Unz Review, 16 giugno 2019 (trad.ossin)
 
La verità su Pearl Harbor
Robert Stinnett
 
Robert Stinnett, un giornalista radio della marina della Seconda Guerra Mondiale diventato poi giornalista, si trovava nell’Archivio nazionale di Belmont, in California, per delle ricerche in un libro di immagini sulla carriera di ricognitore aereo di George Bush durante la guerra del Pacifico del sud – George Bush : His World War II Years (Washington, DC, Brassey’s, 1992). E si è imbattuto in duplicati inediti di registrazioni delle intercettazioni radio delle trasmissioni in codice della Marina giapponese a Pearl Harbor – prova documentale di quanto è davvero accaduto a Pearl Harbor e di come è successo. Dopo otto anni di ulteriori ricerche e una serie di richieste ai sensi della Freedom of Information Act per ottenere la parziale divulgazione di questi documenti, Stinson ha pubblicato Day of Deceit (2000). Nello stesso anno è apparsa una traduzione in giapponese, e si capisce.
 
 
Stinnett dimostra, sulla base di prove fattuali incontestabili, e di una analisi che appare assai accurata, che il presidente Roosevelt ha supervisionato l’elaborazione e l’attuazione di un piano rigorosamente tenuto segreto, mirante a spingere i Giapponesi ad attaccare Pearl Harbor, e a sorvegliarli durante le operazioni. Stinnett ipotizza che Roosevelt abbia ciò fatto per convincere un reticente pubblico statunitense ad approvare l’intervento nella Seconda Guerra Mondiale. Ma quali che fossero gli obiettivi e gli scopi, i fatti sono oramai chiarissimi. Stinnett espone e dimostra la sua tesi pubblicando voluminose prove documentarie, tra cui quarantasette pagine di allegati [p. 261-308] contenenti le riproduzione fotografiche dei documenti ufficiali chiave, che si aggiungono alle molte altre che sono incorporate nel testo, oltre a 65 pagine [p. 309-374] di note dettagliatissime. Tutto ciò dimostra l’esattezza delle affermazioni, delle argomentazioni e delle conclusioni di Stinnett. I suoi studi di ricerca e i suoi appunti sono depositati nella biblioteca dell’Hoover Institute di Stanford. Day of Deceit è una storiografia documentaria esemplare. Il libro mette a disposizione le testimonianze materiali sulle quali si fondano analisi e conclusioni. La sua validità apparirà chiara a qualsiasi lettore imparziale. Il libro di Stinnett risolve un dibattito razionale, franco, onesto e fondato sui fatti, sulle ragioni e il contesto in cui si è sviluppato l’attacco contro Pearl Harbor.
 
Come dimostra Stinnett, il piano che ha portato all’attacco giapponese contro Pearl Harbor [7 dicembre 1941, NdT] è stato messo in opera all’inizio di ottobre 1940 sulla base di un «memo in otto azioni, datato 7 ottobre 1940 … del capitano di corvetta Arthur H. McCollum, capo della sezione estremo oriente dell’Ufficio della intelligence marittima». E’ ovviamente poco probabile che McCollum l’abbia redatto di sua iniziativa, ma è qui che comincia la traccia scritta di Stinnett. «Le otto azioni mirano a provocare in pratica un attacco giapponese contro le forze terrestri, aeree e navali statunitensi alle Hawaï, oltre che contro gli avamposti coloniali britannici e olandesi nel Pacifico … ». [p. 6-8 ; il memo è riprodotto alle pagine 261-267] :
 
A. Accordi con la Gran Bretagna per l’uso di basi britanniche nel Pacifico, particolarmente Singapore.
B. Accordo con l’Olanda per l’uso di istallazioni di base e rifornimenti alimentari nelle Indie orientali olandesi [oggi l’Indonesia].
C. Fornire tutto l’aiuto possibile al governo cinese di Chiang Kai-shek.
D. Inviare una divisione di incrociatori pesanti a lungo raggio in Oriente, nelle Filippine o a Singapore.
E. Inviare una divisione di sottomarini in Oriente.
F. Mantenere la principale forza navale statunitense, attualmente nel Pacifico, in prossimità della isole Hawai.
G. Fare pressione sugli Olandesi perché rifiutino ai Giapponesi concessioni economiche eccessive, specie per quanto riguarda il petrolio.
H. Embargo completo su tutti gli scambi commerciali col Giappone, in collaborazione con un embargo simile imposto dall’Impero britannico.
 
Mano a mano che il piano si andava attuando, veniva seguito da vicino grazie a intercettazioni decodificate delle comunicazioni radio diplomatiche e navali giapponesi. «McCollum ha curato la comunicazione delle informazioni a FDR dall’inizio del 1940 al 7 dicembre 1941, fornendo anche al presidente rapporti di intelligence sulla strategia militare e diplomatica del Giappone. Tutti i rapporti militari e diplomatici giapponesi intercettati e decodificati, destinati alla Casa Bianca sono passati attraverso la sezione Estremo Oriente dell’ONI, che ha svolto compiti di supervisione. La sezione serviva da centro di scambio di informazioni per tutte le categorie di rapporti di intelligence… Ogni rapporto preparato da McCollum per il Presidente si fondava su intercettazioni radio raccolte e decodificate da una rete mondiale di crittografi militati statunitensi e di operatori di intercettatori radio… Poche persone in seno al governo o all’esercito statunitense ne sapevano sulle attività e le intenzioni del Giappone quanto McCollum». La conoscenza del piano era strettamente limitata a soli 13 esponenti dell’amministrazione Roosevelt e capi militari, e a 21 agenti della intelligence navale e delle operazioni connesse [elencati nell’appendice E 307-308]. Il punto C era già un punto manifesto della politica USA quando McCollum ha redatto il memo. Il punto F è stato avviato l’8 ottobre 1940, i punti A, B e G il 16 ottobre 1940, i punti D ed E il 12 novembre 1940. [Capitolo 1 n. 8 p. 311-312 ; 120 ss. ecc.].
 
Nel frattempo, sempre nell’autunno 1940, mentre faceva campagna per un terzo mandato a Boston, il 30 ottobre, il presidente Roosevelt dichiarava: «L’ho già detto, ma lo ripeterò altre mille volte: I vostri ragazzi non saranno mandati a combattere una guerra all’estero». Il 1° novembre, a Brooklyn, diceva: «MI batto per mantenere il nostro popolo fuori dalle guerre estere. E continuerò a battermi». A Rochester il 2, disse: «Il vostro governo nazionale… è anche un governo di pace – un governo che ha intenzione di difendere la pace per il popolo statunitense». Il giorno stesso a Buffalo, affermava: «Il vostro Presidente dice che questo paese non entrerà in guerra», e a Cleveland, il giorno dopo, dichiarava: «Il primo obiettivo della nostra politica estera è di mantenere il nostro paese fuori dalla guerra». [William Henry Chamberlin, « How Franklin Roosevelt Lied America Into War », in Harry Elmer Barnes, Perpetual War for Perpetual Peace (Caldwell, Idaho, Caxton, 1953), Capitolo otto, p. 485-491]
 
L’ammiraglio Richardson, comandante della Flotta del Pacifico, si oppose agli ordini di Roosevelt [punto F] di stazionare la flotta a Pearl Harbor, perché esponevano la flotta a bravi pericoli, e venne perciò sostituito dall’ammiraglio Kimmel, collocando altresì l’ammiraglio Anderson dell’ONI al terzo livello di comando a Pearl Harbor, agli ordini di Kimmel, per seguire le intercettazioni radio senza dirlo a Kimmel. [p. 10-14 ; 33-34] «Anderson venne mandato alle Hawai per controllare la raccolta di informazioni» [p. 36]. Quando giunse, fissò la sua dimora personale molto lontano da Pearl Harbor, fuori della portata del futuro attacco. Nonostante avesse la responsabilità del comando delle sette corazzate che più hanno sofferto dell’attacco, che ha provocato più di duemila morti, l’ammiraglio Anderson stava al sicuro dall’altro lato della montagna al momento dell’attacco. [p. 36-37 ; 244, 247] Nel frattempo, i comandanti delle Hawai, «l’ammiraglio Kimmel e il generale di corpo d’armata Walter Short, furono tenuti all’oscuro delle informazioni che avrebbero potuto renderli ben più consapevoli dei rischi cui li esponeva la politica di Roosevelt, ma obbedirono al suo ordine diretto del 27 e 28 novembre 1941 : Gli Stati Uniti desiderano che il Giappone commetta il primo atto manifesto». [p. 6-8] In seguito, essi furono i capri espiatori.
 
A inizio gennaio 1941, i Giapponesi decisero che, in caso di ostilità con gli Stati Uniti, essi avrebbero cominciato con un attacco a sorpresa contro Pearl Harbor. I servizi di informazione statunitensi vennero a conoscenza di questo piano il 27 gennaio. [p. 30-32] Il 21 luglio 1941, il punto H del capitano di corvetta McCollum accese la miccia. Fino alla fine di novembre, la casa Bianca continuò a bloccare ogni tentativo dei diplomatici giapponesi di discutere un accordo. [Su questa storia diplomatica, vedi Charles Beard, American Foreign Policy in the Making (1946) and President Roosevelt and the Coming of the War (1948) ; Frederic Rockwell Sanborn, Design For War (1951) ; e Charles Tansill, Back Door To War (1952)].
 
A partire dal 16 novembre 1941, le intercettazioni radio rivelarono la concentrazione della flotta giapponese vicino alle isole Curili a nord del Giappone e, dal 26 novembre fino alla prima settimana di dicembre, gli spostamenti della Flotta vennero seguiti attraverso il Pacifico fino alle Hawaï [p. 41-59 etc.]. Il capo delle operazioni navali, l’ammiraglio Stark (uno dei 34 informati del piano) ordinò a Kimmel di dislocare le sue portaerei, con un’importante flotta di scorta, verso le isole Wake e Midway. «Per ordine di Washington, Kimmel lasciò a Pearl Harbor solo le navi più vecchie e dislocò 21 navi da guerra moderne, tra cui due portaerei, verso ovest, in direzione di Wake e Midway … In tal modo, le navi da guerra rimaste a Pearl Harbor erano solo delle reliquie della Prima Guerra Mondiale, vecchie di 27 anni. Vale a dire che le corazzate colate a picco a Pearl Harbor insieme ai loro equipaggi sono state utilizzate come esche» [p. 152-154]. Il 22 novembre 1941, una settimana dopo l’avvio del concentramento della flotta giapponese e quattro giorni prima la loro partenza verso Oahu, l’ammiraglio Ingersoll ordinò a Kimmel di ritirare le navi da pattuglia dalla zona dalla quale l’attacco aereo sarebbe stato organizzato [p. 144-145]. FDR seguì da vicino lo sviluppo finale del complotto mentre le intercettazioni radio continuavano a seguire il viaggio dei Giapponesi verso le Hawai [p. 161-176].
 
Commento di Stinnett : «La concentrazione di corazzate e di vecchie navi da guerra fatiscenti a  Pearl Harbor costituiva un bersaglio allettante. Ma si trattò di un grave errore strategico per l’Impero giapponese. I 360 aerei da combattimento giapponese avrebbero dovuto concentrarsi sulle enormi riserve di petrolio di Pearl Harbor … e distruggere la capacità industriale dei bacini di carenaggio, delle officine meccaniche e delle istallazioni di riparazione della Marina», [p. 249]. Sei mesi dopo, con le battaglie del mar del Corallo (4-8 maggio 1942) e di Midway (4-7 giugno 1942), le navi da guerra della Flotta del Pacifico che erano in navigazione durante l’attacco di Pearl Harbor avrebbero definitivamente distrutto la capacità offensiva della Marina giapponese nel Pacifico est e paralizzato definitivamente la sua capacità difensiva nel Pacifico ovest. Per il seguito, come gli osservatori avvertiti hanno compreso, un attacco o una invasione giapponese della costa ovest degli USA divenne logisticamente impossibile. Ciononostante, due mesi dopo, nell’agosto 1942, cominciò l’internamento dei cittadini USA di origine giapponese della costa ovest.
 
L’occultamento del complotto che portò all’attacco di Pearl Harbor cominciò immediatamente dopo con la messa sotto accusa dell’ammiraglio Kimmel e del generale Short, proseguendo poi attraverso otto inchieste del Congresso durante e dopo la guerra, con la censura e l’occultamento di documenti, false testimonianze e altro, [p. 253-260 & passim ; 309-310] fino alle audizioni del Congresso presiedute da Strom Thurmond nel 1995 [p. 257-258]. Al momento della pubblicazione del libro di Stinnett, (2000), parecchi documenti non erano ancora disponibili o erano ampiamente omissati. Ma la sua ricostruzione dei fatti è dimostrata in modo convincente sulla base delle prove che egli ha potuto presentare, come può constatare qualsiasi lettore imparziale. Il solo modo di negare o smentire tale ricostruzione sarebbe di dimostrare che le prove documentali sono state falsificate. Ma una cosa del genere appare assurda.
 
Uno dei punti cardini sui cui poggiano le ricerche di Stinnett è stata la scoperta di copie in duplicato dei rapporti di trasmissione dei codici navali giapponesi dalla stazione di intercettazione radio di Pearl Harbor, consegnate dopo la guerra agli Archivi nazionali di Belmont (California), e ancora lì molto tempo dopo che le copie presenti a Washington, D.C. erano state già fatte sparire. Studiosi successivi che vorrebbero smentire la ricostruzione di Stinnett hanno resuscitato affermazioni secondo cui i codici della Marina giapponese non sarebbero stati decifrati e che la flotta giapponese avrebbe mantenuto il silenzio radio – affermazioni già respinte diverse volte per decenni. E’ ben noto che l’operatore radio del transatlantico statunitense Mariposa ha intercettato i segnali ripetuti della flotta giapponese che si dirigeva verso le Hawai, trasmettendoli per via gerarchica alla Marina. Questa circostanza era ben nota durante la guerra ai marinai statunitensi della Marina mercantile del Pacifico ed è menzionata in pubblici resoconti.
 
La tesi che i codici navali e diplomatici giapponesi non sarebbero stati decifrati è stata respinta per la prima volta dinanzi ad una Corte Federale a Chicago nel 1943. Come racconta il suo biografo Ralph G. Martin, Cissy Patterson, redattrice capo del Washington Times-Herald il 7 dicembre 1941 (e per decenni prima e dopo) si è opposta all’intervento degli USA in un’altra guerra mondiale – come più dell’80% dei suoi compatrioti, compresi suo fratello Joe Patterson, editore del New York News, e suo cugino Robert McCormick, editore del Chicago Tribune. Mentre era in Francia come ufficiale sui campi di battaglia della 1° Guerra mondiale, Robert era stato ferito, gassato due volte e decorato per il suo valore. Il suo Chicago Tribune, come anche i giornali dei suoi cugini e molti altri, specie quelli della costa est, erano ferocemente anti-intervenzionisti – fino a Pearl Harbor.
 
In Cissy (New York, Simon & Schuster, 1979), Martin scrive: «Mentre le notizie del disastro [di Pearl Harbor] continuavano a giungere [nella redazione del Times-Herald], Cissy chiese con amarezza a Roberts [il redattore domenicale] a proposito di Roosevelt: Crede che sia stato lui a organizzare tutto questo? Poi, quando seppe che alcuni crittografi statunitensi avevano infranto i codici giapponesi prima di Pearl Harbor, si convinse del tutto che Roosevelt aveva saputo in anticipo che i Giapponesi avevano intenzione di attaccare», [p. 418]. «Il Chicago Tribune, il Times-Herald e due dozzine di altri giornali pubblicarono poi un articolo di un corrispondente di guerra del Tribune che diceva che gli Stati uniti avevano vinto [a Midway] perché i codici giapponesi erano stati violati … Il Ministero della giustizia denunciò quindi la Tribune e il Times-Herald per divulgazione di segreti militari … Il procuratore generale Francis Biddle sostenne che tale divulgazione equivaleva a un tradimento, perché forniva ai Giapponesi l’occasione di cambiare i loro codici. Waldrop [redattore capo del Times-Herald] venne convocato a Chicago per testimoniare dinanzi a un Gran Jury … Nel corso della testimonianza, la Marina rivelò che un censore della Marina aveva esaminato e approvato l’articolo della Tribune. Costretto a ritirare le accuse, Biddle confessò di “sentirsi un idiota”. [p. 431-432] Non è l’unico.
 
 
 
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