeo ha conferito al principe ereditario Mohammed bin Nayef, l’erede al trono, la «Medaglia George Tenet» per il suo impegno nella lotta al terrorismo. Pompeo ha fatto eco al mantra dell’Amministrazione Trump secondo cui l’Iran è la principale fonte di conflitto in Medio Oriente. Fa eco a quello che Trump ha dichiarato, a quello che Kissinger ha scritto e che il segretario alla Difesa, James Mattis, ha dichiarato, accusando l’Iran di essere il più grande sponsor di Stato del terrorismo nel mondo».
 
Negli ultimi decenni, l’Arabia Saudita ha speso circa 100 miliardi di dollari per diffondere un islam fanatico, anche inviando Osama bin Laden in Pakistan, agli inizi degli anni 1980, per creare quello che poi è diventato Al Qaeda e fare la guerra all’Armata Rossa sovietica. I soldi dei Sauditi sono tra le ragioni principali per le quali queste lunghe guerre ancora imperversano in Siria, e anche in Yemen.
 
Il ristabilimento di buone relazioni tra Washington e la monarchia saudita si inscrive nella più ampia strategia diretta a ripristinare una relazione privilegiata di Washington con l’Israele di Netanyahu e una coalizione di Stati sunniti ultra reazionari, tra cui l’Arabia Saudita, il Kuwait, il Qatar, la Giordania e l’Egitto. L’accordo sul nucleare iraniano di Obama aveva profondamente raffreddato le relazioni tra Washington, da un lato, e Israele e gli Stati arabi del Golfo, dall’altro.
 
Il 15 febbraio, il Wall Street Journal ha scritto che l’Amministrazione Trump auspicava la realizzazione di una alleanza militare anti-Teheran con l’Arabia Saudita, altri Stati sunniti del Golfo e Israele, disposti a cooperare con gli Stati Uniti e Israele per condividere informazioni utili a contrastare la crescita dell’influenza regionale dell’Iran. L’articolo riferisce che Washington intende realizzare «un nuovo accordo, tipo NATO, tra le quattro nazioni arabe, all’interno del quale le informazioni sarebbero apertamente condivise con Israele. Il nuovo accordo è stato proposto all’Arabia Saudita, agli Emirati arabi uniti, all’Egitto e alla Giordania e viene considerato come una formale alleanza militare contro la crescente minaccia geopolitica costituita dall’Iran».
 
Netanyahu, durante la visita a Washington per incontrare Trump, ha immediatamente accolto la proposta Trump di creare una «NATO araba», ovviamente con Israele prudentemente dietro le quinte per indicare i «bersagli». Il Primo Ministro israeliano ha dichiarato che si trattava di una «grande opportunità per la pace» (sic).
 
Le geopolitiche più profonde
 
Lo scatenamento di una nuova guerra sunnita contro l’Iran da parte dell’Amministrazione Trump non è però l’obiettivo finale. E’ una tappa di una mossa molto più ampia e strategica: frenare lo sviluppo del triangolo di cooperazione tra Russia, Cina e Iran. Washington e l’Israele di Netanyahu vedono l’Iran come l’anello debole da attaccare.
 
Un documento scritto recentemente dal guru neoconservatore di Washington, Michael Ledeen, lo stesso Ledeen coautore di un libro nel 2016 con Mike Flynn, merita di essere letto attentamente. Ledeen, l’architetto degli scandali Iran-Contras negli anni 1980, oltre che della truffa dell’uranio del Niger, utilizzato dall’amministrazione Bush-Cheney per giustificare la folle guerra contro l’Iraq del 2003, è in prima linea nel tentativo di Trump di demonizzare l’Iran. Oggi Ledeen è un sedicente Studioso della Libertà della Fondazione per la Difesa delle Democrazie, fondazione legata a Netanyahu, con sede a Washington.
 
Il 13 febbraio, in una analisi per il Wall Street Journal di Rupert Murdoch, apparsa poco prima delle dimissioni di Flynn, Ledeen scriveva: «Volete un accordo con Vladimir Putin in Medio Oriente? Cominciamo allora dalle vere questioni: i Russi sono pronti ad abbandonare l’Iran e la Siria di Bashar Assad? Se sì, come arrivarci?»
 
Ledeen prosegue: «Un accordo statunitense con la Russia che impedisse l’alleanza del signor Putin con il signor Assad e l’ayatollah Ali Khamenei è una minaccia per gli Iraniani. Senza le bombe russe e le forze speciali, l’Iran sarebbe esposta alla sconfitta, proprio come il signor Assad. Senza la Siria, Hezbollah, che fa parte integrante del regime di Teheran, sarebbe almeno minacciato e non potrebbe più giovarsi della via di approvvigionamento militare che va da Teheran verso il Mediterraneo».
 
Ledeen propone allora che Trump appoggi una nuova rivoluzione colorata, realizzata dalla CIA, per rovesciare l’Iran di Khamenei: «Con l’appoggio statunitense, questi milioni di Iraniani potrebbero rovesciare la Repubblica islamica e ristabilire un governo laico che assomigli a quelli dell’Occidente. Sparita la Repubblica islamica, l’amministrazione Trump si troverebbe in una posizione molto più forte per concludere un accordo col signor Putin. La strada per Mosca passa attraverso Teheran».
 
Michael Ledeen fa un lavoro sporco. Il suo record risale al 2002, quando propugnava una invasione dell’Iraq affermando: «Se c’è una regione al mondo che meriterebbe davvero il lancio di bombe atomiche, è l’attuale Medio Oriente. Se conduciamo in modo efficace la guerra, riusciremo a far cadere i regimi terroristi in Iraq, Iran e Siria e, o abbatteremo la monarchia saudita, o la costringeremo ad abbandonare la sua rete mondiale di indottrinamento di giovani terroristi. E’ la nostra missione nella guerra contro il terrorismo».
 
La Russia fa un passo indietro
 
Come tutto ciò si collega alle dimissioni di Flynn e al cambiamento nella percezione russa delle vere intenzioni dell’amministrazione Trump verso Mosca? L’amministrazione Trump era bene avviata, stando a tutti i segnali provenienti da Mosca e da Washington, per offrire a Mosca una pessima intesa sulla Siria che distruggesse le relazioni Russia-Iran e demolisse la nuova influenza russa, in quanto attore di primo piano in Medio Oriente o come alleato affidabile. Le vaghe promesse di un possibile alleggerimento delle sanzioni, e forse anche una qualche «comprensione» sulla Crimea russa, sono apparse come «carote» che Trump and Co. hanno agitato sotto il naso di Mosca.
 
Il 14 febbraio, all’indomani delle dimissioni di Flynn, ufficialmente a causa delle telefonate scambiate coi responsabili russi, il Pentagono ha accusato le forze armate russe di volare «troppo vicino» all’USS Porter, una nave dotata di missili guidati, nelle acque internazionali del mar Nero, la base strategica della flotta crimeiana russa nel mar Nero. Il Pentagono ha affermato che gli aerei russi volavano con i trasponder spenti. La stessa presenza di vascelli statunitensi così vicino alla Russia fa parte delle provocazioni di Washington avviate con Obama, e che non sono state evidentemente fermate da Trump.
 
Una settimana prima, l’ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, Nikki Haley, ha ufficialmente dichiarato che «gli Stati Uniti continuano a condannare e a chiedere la immediata cessazione della occupazione russa della Crimea […] La Crimea fa parte dell’Ucraina. Le nostre sanzioni legate alla Crimea resteranno operative fino a quando la Russia non restituirà il controllo della penisola all’Ucraina». Lo stesso Trump ha twittato; «La Crimea è stata occupata dalla Russia durante l’amministrazione Obama. Obama è stato troppo conciliante con la Russia
 
Nel corso della campagna elettorale, Trump aveva suggerito di rivedere le sanzioni contro la Russia a proposito della Crimea, nel quadro di un miglioramento delle relazioni con questo paese.
 
A questo punto, dopo il licenziamento di Mike Flynn, la Russia ha completamente rinunciato a tutti i negoziati importanti con Washington sulla Siria. La Russia legge la recente visita del capo della CIA, Pompeo, in Turchia per tentare di riportare Erdogan nel campo della NATO e ottenere l’appoggio della Turchia ad una nuova offensiva in Siria, come un altro segno della disonestà di fondo dell’amministrazione Trump a proposito delle sue vere intenzioni per uno sforzo comune di pace in Siria. Se le reti integrate della comunità dei servizi di informazione di Washington – impegnate, insieme al complesso industriale militare statunitense, nel mantenimento di una economia di guerra permanente – sono dietro la cacciata di Flynn, Mosca è chiaramente costretta a una nuova rivalutazione strategica.
 
La rottura dei rapporti tra l’Iran e la Russia, provocata da una intesa russo-statunitense in Siria, produrrebbe l’ulteriore conseguenza di una rottura anche dell’altra base strategica del triangolo euroasiatico, vale a dire i rapporti strategici tra la Cina e l’Iran, e ciò proprio nel momento in cui la Cina ha invitato Teheran a far parte del suo progetto “One Belt One Road” e del progetto di infrastrutture ferroviarie a grande velocità, descritto come l’attuale più importante progetto di infrastrutture del mondo. Washington deve rompere questo triangolo euroasiatico o rassegnarsi al crepuscolo della sua superpotenza. E’ solo questo il progetto Kissinger-Trump.
 
Se collochiamo il tentativo di Washington di inserire un cuneo nei rapporti tra Russia e Iran sulla Siria, nel contesto mondiale che vede Washington puntare contro la Cina nel mare meridionale cinese, e delle guerre valutarie incombenti, il vero obiettivo del progetto Trump, guidato da Kissinger, diventa più chiaro. L’obiettivo è quello di distruggere l’unica alleanza regionale al mondo, capace oggi di fare seriamente concorrenza alla egemonia statunitense come unica superpotenza, vale a dire il triangolo euroasiatico Russia-Iran-Cina, col suo oro, la sua tecnologia, i suoi collegamenti ferroviari e la sua formidabile capacità di dissuasione militare. Fortunatamente per il mondo intero, questo progetto ha esordito malissimo.
 
 
 
 
 
 
 
 
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