Unz Review, 1 novembre 2020 (trad. ossin)
 
Poco importa se sarà Biden o Trump
Kevin Barrett
 
Le elezioni del 2020 cambieranno la storia? Se così sarà non è perché avrà vinto l’uno o l’altro dei candidati, ma perché esse hanno accelerato la polarizzazione che farà crollare l’impero USA
 
 
I politici di parte, compresa la maggior parte dei media mainstream (MSM), stanno urlando dai tetti che il destino dell'universo conosciuto dipende dall'esito di Trump contro Biden. La fazione dominante anti-Trump MSM considera Trump come un nuovo Hitler che ha sterminato più di 200.000 Statunitensi in un olocausto da coronavirus. (Perché non dire sei milioni e imprigionare chiunque non sia d'accordo?)
 
I critici dicono che Trump è un narcisista maligno ed egocentrico, il che è vero. Lo chiamano un nano mentale o, come riferiscono molti dei suoi alti consiglieri militari, un "deficiente", il che è anche vero. Imputano a Trump di aver distrutto il sistema delle cosiddette alleanze con gli Stati vassalli occupati da cui dipende l'impero statunitense. Questo, sfortunatamente, non è del tutto vero, ma dai un altro mandato a Trump e potrebbe arrivarci.
 
Se Donald Trump avesse davvero distrutto l'impero anglo-sionista, la buona notizia sarebbe che passerà alla storia come un eroe di statura storica mondiale. La cattiva notizia, in ogni caso per il suo ego, è che gli sarebbe attribuito il merito di aver distrutto l'impero del male per pura incompetenza. Se ciò accade, insh'Allah, forse sarà immortalato nelle statue mentre inciampa su una scala, o nell’atto di annusare una pallina da golf o ingerire grandi quantità di cibo spazzatura e diet coke mentre fissa ipnotizzato un grande schermo sintonizzato su Fox News. I futuri archeologi decifreranno la scritta lapidaria: “Il mio nome è Donald J. Trump, re dei re; guarda le mie Opere, o Potente, e disperati!" Sarebbe un epitaffio appropriato per la nostra epoca e per l'obeso colosso imperiale che la cavalcava.
 
Gli esperti liberal MSM, che attribuiscono a Trump la distruzione degli Stati Uniti e del suo impero, immaginano che una presidenza Biden, al contrario, salverebbe gli USA e forse il mondo. Biden, dicono, rattopperebbe le "alleanze" statunitensi e resusciterebbe le istituzioni moribonde con cui gli Stati Uniti hanno dominato il pianeta dalla seconda guerra mondiale. Secondo i mai-con-Trump, Biden ucciderà il coronavirus, fermerà il riscaldamento globale, riabiliterà la reputazione e il soft power degli USA, metterà Russia e Cina al loro posto, salverà Israele dalla sua stessa arroganza e si asterrà dal twittare cose assolutamente folli ogni 20 o 30 secondi.
 
Gli esperti pro-Trump offrono una visione speculare del "perché il mondo finirà se il nostro candidato perde". Immaginano che, se Biden vincesse, George Soros e la sua legione di terroristi antifa prenderebbe il controllo degli Stati Uniti, bruciando e saccheggiando tutto ciò che sarà rimasto nei negozi dopo il prossimo blocco COVID. Le armi dei cittadini rispettosi della legge saranno confiscate. I confini degli USA saranno inondati da immigrati (non bianchi), la criminalità andrà fuori controllo, la polizia si darà malata, Internet sarà ripulito dalle voci conservatrici e il cerebralmente morto Biden sarà rapidamente sostituito da un feroce procuratore di nome Commissar Kamala, che diventerà il primo dittatore femminile etnicamente ambiguo degli Stati Uniti.
 
Al contrario di quanto immaginano fantasiosamente i politici di parte, la storia insegna che la scelta del presidente ha un’importanza sempre minore. Ogni elezione che si succede diventa la nuova "elezione meno significativa nella storia degli Stati Uniti", e quelle del 2020 non sembrano fare eccezione. I candidati sono selezionati da un'oligarchia di miliardari politicamente attivi che fissano limiti rigorosi alle agende politiche. Nessun presidente dispone mai del capitale politico per perseguire più di una o due delle sue grandi proposte politiche, che generalmente vengono comunque annacquate, anche se alla fine approvate.
 
Nessun presidente degli Stati Uniti ha immaginato di essere davvero presidente da quando JFK è stato giustiziato per questo crimine nel 1963. E, da quando la Commissione Trilaterale ha scelto un oscuro governatore della Georgia di nome Jimmy Carter per lanciare la rivoluzione neoliberista nel 1976 - e poi lo ha sostituito con il più radicale Ronald Reagan nel 1980 - gli oligarchi non si sono più nemmeno presi la briga di fare finta che gli USA siano una democrazia. L'introduzione nel 2003 delle macchine da voto a scatola nera, meglio chiamate macchine per fabbricare il voto, ha reso ufficiale lo stato di emergenza permanente inaugurato dalla Giornata speciale per la sicurezza nazionale dell'11 settembre 2001.
 
Donald Trump basò la sua campagna elettorale su una lunga lista di promesse stravaganti: porre fine a tutte le guerre straniere e rivelare "chi ha fatto davvero l'11 settembre", riportare le truppe a casa, ritirarsi dall'accordo nucleare iraniano (JCPOA), vietare a tutti i musulmani di entrare negli Stati Uniti, murare l'intero confine meridionale a spese del Messico, abrogare NAFTA, CAFTA, TPP e tutti i trattati commerciali, riportare la produzione negli USA, smantellare la NATO e tutte le alleanze (a meno che i vassalli non aumentino notevolmente i loro tributi, cosa che non faranno), ricostruire le infrastrutture nazionali, chiedere ed ottenere condizioni commerciali di gran lunga migliori alla Cina, resuscitare i valori familiari stile anni '50 e ripristinare l'orgoglio degli Statunitensi per la loro storia. Questi sono, in sostanza, i contenuti della promessa di Trump di "rendere di nuovo grande l'America".
 
Di tutto questo, che cosa ha davvero realizzato Trump? Solo gli scampoli che hanno ricevuto l’approvazione degli oligarchi. Una cabala di plutocrati sionisti-estremisti voleva ritirarsi dallo JCPOA ed esercitare la "massima pressione" sull'Iran, e quindi a Trump è stato permesso, o ordinato, di perseguire quella folle e disumana iniziativa. A parte questo, Trump non ha mantenuto nessuna delle sue promesse, perché gli oligarchi non glielo avrebbero permesso. Invece, seguendo gli ordini degli oligarchi, Trump ha profuso denaro per tagli alle tasse dei miliardari e aumenti record del bilancio militare. A parte la politica iraniana, una presidenza di Hillary Clinton non sarebbe stata poi così diversa; Clinton avrebbe potuto mollare un po’ meno soldi ai miliardari e al complesso militare-industriale, ma non abbastanza perché la gente comune se ne rendesse conto.
 
Trump non è affatto un’eccezione; gli ultimi presidenti hanno tutti realizzato sempre meno cose di quante ne prevedesse il loro programma elettorale. Obama è stato eletto per chiudere Guantanamo, porre fine alla tortura, porre fine alle guerre dell'11 settembre, perseguire i criminali di guerra, ripristinare la Costituzione e lo stato di diritto sia a livello nazionale che internazionale, ridurre le disuguaglianze economiche e le disparità razziali, e smettere di sprecare denaro in guerre straniere a favore della spesa interna, aumentando al contempo il tenore di vita medio degli Statunitensi. Inutile dire che non ha realizzato nessuna di queste cose, come ho previsto nel mio libro del 2008 Questioning the War on Terror .
 
I presidenti precedenti sono stati quasi altrettanto inefficaci. George W. Bush (2000-2008) è stato eletto con la promessa di porre fine al ruolo degli USA come poliziotto mondiale e, incidentalmente, smettere di rapire musulmani filo-palestinesi con false accuse di terrorismo. (Il voto musulmano ha portato Bush alla presidenza). Alla fine, è stato proprio lui ad essere rapito, l'11 settembre 2001, quando il suo ordine di volare dalla Florida a Washington DC non è stato eseguito, ed è stato costretto a passare il resto della sua presidenza a leggere dal copione che gli scrivevano gli stessi neocon-sionisti, autori del colpo di Stato dell'11 settembre.
 
Bill Clinton (1992-2000), come Trump e Obama, fu eletto con un programma politico molto significativo: incaricò sua moglie Hillary di elaborare un piano sanitario nazionale a pagamento unico da proporre al Congresso, e intendeva costringere Israele a ritirarsi completamente dai territori occupati nel 1967, in cambio della pace. Ma la lobby delle assicurazioni demolì il primo piano, mentre la lobby sionista e la sua agente Monica Lewinsky si sono mangiati il secondo. Quindi tutto ciò che Clinton ha veramente realizzato è stato di neoliberalizzare il globo agli ordini dei miliardari (e imparare chi veramente governa il mondo).
 
Quindi, sia che Trump ottenga un secondo mandato o che Biden lo sostituisca, l'impero statunitense continuerà probabilmente a declinare più o meno allo stesso modo. Ostilità, sanzioni e occasioni di guerra domineranno le relazioni con Russia e Cina. Biden potrebbe tornare allo JCPOA, allentando le tensioni palesi con l'Iran, ma la guerra segreta diretta dai sionisti contro la Repubblica islamica continuerà indipendentemente da chi è in carica. Nel frattempo, gli Statunitensi comuni continueranno a essere saccheggiati dagli oligarchi, dal complesso militare-industriale, dai loro amici sionisti e da altri potenti interessi particolari. Una cabala di banchieri privati continuerà a fabbricare valuta dal nulla, prestandola ad un interesse composto. Il debito continuerà ad aumentare e il petrodollaro continuerà a scivolare verso il precipizio. Le infrastrutture continueranno a sgretolarsi. Non ci sarà assistenza sanitaria pubblica nazionale perché gli oligarchi e le compagnie di assicurazione non lo permetteranno. Le buone maniere e la morale continueranno a perdersi. Le bufale e le bugie dirette dagli oligarchi, con il panem et circenses, distrarranno il pubblico. Insomma, nulla cambierà davvero.
 
Quest'anno più che mai, gli elettori statunitensi sono sprofondati in una frenesia di inutili furori. Quando il montone imbrogliato strattona le leve delle macchine da voto truccate, come gli idioti che azionano le slot machine truccate di Sheldon Adelson a Las Vegas, potrebbe pensare di dare il suo contributo a scrivere la Storia, mentre invece dà solo prova della propria ignoranza e credulità.
 
Il vero problema: conflitto civile indotto dalla polarizzazione
 
Ma, trasformandosi in una schiuma politica e azionando le leve della macchina da voto così forte, gli elettori potrebbero effettivamente contribuire a fare la Storia, sebbene non nel modo che intendevano. Potrebbero preparare se stessi e il loro paese ad un fallimento di proporzioni epiche. (Se quel fallimento sia l’esito deliberato di un piano dell'élite globalista per dividere e conquistare gli Stati Uniti al servizio del Great Reset, non è oggetto di questo articolo).
 
Gli Stati Uniti d'America hanno vissuto innumerevoli episodi di violenza domestica di massa, ma solo due guerre civili a tutto campo (negli anni 1770 e 1860).[1] Oggi, molti osservatori si aspettano una fiammata post-elettorale di disordini che potrebbe plausibilmente sfociare in un'altra guerra civile, o persino in più guerre civili.
 
I livelli di polarizzazione e fanatismo oggi registrati non si erano visti dal 1860, quando un'elezione insolitamente galvanizzante pose le basi per quella che è stata variamente definita la guerra civile americana, la guerra tra gli Stati o (dal punto di vista dei confederati) la guerra di aggressione del Nord. I parallelismi tra le elezioni del 1860 e del 2020 sono suggestivi. In entrambi i casi, il riallineamento dei partiti aveva destabilizzato il sistema politico. Nel 1860, i partiti repubblicano e costituzionale erano nuovi, mentre il partito democratico dominante si era diviso in due fazioni sulla questione della schiavitù nei territori occidentali. Allo stesso modo, nel 2020, gli elettori sceglieranno tra partiti politici che hanno cambiato posizione: il Partito Repubblicano, recentemente populista, di Trump ha attratto gran parte di quella che era la base della classe operaia dei Democratici, mentre questi ultimi si sono trasformati senza vergogna nel partito degli oligarchi miliardari “moderati” [2]— Esattamente quello che era il Partito Repubblicano!
 
Come le elezioni del 1860, quelle del 2020 vedono una nazione fortemente divisa, in preda alla frenesia sulle questioni legate alla razza, di fronte a una scelta netta sulla direzione futura della nazione. Nel 1860, la questione chiave era se i nuovi Stati nei territori occidentali dovessero consentire la schiavitù. Se la schiavitù fosse stata bandita in tutti i nuovi Stati, come predicava il candidato repubblicano Abraham Lincoln, gli Stati schiavisti del sud sarebbero diventati una fazione minoritaria sempre meno significativa all’interno dell’Unione, avrebbero conosciuto la rovina economica, mentre il nord industriale amante dei dazi su sarebbe impadronito di parti sempre maggiori della ricchezza del sud. Quando Lincoln vinse, i leader del sud prevedevano un disastro incombente e si sentirono obbligati a fare secessione dall'Unione, nella speranza di salvare la loro economia e preservare la loro sovranità.
 
Nel 2020, anche i conservatori populisti si sentono minacciati sul piano esistenziale e potrebbero voler combattere e / o fare la secessione se perdono. Proprio come l'incombente demolizione del sistema schiavista preannunciava una fine apocalittica al Sud anteguerra, oggi il continuo cambiamento demografico minaccia gli Stati Uniti a maggioranza bianca. Oltre al cambiamento demografico, che promette di ridurre i bianchi allo status di minoranza entro il 2044, la distruzione dei posti di lavoro della classe operaia attraverso l'esternalizzazione e l'automazione globalizzata minaccia di impoverire gran parte di quella che una volta era la classe media statunitense (per lo più bianca). Nel frattempo i valori religiosi e familiari si stanno erodendo, in parte a causa di un assalto ideologico a tutto campo da parte dei media e le intellettualità dominate da progressisti laici, sproporzionatamente ebraici. Queste élite, sempre più radicali, abbracciano ogni varietà di rivendicazioni identitarie basate sulla vittimizzazione - a partire da una politica dell'identità ebraica pro-sionista volta a mantenere i privilegi ebraici - mentre considerano i bianchi come cattivi monoliti, i cui sforzi per difendere i propri interessi vengono inesorabilmente demonizzati.
 
Oggi difensori dell'identità bianca come Kevin MacDonald e Jared Taylor, e i loro compagni di viaggio filo Trumpiani, si sentono più o meno allo stesso modo dei meridionali nel 1860: se le elezioni avranno un esito sbagliato, essi saranno testimoni dell'annientamento del loro paese e del loro modo di vivere. Meglio scendere a combattere, dicono in molti, che accettare un destino così inglorioso. Come i secessionisti del 1860, i ribelli di oggi potrebbero reagire alla vittoria di Biden prendendo le armi a sostegno del tentativo di Trump per contestare il risultato. Dal caos che ne deriverebbe, potrebbero nascere degli scontri armati tra aree rurali (pro-Trump) e urbane (pro-Biden), così come uno scontro più ampio tra Stati rossi e Stati blu, capace di degenerare in una guerra civile. Resta da vedere come reagirebbero l'esercito USA (diviso tra fazioni pro e anti-Trump) e la polizia locale e statale (principalmente pro-Trump).
 
Ma non solo i sostenitori di Trump potrebbero reagire violentemente alla sconfitta elettorale. Se Trump vincesse, o rivendicasse la vittoria, le proteste di Black Lives Matter (BLM) e Antifa della scorsa estate probabilmente divamperebbero in una serie di incendi regionali, se non in un inferno nazionale. La fazione liberal dominante dei media mainstream (MSM) farà eco alla dichiarazione dell'11 giugno di Biden, secondo cui i militari dovrebbero "allontanare Trump dalla Casa Bianca con disprezzo". Milizie e simpatizzanti di Trump nell'esercito potrebbero organizzare una resistenza armata contro la sua espulsione forzata dalla Casa Bianca. La violenza potrebbe facilmente sfuggire al controllo.
 
Gli scettici potrebbero dire: certo, si fanno molte ipotesi sulla possibilità di violenze post-elettorali, ma ci sono prove concrete che qualcosa del genere potrebbe davvero verificarsi? La risposta è: sì, ci sono. Una serie di sondaggi di YouGov mostra che il numero di cittadini statunitensi che ritiene che la violenza sia giustificata se il loro partito non vince è aumentato drammaticamente in soli tre anni. Nel 2017, l'8% degli Statunitensi approvava il ricorso alla violenza in difesa del suo partito. Nel 2018 era del 12%, nel 2019 oltre il 15%, e a giugno 2020 è raddoppiata, fino a raggiungere il 30%! L'ultimo sondaggio, realizzato nel settembre 2020, ha rilevato che il 33% dei democratici e il 36% dei repubblicani approva la violenza politica di parte.
 
Un altro fattore che incide sul potenziale caos post-elettorale è la frustrazione repressa per i blocchi del COVID-19 e per il danno economico e sociale che hanno inflitto. I democratici hanno incolpato Trump per tutti i danni causati dal COVID, con un certo successo. Molti repubblicani, tuttavia, credono che COVID sia stato deliberatamente scatenato, e / o esagerato, per rovesciare Trump. (È vero che senza COVID, Trump probabilmente sarebbe stato premiato per la crescita economica; ed è anche vero che COVID è probabilmente un'arma biologica rilasciata deliberatamente, sebbene Trump non fosse quasi certamente l'obiettivo principale).
 
Dato che le loro vite sono state sconvolte e rovinate dalla pandemia e dai blocchi, gli Statunitensi si sono divisi in due campi, ognuno dei quali fungendo, per l’altro, da capro espiatorio per la terribile situazione. La storia ha dimostrato come un tale capro espiatorio di massa possa trasformarsi in spargimento di sangue di massa.[3]I fattori sottostanti che guidano l'attuale percorso degli USA verso la guerra civile - inclusi il cambiamento demografico, il declino della religione, l'ascesa della politica dell'identità e la cultura del narcisismo, la disuguaglianza economica e l'impoverimento delle classi lavoratrici e medie - diventano ogni anno più forti. La polarizzazione attorno alla figura grottescamente divisiva di Donald Trump può servire da catalizzatore che innesca una reazione a catena di violenza.
 
Come scrive il pastore conservatore Chuck Baldwin, "la volgarità, le bestemmie, le doppiezze, i furti, l’immoralità, il razzismo, il narcisismo, la cupidigia, l’auto-deificazione, la misoginia, i comportamenti incostituzionali e gli omicidi di massa di Trump lo rendono indegno di essere eletto cacciatore di cani, e tanto meno presidente degli Stati Uniti". Ma i sostenitori repubblicani di Trump, come i democratici che sostennero lo stupratore seriale Bill Clinton e sua moglie Hillary, o il criminale di guerra Obama, o l'uomo di apparato corrotto e probabile criminale sessuale Biden, seguono il ragionamento del presidente Roosevelt sul feroce dittatore Somoza: "Potrebbe essere un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana".
 
Un'elezione caratterizzata da tali livelli senza precedenti di odio reciproco, con entrambe le parti sempre più pronte ad azionare il grilletto piuttosto che le leve delle macchine del voto, potrebbe rivelarsi una trappola nazionale. Che si verifichi tra dieci giorni, dieci settimane o dieci anni - o che miracolosamente non si verifichi affatto - determinerà (a differenza del problema minore di chi vince) il corso della storia.
 
 
Note:
 
[1] La rivoluzione americana fu in realtà una guerra civile tra coloni nel Nord America britannico e comportò massicci spargimenti di sangue tra fazioni rivoluzionarie e contro-rivoluzionarie.
 
[2] Gli oligarchi democratici "moderati" stanno finanziando cause "radicali" come BLM e Antifa come una strategia del divide et impera contro le classi lavoratrici e medie. Stanno fomentando conflitti identitari, soprattutto razziali, per deviare la sinistra lontano da proposte come quelle di Bernie Sanders per ridistribuire la ricchezza. L'estremismo antifa e BLM serve anche a screditare la "sinistra" (e per estensione l'agenda di Bernie Sanders) agli occhi della maggior parte degli Statunitensi della classe media e lavoratrice.
 
[3] Sui molti olocausti e genocidi della storia recente, vedi Gideon Polya's US-Imposed Post-9/11 Muslim Holocaust & Muslim Genocide. Per un'analisi più approfondita di come un'innata tendenza umana verso il capro espiatorio e il sacrificio umano siano la fonte di tali atrocità, vedere René Girard.
 
 
Ossin pubblica articoli che considera onesti, intelligenti e ben documentati. Ciò non significa che ne condivida necessariamente il contenuto. Solo, ne ritiene utile la lettura
 
 
 
 
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