Strategic Culture, 23 luglio 2017 (trad. Ossin)
 
Il Pentagono decreta la fine del «Nuovo Secolo Americano»
Wayne Madsen
 
Il ministero statunitense della Difesa ama pubblicare rapporti, molti dei quali infarciti di gergo del Pentagono e di burocratese. Ma un recente rapporto, non privo di espressioni gergali tipiche, contiene un messaggio chiaro e non equivocabile. Il progetto neo-conservatore del «Nuovo Secolo Americano», che ha visto gli USA impantanarsi in Iraq e in Afghanistan, oltre che in una interminabile «guerra mondiale contro il terrorismo», è morto e sepolto
 
 
Un rapporto dell’US Army War College (USAWC), intitolato «A nostro rischio e pericolo: la valutazione del rischio effettuata dal Dipartimento della Difesa in un mondo post-supremazia», ha fatto inarcare diverse sopracciglia a Washington e altrove. Il rapporto, redatto da un Istituto di studi strategici dell’esercito (SSI) e da un gruppo di lavoro dell’USAWC coordinato dal professor Nathan Freier, si preoccupa di precisare che questo rapporto «non riflette necessariamente la politica ufficiale del Dipartimento della Difesa, o quella del governo USA». E’ tuttavia dubbio che il rapporto, patrocinato dallo Stato maggiore inter-arma del Pentagono, sarebbe stato commissionato se il Pentagono non avesse considerato la necessità di prepararsi alla fine del dominio militare unipolare degli Stati Uniti, in atto dalla fine della Guerra fredda.
 
Il rapporto post-supremazia ha avuto il contributo del Dipartimento della Difesa e della Comunità dei Servizi di informazione degli Stati Uniti, inclusi il Joint Staff, il Comando Centrale degli Stati Uniti (USCENTCOM), il Comando delle operazioni speciali degli Stati Uniti (USSOCOM) e l’Ufficio del direttore nazionale dei servizi di informazione (ODNI) , tutti gli attori essenziali della strategia militare statunitense rivisitata.
 
Perché nessuno pensi che esso rappresenti un nuovo modo di pensare dell’amministrazione Donald Trump, conviene precisare che l’iniziativa e la preparazione del rapporto risale al luglio 2016, sei mesi prima della fine dell’amministrazione Barack Obama. Il rapporto nasce da una esigenza di bilancio del Pentagono, contenuta nel bilancio di Obama per l’anno fiscale 2017.
 
Il rapporto individua cinque componenti-chiave della strategia post-supremazia degli Stati Uniti:
 
Iperconnessione e militarizzazione di informazione e disinformazione e ricorso al subappalto – questo ha già portato alla decisione di separare lo US Cyber Command dall’Agenzia di sicurezza nazionale per consentire ai cyber-guerrieri di agire in uno spazio extra-costituzionale, «più agevole» per realizzare operazioni di guerra offensive contro obiettivi militari e civili.
 
Un rapido superamento dello status-quo post-guerra fredda.
 
La proliferazione, diversificazione e atomizzazione di una resistenza efficace contro gli Stati Uniti.
 
Una competizione emergente, ma diversa, tra le grandi potenze.
 
La dissoluzione violenta o perturbatrice della coesione politica e identitaria.
 
L’accettazione da parte del Pentagono di un «rapido superamento dello status quo post-guerra fredda» è forse l’affermazione più importante del cambiamento di ruolo di una superpotenza, dopo che il Regno Unito comprese che stava finendo il tempo dell’Impero britannico. Fu così che il Primo Ministro Harold Wilson, nel gennaio 1968, decise di ritirare tutte le forze militari britanniche dalla zona a «Est di Suez». Il ministro della Difesa, Denis Healey, annunciò in modo spettacolare che tutte le forze militari britanniche sarebbero state ritirate, nel 1971, dalle principali basi militari del Sud-Est asiatico, «a Est di Aden», principalmente in Malesia e a Singapore, oltre che nel Golfo Persico e alle Maldive. La decisione rese Aden indipendente e le consentì di diventare una repubblica socialista, lo Yemen del Sud, comportò inoltre la cessione in locazione agli Stati Uniti della base militare di Diego Garcia nel nuovo territorio britannico dell’Oceano Indiano, e anche la deportazione degli indigenti delle isole di  Chagos, l’indipendenza degli Stati della Tregua, che diventarono gli Emirati Arabi Uniti e il trasferimento agli USA del controllo della basa navale britannica del Bahrein.
 
Il rapporto post-supremazia del Pentagono mette in dubbio il bisogno di basi militari straniere a sostegno di operazioni «urgenti in zone ad alta tensione». Il rapporto sostiene che «situazioni di alta tensione non possono più essere limitate ai combattimenti con armi di alta gamma». E’ un riconoscimento ai cyber-guerrieri che potrebbero vedere accresciuto il loro ruolo come conseguenza di una minore considerazione accordata al combattimento militare. Il rapporto afferma anche che il Dipartimento della Difesa «non può più – come per il passato – generare automaticamente una superiorità militare locale coerente e sostenuta sul campo di battaglia». In altri termini, dimenticate una risposta militare statunitense come quella dello Scudo nel Deserto che si è caratterizzata per un trasferimento massiccio della potenza militare degli Stati Uniti in Arabia Saudita prima della riconquista del Kuwait e la prima invasione statunitense dell’Iraq nel 1991.
 
Il Pentagono considera accettabili taluni rischi internazionali se di possibile gestione. Questa attenzione ai rischi sembra essere incentrata sulla minaccia nucleare e intercontinentale dei missili balistici nord-coreani. Il rapporto sostiene che gli Stati Uniti devono evitare «gli obiettivi politici che si rivelano troppo ambizioni o praticamente irrealizzabili. Una vittoria militare degli Stati Uniti sulla Corea del Nord sarebbe possibile solo a prezzo dei perdite massicce tra i civili e i militari sud coreani in Corea del Sud». Scordatevi quindi una vittoria militare USA contro la Corea del Nord, sarebbe «troppo ambiziosa» e «praticamente irrealizzabile». Il rapporto avverte che certe politiche militari hanno «costi proibitivi». Gli autori insistono che la dottrina militare statunitense deve evitare «obiettivi o finalità che, alla fine, si rivelino essere solo delle vittorie di Pirro». Si tratta di un chiaro riferimento ai pantani e alle «false vittorie» in precedenza proclamate dagli Stati Uniti e dai loro alleati in Iraq e in Afghanistan, entrambe vittorie di Pirro nel senso letterale del termine.
 
Un membro del gruppo di studio post-supremazia ha scioccato i colleghi dicendo che è assai possibile che gli Stati Uniti siano battuti in un conflitto militare. Lo spettro del «possiamo perdere» ha influenzato le conclusioni del rapporto. Tra le quali, citiamo le possibilità che «la vulnerabilità, la riduzione o perfino la perdita del presunto vantaggio militare degli Stati Uniti nei confronti di molte delle sfide più importanti per la sua difesa» dovrebbero essere prese sul serio e «la ristrutturazione volatile degli affari di sicurezza internazionale sembra sempre più inospitale per una leadership statunitense incontestata». L’emergere della Cina come importante potenza militare mondiale e la resurrezione della Russia come potenza militare ne sono un esempio. Il costante allontanamento della Turchia dall’Europa, verso una visione del mondo euroasiatica e panturca aggiunge questa nazione, che pure fa parte della NATO, alla crescente lista di nemici potenziali degli Stati Uniti. Questi ed altri sviluppi vengono percepiti dai pianificatori post-supremazia nell’ambito di una «competizione risorgente, ma trasformata, tra le grandi potenze».
 
Il gruppo di studio del Pentagono rileva chiaramente anche una «dissoluzione violenta o perturbatrice della coesione politica e identitaria», come uno spartiacque che modifica, dopo la Guerra fredda e l’11 settembre, l’epoca in cui gli Stati Uniti hanno dominato le vicende militari ed economiche mondiali. IL successo del referendum sul Brexit che ha prodotto l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, e il sostegno popolare all’indipendenza della Scozia e della Catalogna, vengono considerati dal Pentagono come una «dissoluzione perturbatrice della coesione e dell’identità politica». Mentre in precedenti studi del Pentagono vi erano state suggestioni sul modo di contrastare questa «perturbazione» attraverso una risposta militare o contro-insurrezionale, nel mondo post-supremazia, il Pentagono invita solo a gestire il rischio. Si è lontani dal rumore virile degli scarponi e dagli squilli di tromba che esaltavano la guerra, in Libia, in Siria, in Somalia e a Panama.
 
Il rapporto post-supremazia riconosce che la politica militare del dopo 11 settembre non è più né praticabile né fattibile. Questa politica, enunciata nel Quadrennial Defense Review (QDR) del 2001, dichiarava: «La fondazione di un mondo pacifico (…) si fonda sulla capacità delle forze armate statunitense di mantenere un importante margine di vantaggio militare sugli altri. Gli Stati Uniti non usano questo vantaggio per dominare gli altri (sic, NdT), ma (…) per evitare l’emergere di nuove competizioni militari funzionali o geografiche, e governarle se si producono». Quei tempi sono finiti con la Cina, la Russia, la Turchia, l’Iran, la Germania, la Francia e l’India che hanno sviluppato «nuove competizioni militari funzionali». Gli Stati Uniti non sono in grado di «governarle», allora Washington dovrà stabilire come convivere con i «rischi».
 
Gli autori del rapporto ritengono che «lo status quo che è stato realizzato e alimentato dagli strateghi statunitensi dopo la Seconda Guerra Mondiale e che per decenni ha funzionato al tempo dettato della bacchetta del Dipartimento della Difesa non è solo diventato sfrenato, ma può collassare. Quindi il ruolo e l’approccio degli Stati Uniti nel mondo possono radicalmente mutare». E’ una visione convincente dello stato attuale degli affari mondiali, se solo non ci si dimentichi dello sciovinismo tante volte inteso alla Casa Bianca di Trump e tra i membri di destra del Congresso degli Stati Uniti.
 
Le raccomandazioni post-supremazia affermano la priorità principale per gli Stati Uniti nella protezione del loro territorio: «mettere in sicurezza il territorio, le persone, le infrastrutture e I diritti degli Stati Uniti dal pericolo di danni importanti». La seconda priorità è di «mettere in sicurezza l’accesso ai beni comuni e alle regioni strategiche, al mercato mondiale e alle risorse». Ciò comporta la necessità di mantenere le rotte marittime e quelle aeree aperte per il commercio statunitense. Gli autori del rapporto sono d’accordo con le dichiarazioni del Primo Ministro britannico Theresa May nel suo discorso tenuto a Filadelfia il 26 gennaio 2017, sei giorni dopo l’investitura di Donald Trump: «I tempi in cui la Gran Bretagna e gli Stati Uniti intervenivano in paesi sovrani nel tentativo di rifare il mondo a loro immagine sono finiti… Il Regno Unito interverrà solo dove siano in gioco interessi nazionali britannici (…) le nazioni sono responsabili nei confronti dei loro popoli e il loro potere deriva dal consenso dei governati e possono decidere di entrare a far parte di organismi internazionali, cooperare o commerciare con chi lo desideri».
 
C’è un messaggio chiaro nel rapporto post-supremazia del Pentagono. L’epoca delle ambigue «coalizioni dei volonterosi» guidate dagli Stati Uniti per realizzare azioni militari unilaterali è finita.
 
 
 
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