the saker, 10 maggio 2017 (trad. ossin)
 
La storia della conquista degli Stati Uniti da parte dei neocon (1/4)
Paul Fitzgerald e Elizabeth Gould
 
Premessa di saker
I quattro articoli che seguiranno sono una deroga alla regola secondo cui questo blog non ripubblica articoli già postati. In questo caso, a richiesta di Paul Fitzgerald e Elizabeth Gould, ho deciso di fare un’eccezione, a causa dell’importanza e dell’interesse dell’argomento: le origini del movimento neocon. Sono particolarmente grato a Paul e Elizabeth, che hanno consentito di rinunciare alle originarie restrizioni legate al diritto d’autore di questo materiale, per la pubblicazione sul blog del Saker. La loro analisi offre un approccio importantissimo alle radici e alla storia del fenomeno neocon
 
Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate
— Dante, La Divina Commedia, Inferno (parte 1), Canto 3, verso 9
 
 
Parte 1 – L’imperialismo statunitense forgia il mondo coi caratteri dell’Inferno dantesco 
 
Prima che i missili Tomahawk comincino a volare tra Mosca e New York, gli Statunitensi dovranno meglio informarsi sulle persone e le forze che sostengono che la Russia sia complice di un attacco con il gas del governo siriano contro il suo popolo. Le prove sembrano non avere più alcuna importanza nella corsa per la trasformazione del mondo in un inferno dantesco. Accuse provenienti da fonti anonime, fonti mercenarie e falsi conclamati sono sufficienti. La paranoia e la confusione che dominano a Washington hanno strane rassomiglianze con quelle degli ultimi giorni del Terzo Reich, quando il governo di Berlino si stava completamente dissolvendo. Tensioni sono state provocate nello scorso autunno dalle accuse secondo cui la stampa russa si era ingerita nelle nostre elezioni presidenziali e costituirebbe una minaccia crescente per la sicurezza degli USA. Le ultime rivelazioni di WikiLeaks hanno fatto capire che le fughe di notizie a proposito delle mail di Hillary Clinton sono piuttosto da attribuire ad hackers a libro paga della CIA e non ai Russi. Gli Stati Uniti hanno la consolidata reputazione di accusare altri di cose che questi ultimi non hanno fatto, e di divulgare false notizie a supporto di queste accuse, e fornire pretesti per le guerre. Il lavoro dei servizi segreti di contro-spionaggio è quello di disinformare il pubblico e forgiare la pubblica opinione secondo le necessità. La campagna dell’attuale governo statunitense per calunniare la Russia a proposito di qualsiasi cosa, e di tutto quello che fa, ha tutti i caratteri di una campagna di disinformazione classica, ma questa volta ancora più folle. Considerando che Washington ha inserito la Russia, la Cina e l’Iran nella sua lista anti-mondialista alla quale nessuno è autorizzato a sfuggire, ulteriori accuse contro questo paese non costituiscono una sorpresa. Ma giungere ad accusare la Russia di provocare danni alla democrazia statunitense, e di interferire in una elezione, equivale a un atto di guerra e questa non è una cosa che si possa semplicemente archiviare senza conseguenze. Questa volta gli Stati Uniti non demonizzano un nemico ideologico (l’URSS) o religioso (al-Qaeda, ISIS, Daesh, ecc.). Stanno facendo di questa nuova incursione nella propaganda più sporca una guerra razzista, proprio come i nazisti fecero della loro invasione della Russia nel 1941 una guerra razzista, e questa non è una guerra che gli Stati Uniti possano giustificare o vincere.
 
Il livello e il suono stridulo dell’ultima campagna di disinformazione è da tempo in crescita. Ma il pubblico statunitense ha vissuto in una cultura di false informazioni (chiamata anche propaganda) da tanto tempo, e molti sono cresciuti accettando le false informazioni come se fossero vere. George Orwell lo ha previsto e così è stato. Da grande fautore dell’intervento militare statunitense a Cuba, e dichiarato praticante del «giornalismo giallo», William Randolph Hearst, nel 1897, ammonì l’illustratore che aveva mandato a Cuba che gli diceva di non avere trovato nessuna guerra: «Lei procuri le immagini e io procurerò la guerra», Hearst ha effettivamente ottenuto la sua guerra e l’imperialismo statunitense ha avuto inizio.
 
Gli Statunitensi dovrebbero sapere adesso che le guerre del loro paese sono un terreno fertile per mettere in circolazione informazioni distorte, parziali, xenofobe e false, e che gli Stati Uniti sono stati in guerra permanente dal 1941. Anche se i bersagli sono cambiati nel corso degli anni, l’obiettivo della propaganda è rimasto sempre lo stesso. La maggior parte delle culture vengono costrette, incoraggiate o semplicemente minacciate, ad accettare conclamate menzogne che demonizzano i loro nemici durante le guerre, poco importa quante volte è stato detto o intelligentemente raccontato – nessuna menzogna può reggere quando la guerra non finisce mai. La leggendaria combattente della Guerra fredda, Henry Luce, del Time e del Life Magazine, considerava la sua lotta personale contro il comunismo come «una dichiarazione di guerra privata». Aveva anche chiesto a uno dei suoi capi se l’idea fosse «illegale e probabilmente folle» o meno. Tuttavia, nonostante i dubbi sulla sua stessa salute mentale, Luce ha consentito alla CIA di utilizzare il suo Time/Life come copertura per le operazioni dell’agenzia e ha fornito accreditamenti ai suoi agenti.
 
Luce non era la sola a rendere servizi per la guerra di propaganda della CIA. Documenti recentemente declassificati rivelano che la propaganda della CIA godeva di complicità in tutti gli organi di stampa a grande tiratura. Decine di giornalisti e opinionisti consideravano un privilegio impedire all’opinione pubblica statunitense di sottrarsi al controllo della CIA.
 
Adesso che la Nuova Guerra Fredda è diventata calda, siamo portati a credere che i Russi abbiano oltrepassato questo muro di giornalisti non tanto onesti e abbattuto le fondamenta di tutto quello cui dovremmo tenere, a proposito della purezza del processo elettorale statunitense e della «libertà di stampa» negli USA.
 
La propaganda sporca consiste nel mentire. I governi autoritari mentono regolarmente. I governi totalitari lo fanno tanto sistematicamente, che nessuno crede loro. Un governo fondato su principi democratici come gli Stati Uniti dovrebbe dire la verità, ma quando gli stessi documenti del governo USA rivelano che ha mentito, ancora e ancora per decenni, allora il gioco è finito.
 
Altri imperi hanno seguito questa rotta, e non è finita bene. Si dice adesso agli Statunitensi che devono considerare tutte le opinioni russe come dei falsi e ignorare tutte le informazioni che contestano i media dominanti e il governo statunitense, su quanto è verità e quanto menzogna. Ma per la prima volta a loro memoria, gli Statunitensi hanno preso coscienza del fatto che coloro che il Segretario di Stato Colin Powell ha una volta chiamato «i folli» hanno portato il paese sul bordo del precipizio.
 
I killer e le killer neoconservatori di Washington hanno una lunga lista di obiettivi, che si tramandano di generazione in generazione. La loro influenza sul governo USA è stata catastrofica, eppure non sembra mai finire. Il senatore J. William Fulbright ha descritto il loro sistema irrazionale di portare avanti una guerra senza fine in Vietnam, 45 anni fa, in un articolo del New Yorker intitolato Reflections in Thrall to Fear (Riflessioni sull’impero della paura).
 
«La cosa davvero rimarchevole, a proposito di questa psicologia da Guerra Fredda, è l’inversione totalmente illogica dell’onere della prova, da quelli che lanciano le accuse a quelli che le mettono in discussione […] I combattenti della Guerra Fredda, piuttosto che dimostrare quanto affermano a proposito del fatto che il Vietnam è parte di un piano per la diffusione del comunismo in tutto il mondo, hanno manipolato i termini della discussione esigendo che siano piuttosto gli scettici a dover dimostrare che non è così. Se gli scettici non ci riescono, la guerra deve continuare – concluderla metterebbe sconsideratamente a rischio la sicurezza nazionale».
 
Fulbright si rese conto che questi folli di Washington avevano messo il mondo sottosopra, concludendo: «Si giunge in questo modo alla illogicità suprema: la guerra è la soluzione prudente e moderata, fino a quando la necessità della pace non venga dimostrata con prove impossibili [vale a dire mai] – o fino alla capitolazione del nemico. Persone razionali non possono intendersi su queste basi». Ma non erano uomini razionali e il loro bisogno di perseguire le loro ossessioni irrazionali si è solo accresciuta con la sconfitta in Vietnam.
 
Dimenticata da tempo la lezione del Vietnam, e dopo una tragica ripetizione in Iraq, che l’autorevolissimo generale William Odon considera «equivalente a quanto capitato ai Tedeschi a Stalingrado», i folli sono tornati all’opera. Senza che nessuno sia capace di fermarli, hanno lanciato una versione aggiornata della Guerra Fredda contro la Russia, come se nulla fosse cambiato dopo l’ultima, conclusasi nel 1992. La Guerra Fredda originale è costata assai cara agli Stati Uniti, eppure è stata combattuta quando questi ultimi erano al loro apogeo finanziario e militare. Da tempo gli Stati Uniti non sono più in questa condizione. Dato che allora c’era di mezzo una presunta «minaccia» ideologica del comunismo, gli Statunitensi devono chiedersi, prima che sia troppo tardi, che tipo di minaccia, esattamente, una Russia capitalista/cristiana questa volta costituisca per il leader del «mondo libero».
 
Intorbidando le acque in una modo mai più visto dopo il senatore Joe McCarthy e l’apogeo della Paura rossa negli anni 1950, la legge Countering Disinformation and Propaganda Act (Legge sulla lotta contro la disinformazione e la propaganda) è stata adottata senza tanti giri di parole da Obama a dicembre 2016, e autorizza ufficialmente una censura burocratica e governativa, paragonabile unicamente al Ministero della Verità che George Orwell ha inventato nel suo romanzo “1984”. Battezzato The Global Engagement Center, (Centro di impegno globale), il compito ufficiale della nuova burocrazia sarà di «riconoscere, capire, evidenziare e contrastare la propaganda straniera statale e non statale, nonché i tentativi di disinformazione diretti a nuocere agli interessi della sicurezza nazionale degli Stati Uniti». Ma il vero obiettivo di questo Centro del tutto orwelliano sarà di trattare, eliminare o censurare, qualsiasi opinione dissidente che contesti la nuova versione della verità elaborata da Washington e di intimidire, molestare o mettere in prigione chiunque tenti di farlo. Criminalizzare la dissidenza non è raro in tempo di guerra ma, dopo 16 anni di guerra ininterrotta in Afghanistan, una sconfitta paragonabile a quella di Stalingrado in Iraq e con Henry Kissinger quale consigliere del presidente Trump in materia di politica estera, il Global Engagement Center ha già assunto i tratti di una farsa pericolosa.
 
Il brillante chansonnier satirico statunitense degli anni 1950 e 1960, Tom Lehrer, ha attribuito una volta il suo precoce ritiro a Henry Kissinger, dicendo che «la satira politica è diventata obsoleta [nel 1973], quando Henry Kissinger ha ricevuto il premio Nobel per la pace». I tentativi ipocriti di Kissinger per assicurare una «pace onorevole» durante la guerra degli USA contro il Vietnam meritavano almeno il ridicolo. I suoi lunghi e interminabili negoziati hanno prolungato la guerra di altri quattro anni, a prezzo di altre 22.000 vite statunitensi e di ulteriori innumerevoli vite vietnamite. Secondo il ricercatore dell’Università di California Larry Berman, autore del saggio pubblicato nel 2001, No Peace, No Honor: Nixon, Kissinger, and Betrayal in Vietnam, gli accordi di pace di Parigi negoziati da Kissinger non dovevano produrre risultati, essi servivano solo a giustificare il lancio di una brutale  e permanente guerra aerea, appena fossero stati violati. Berman scrive: «Nixon capì che vincere la pace, come anche la guerra, sarebbe stato impossibile, ma prevedeva uno stallo prolungato, con l’utilizzazione dei B-52 per rafforzare le posizioni del governo del Sud-Vietnam, fino al termine della sua presidenza […] ma il Watergate ha sconvolto il piano».
 
La guerra del Vietnam aveva pregiudicato il contenimento verso Est in politica estera, già molto prima dell’entrata in scena di Nixon e Kissinger. La distensione con l’Unione Sovietica era cominciata con l’amministrazione Johnson, nel tentativo di portare un po’ d’ordine nel caos, e Kissinger l’aveva proseguita anche con Nixon e Ford. Ma attenuando una crisi, la distensione ne aveva creata un’altra, ancora peggiore, dando il via ad una lunga crisi interna dello Stato profondo per il controllo della politica statunitense nei confronti dell’Unione Sovietica. Il Vietnam rappresentava molto di più di una semplice sconfitta strategica; rappresentava un fallimento concettuale, nella battaglia di mezzo secolo per contenere il comunismo di tipo sovietico. I documenti del Pentagono hanno rivelato l’ampiezza della cialtroneria e dell’incompetenza del governo, ma invece di ammettere questa disfatta e di trovare una strada nuova, i suoi seguaci hanno contrattaccato con una campagna ideologica machiavellica, conosciuta col nome di “esperimento di analisi concorrenziale” o più brevemente: Team B.
 
Scrivendo sul Los Angeles Times nell’agosto 2004, in un articolo dal titolo “Il Team B in panchina”, Lawrence J. Korb, ricercatore del Center for American Progress e segretario aggiunto alla Difesa dal 1981 al 1985, ha parlato di quello che sapeva essere la vera tragedia dell’11 settembre. «I rapporti della Commissione sull’11 settembre e della Commissione del Senato sulla Intelligence non hanno colto il vero problema che ha di fronte la comunità dei servizi di informazione, che non è l’organizzazione o la cultura, ma qualcosa di noto come il concetto del «Team B». E i veri criminali sono gli estremisti che hanno creato questo concetto, perché non volevano accettare i giudizi imparziali ed equilibrati dei professionisti dei servizi di informazione».
 
 
 
 
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