Sayed7asan, 5 agosto 2015 (trad. ossin)


Dalla Palestina allo Yemen: onore e decadenza del mondo arabo
Sayed Hasan


Mentre l’Arabia Saudita fa di tutto per surclassare Israele in fatto di crimini, terrore e barbarie, spingendo un intero paese sull’orlo del baratro nell’indifferenza generale, il più povero dei paesi arabi offre una lezione di coraggio, di dignità e di lucidità al mondo intero, seguendo l’esempio del popolo palestinese


La guerra saudita-statunitense contro lo Yemen dura oramai da più di 4 mesi. Ha provocato più di 4.000 morti, 3.000 dei quali dovuti direttamente ai bombardamenti terroristi della coalizione araba, e si calcolano 20.000 feriti e quasi 1,3 milioni di sfollati. 6,5 milioni di abitanti sono direttamente minacciati dalla penuria alimentare, mentre 13 milioni – vale a dire la metà della popolazione – sono privi dei mezzi di sussistenza fondamentali e costretti ad una lotta quotidiana per il pane. Secondo un recente rapporto di Oxfam:

Lo Yemen è una pentola a pressione che ha raggiunto il punto critico prima dell’esplosione. Attaccati da terra e dall’aria, e assediati da terra, dal mare e dall’aria, gli Yemeniti si trovano in una situazione di indigenza disperata e non hanno dove andare (…) Migliaia di persone sono minacciate di morte e di altri pericoli a causa degli effetti secondari del conflitto, come la fame, la malnutrizione e le malattie. Per evitare che lo Yemen precipiti nel baratro, la comunità internazionale deve urgentemente revocare le restrizioni sulle importazioni e imporre un cessate il fuoco definitivo che renda possibile la circolazione sicura delle merci all’interno del paese (…).

Perfino per lo Yemen, per il quale pure l’insicurezza alimentare costituisce un male cronico, oggi si calcola il più alto numero mai registrato di persone che soffrono la fame. Quattro mesi di intensi attacchi aerei, di bombardamenti, di combattimenti di terra e di restrizioni alle importazioni imposte dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita hanno portato il paese alla rovina. Una mancanza crudele di cibo affama il popolo e provoca una crescita del livello di malnutrizione, soprattutto tra le donne e i bambini, e pone centinaia di migliaia di vite in pericolo (…)

Nuha Al Saidi, vice direttrice del programma di Oxfam e residente nella capitale Sanaa, dichiara: “Anche se sopravvivremo alle bombe, siamo comunque alla fame”. La violenza, le restrizioni sulle importazioni e l’elevato costo del carburante fanno sì che le poche provviste ancora nei depositi siano però disponibili in modo sporadico, e a prezzi che hanno subito una inflazione straordinaria. L’aumento dei prezzi ha reso i beni alimentari di prima necessità, il carburante e le medicine inaccessibili per famiglie a corto di danaro, la maggior parte delle quali non riceve da mesi un regolare stipendio. La rarefazione alimentare nei mercati, i prezzi elevati, le difficoltà di accesso ai mercati, e la mancanza di redditi hanno provocato un aumento rapido del numero di yemeniti che soffrono la fame (…)

 


Le famiglie che fuggono esercitano una pressione supplementare sulle comunità che attualmente le accolgono, in quanto arrivano a mani vuote e queste comunità condividono con loro quel poco che hanno (…)

L’UNICEF annuncia che il tasso di malnutrizione infantile ha superato lo stadio critico. L’acqua potabile manca crudelmente e si propagano malattie infettive curabili che, per l’indisponibilità di medicine, provocano centinaia di vittime. La carenza di carburante, di gas e di elettricità può da sola provocare un nuovo vero disastro. Bisogna aspettare che si cominci veramente a parlare di genocidio? L’indigenza del popolo yemenita è maggiore di quanto possano esprimere le parole e le cifre statistiche, e perfino le foto più strazianti non riescono, se non minimamente, a rappresentarne tutto l’orrore.

 

Il rapporto di Oxfam è stato ripreso dalla stampa britannica e statunitense, e queste immagini sono talmente terribili che, nonostante l’embargo mediatico occidentale, sono riuscite a farsi strada fino al Daily Mail, un quotidiano britannico sensazionalista e voyeurista. Ma il pubblico francese è stato risparmiato da un simile spettacolo (e non ne parliamo del pubblico italiano, ndt) in quanto i media francesi mantengono un rigoroso e pudico silenzio sulla crisi umanitaria in Yemen. Vero è che l’aggressione saudita gode di un sostegno assoluto da parte degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, e che si serve principalmente di armi francesi, che stanno svolgendo un ruolo decisivo a Aden. Quelle stesse armi francesi che – come si è detto fino alla nausea in occasione della saga dei Mistral alla Russia – non sarebbero mai state vendute a paesi bellicosi.

Benché molti paesi del Medio oriente siano dilaniati da conflitti sanguinosi e senza precedenti da anni, che continuano a fare i titoli dell’attualità, lo Yemen si distingue dagli altri per la grande vulnerabilità della sua società, essendo uno dei paesi più poveri del mondo e quasi totalmente dipendente dalle importazioni. Inoltre la sua collocazione geografica lo pone alla mercé dell’impietoso blocco navale che gli è stato imposto, e che impedisce alla popolazione perfino di unirsi agli altri milioni di rifugiati che sono fuggiti dalle devastazioni dei loro paesi compiute da orde terroriste sanguinarie sostenute, sotto banco, da quegli stessi che mettono in campo oggi apertamente le loro colossali risorse per annientare il più debole dei paesi arabi, senza la minima linea rossa – perfino le tregue vengono sistematicamente violate da nuovi attacchi aerei. La coalizione saudita-statunitense assiste anche Daech e Al Qaeda in Yemen, collaborando strettamente con loro. E tuttavia, nonostante questa estrema disparità di forze, lo Yemen resiste eroicamente e si annuncia come una nuova Leningrado contro l’aggressore saudita.

 


Dall’inizio delle ostilità, Abdel-Malik al-Houthi, il capo della Resistenza yemenita, denuncia con forza la “Trinità del Male”, composta da Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, il “corno di Satana”, che si è totalmente assoggettato ai loro interessi. La descrive come il loro braccio armato nella regione, al servizio dei quali ha generato il mostro Daech, e insiste sui crimini atroci che perpetra contro il popolo yemenita. Ma l’insistito riferimento più interessante del suo ultimo discorso è quello alla Palestina, alla sofferenza del popolo palestinese e alla lotta contro Israele, che resta a suo avviso la causa centrale per il popolo yemenita, nonostante la situazione drammatica e senza precedenti in cui si trova.

Infatti il 10 luglio 2015, in occasione della Giornata Internazionale di Al Quds (Gerusalemme), commemorata ogni ultimo venerdì del mese di Ramadan in segno di solidarietà col popolo palestinese, decine, forse centinaia di migliaia di yemeniti hanno manifestato per esprimere il loro indefettibile attaccamento alla causa palestinese. E ciò, nonostante il fatto che la tregua umanitaria, decretata dalle Nazioni Unite per i dieci giorni del mese sacro del Ramadan dopo più di 100 giorni di una aggressione impietosa e senza precedenti contro lo Yemen, veniva quotidianamente violata dall’Arabia Saudita.

 


Nel suo discorso commemorativo di questa giornata, Hassan Nasrallah, il Segretario Generale di Hezbollah, ha ricordato i milioni di persone scesi in piazza in tutto il mondo per manifestare il proprio sostegno alla causa del popolo palestinese (in Iran, in Iraq, in Siria, in Giordania, nella stessa Arabia Saudita, in Tunisia, in Mauritania, in Sudan, in Palestina, in Turchia, in Pakistan e, in maniera più contenuta, anche in altre città occidentali ed europee, fino alla place du Trocadero di Parigi, nel paese dove siede il governo più filosionista del mondo), ma ha reso un omaggio del tutto particolare al popolo yemenita con queste parole:

“Consentitemi di soffermarmi particolarmente su due manifestazioni, due commemorazioni: la prima in Yemen, dove questi cari e nobili (fratelli) sono scesi nelle strade di Sanaa, manifestando per la Palestina e per Al Quds, e ciò nonostante prosegua l’aggressione saudita-statunitense contro il loro paese, le loro città e i loro villaggi, e assolutamente tutto quel che posseggono, in termini di esseri viventi e pietre (inanimate). Nonostante gli attacchi continui, fino perfino a Sanaa, contro il centro di Sanaa e le periferie, decine di migliaia di persone – per non dire centinaia di migliaia – sono uscite e hanno manifestato per Al Quds, per la Palestina, per Gaza e per il popolo palestinese.

Ovviamente comprendiamo bene tutto questo sul piano psicologico. Il popolo yemenita ha la sensazione che il mondo intero lo abbia abbandonato, perché il mondo arabo e il mondo islamico lo hanno abbandonato. Il mondo non si è diviso tra sostenitori e oppositori della guerra, ma tra sostenitori dell’aggressione contro lo Yemen e coloro che tacciono. E pochi sono coloro che si oppongono a questa guerra.

Nonostante ciò, nonostante questa realtà dolorosa, costernante e vergognosa, il popolo yemenita non ha finito col dire che non aveva nulla a che vedere con la Palestina, con Al Quds, con Gaza e col popolo palestinese. Ciò merita rispetto e omaggio e, in verità - non riesco a trovare parole abbastanza forti – glorificazione ed esaltazione, ammirazione e venerazione nei confronti della volontà del popolo yemenita, del suo risveglio e della sua resistenza, oltre che della sincerità di questo popolo che ha confermato oggi la sua adesione di principio, politica, militante e morale, alla causa della Palestina.

E l’altro luogo che intendo ricordare è il Bahrein. Perché quel che accomuna il Bahrein e lo Yemen è l’abbandono. L’abbandono da parte del mondo arabo e islamico, e del mondo intero.

Per altri paesi del mondo, dove nascono opposizioni, gruppi armati, rivoluzioni popolari – chiamatele come vi pare – si trovano molti paesi potenti che li sostengono finanziariamente, con armi, mediaticamente; organizzano per essi delle Conferenze internazionali, delle sessioni del Consiglio di Sicurezza, dei movimenti regionali e internazionali considerevoli. Ma per il Bahrein e lo Yemen le cose vanno in modo diverso. Questi due paesi sono vittime di una ingiustizia e di una oppressione tutte particolari, ed è per questo che io mi soffermo su di loro”.


Questo omaggio reso allo Yemen da Hezbollah libanese che, dal 1982 al 2000, e di nuovo nell’estate 2006, si è trovato in una situazione di devastazione e di abbandono simili – ricordiamo che nel 1982 l’invasione del Libano da parte di Israele era stata eclissata nell’attualità del mondo arabo dalla Coppa del Mondo di football, come ha più volte denunciato Hassan Nasrallah – ed è in prima linea nella lotta contro Israele, sottolinea il carattere eccezionale dell’impegno del popolo yemenita per la causa palestinese e una grande lucidità nella lettura degli avvenimenti che si svolgono nella regione. Hassan Nasrallah aveva già ricordato che, nel 2011-2012, lo Yemen aveva massicciamente manifestato in segno di solidarietà con la Siria, per denunciare la guerra internazionale terrorista che la assediava, mentre il mondo arabo si mostrava ancora cieco e indifferente. E secondo Abdel-Malik al-Houthi, l’accanimento statunitense-saudita-israeliano è proprio dovuto a questo rilevante risveglio del popolo yemenita, e alla sua volontà di indipendenza e di impegno per la causa dei popoli arabi, sull’esempio dell’Iran e in decisa opposizione col progetto di infeudamento e collaborazionista saudita:

“Parlare di influenza iraniana è solo un tentativo di creare confusione: il regime saudita tenta di ingannare i popoli della regione. Colui che manifesta ostilità verso Israele, loro lo descrivono dicendo che è un iraniano (ostile); colui che sostiene senza ambiguità la Resistenza palestinese e libanese contro Israele, loro dicono che è un iraniano. Tentano in questo modo di raggirare e mettere a tacere tutti e di creare dei nuovi equilibri nelle cause strategiche della regione, in modo che la normalizzazione delle relazioni con Israele e la collaborazione con Israele diventino l’essenza dell’identità araba, che questo diventi una linea fondante della sicurezza nazionale araba. Vogliono che la lotta contro Israele e contro la dominazione israeliana, e che la solidarietà con il popolo palestinese, il senso di responsabilità verso la moschea di Al Aqsa (a Gerusalemme) e i luoghi santi in Palestina diventino una causa iraniana, e ritengono che chiunque costruisca la propria politica in questa direzione debba essere preso di mira e accusato di tradire l’arabismo. Ma l’arabismo significa forse collaborazionismo, umiliazione, decadenza, resa, sottomissione a Israele? L’assimilazione ai regimi che collaborano con Israele? Questi arzigogoli non vi gioveranno, perché la vostra collaborazione con Israele è chiara a tutti. Voi siete diventati israeliani, voi, il regime saudita e gli strumenti takfiriti (Daech e Al Qaeda), la vostra identità si è rivelata come sionista e il vostro giuramento di fedeltà è chiaramente rivolto verso Israele (…).

 


Una delle ragioni principali che fatto del nostro nobile popolo yemenita un bersaglio è proprio ciò che si conosce di questo popolo degno, vale a dire i suoi valori, la sua etica, i suoi principi e il suo impegno forte e attivo nei confronti della Palestina e della causa palestinese, nonché la sua marcata ostilità verso Israele. Quando si è manifestata una crescente presa di coscienza nel nostro popolo yemenita e quando il suo livello di impegno e reattività si è fortemente sviluppato attraverso cortei e manifestazioni di solidarietà, al punto che in occasione del primo anniversario dell’aggressione contro Gaza, e durante tutto il corso della guerra contro Gaza, vi sono state manifestazioni amplissime in Yemen, come in nessun altro paese arabo, manifestazioni enormi, spettacolari, con una formidabile partecipazione popolare, tanto che in verità centinaia di migliaia di yemeniti desiderano, sperano e aspirano a essere al fianco della Resistenza in Palestina e in Libano, per poter combattere direttamente il nemico israeliano. Così è fatto il popolo yemenita, del quale può dirsi che è il popolo arabo più sensibile alla causa palestinese, quello che dimostra la più grande solidarietà e compassione per essa, umanamente e moralmente, ma è purtroppo poverissimo finanziariamente a causa della politica di impoverimento e di discriminazione di cui è vittima da decenni. Anche questo popolo è sempre stato vittima di una guerra, di una guerra lunga, e si assiste adesso ad una intensificazione della violenza dell’aggressione e della discriminazione, ma tutto ciò ha allertato la sua coscienza ed il suo impegno per questa causa fondamentale”.

In conseguenza dei fatti che hanno scosso il mondo arabo dopo la sedicente “primavera dei popoli” nel 2011, il maggior pericolo che minaccia la causa palestinese è il fatto che ciascun governo, ciascun popolo, ciascun paese arabo (e l’opinione pubblica internazionale), preso dalle proprie crisi e lotte interne, metta da un canto la questione di Israele, della Palestina e del progetto di dominazione israeliano-statunitense nella regione, di cui Daech non è che l’ultimo avatar. Sayed Ali Khamenei e Hassan Nasrallah non cessano di ricordarlo, e Abdel-Malim al-Houthi, e con lui il popolo yemenita nella sua maggioranza, hanno concordato con loro. L’impegno dello Yemen per la Palestina è totale, e giunge al punto che il leader Houthi si è sinceramente scusato per l’impossibilità del popolo yemenita di aiutare il popolo palestinese a causa dell’estrema povertà, proprio mentre esso stesso è sottoposto alle più selvagge distruzioni! E qui emerge un tratto tanto struggente quanto rivelatore. Perché, come ha detto il capo della Resistenza yemenita, la barbarie saudita eclissa perfino i crimini israeliani a Gaza, ciò che costituisce il colmo dell’infamia e un tradimento forse ancora più grande di quello di Sadat:

“Essi (il regime saudita) sono privi di qualunque umanità, di onore, di morale, di valori. Non hanno alcuna qualità (umana). Sono dei mostri nel vero senso del termine. Chi commette simili crimini? Chi prende di mira perfino i mercati, perfino la folla che riempie i mercati in tutte le province, qui e là, a nord e a sud? Attraverso tutti questi crimini, essi rivelano la loro mostruosità: non posseggono alcuna umanità, né alcuno dei valori che gli uomini rispettano anche durante le guerre. Secondo loro, chi ha i soldi può fare tutto quello che vuole, senza alcun limite, e distribuirà questo denaro qui e là, un tanto per il Consiglio dei Diritti dell’Uomo, un tanto per le Nazioni Unite, per questo o quel paese, e la sua aggressione sarà coperta e legittimata e non avrà alcun problema (…)

La demoniaca influenza israeliana sul regime saudita ha trascinato questa furiosa follia saudita nella sua aggressione contro lo Yemen, questo terrore, questa barbarie nella perpetrazione dei crimini più atroci e più odiosi contro il popolo yemenita, un popolo degno, mussulmano e arabo. La demoniaca influenza israeliana sul regime saudita si riflette nei crimini orribili e inqualificabili perpetrati da questo regime, che sfidano la stessa umanità, crimini che non hanno precedenti nella regione. E si può anche dire che Israele è riuscita a spingere il regime saudita a fare ancora peggio di quanto esso stesso aveva fatto e che aveva fatto apparire questo regime come il peggiore di tutti nella coscienza mondiale, il più odioso e il più atrocemente criminale, il più tirannico nella sua aggressione. Israele è riuscito a fare questo, ed è riuscito anche a spingere in questa direzione tutti i takfiriti.

Ancora una volta, anche Sayed Ali Khamenei e Hassan Nasrallah hanno evidenziato questo “exploit” dell’Arabia Saudita, che surclassa i massacri israeliani a Gaza, un fatto eccezionale se si tenga conto della loro ostilità congenita e irrinunciabile verso Israele, il nemico ultimo. Ma essi hanno anche predetto una umiliante sconfitta per l’aggressore, addirittura la stessa caduta del regime saudita. Infatti, agli slogan “Morte a Israele” e “Morte agli USA”, tradizionali nelle manifestazioni yemenite, si è aggiunto: “Morte alla dinastia dei Saud”, uno sviluppo senza precedenti che si rivela come la premessa indispensabile, la condizione necessaria, alla fine dell’egemonia Usraeliana nel Medio Oriente, ciò cui già invitava Nasser. Ed è effettivamente una prospettiva che si delinea sempre più chiaramente agli occhi di tutti.

Dopo il diretto coinvolgimento di Hezbollah in Siria al fianco dell’Esercito Arabo Siriano, Hassan Nasrallah ha spiegato che, dal punto di vista di Hezbollah – che trova conferme in tutti i recenti avvenimenti – la lotta contro Israele e per la liberazione della Palestina e di Al Quds passa necessariamente per la Siria, “per Qalamun, per Zabadani, per Homs, per Aleppo, per Dera’a, per Sweida, per Al-Hassaka. Perché se cade la Siria, cade anche la Palestina e Al Quds sarà perduta”, come ha ricordato nel discorso del 10 luglio. Ma a proposito dello Yemen, ha detto anche:

“La via (della liberazione) di Al Quds passa anche per lo Yemen. E’ imperativo che cessi l’aggressione saudita-statunitense contro lo Yemen, della quale rinnoviamo la denuncia e la condanna con veemenza. Noi di Hezbollah ci accostiamo sempre a dio l’altissimo, ad ogni istante e in ogni occasione, dichiarando apertamente, alto e chiaro, la nostra condanna di questa aggressione barbara, sconsiderata e inumana contro lo Yemen e il popolo dello Yemen da parte dell’Arabia Saudita e di chi la sostiene. L’aggressione perdura da 107 giorni. Quale ne è il risultato? Fallimento dopo fallimento. Non voglio dilungarmi, sto digiunando e anche voi, ma voi conoscete i fatti e ne abbiamo già parlato in passato: ditemi quali sono gli obiettivi dell’operazione “Tempesta decisiva”, miei cari, e mostratemi cosa avete ottenuto. E chiaritemi gli obiettivi dell’operazione “Restaurazione della speranza”, miei amati, e mostratemi cosa avete fatta. Voi troverete solo fallimenti che seguono fallimenti. Non è giunto il momento per l’Arabia Saudita – per il regime saudita – di rendersi conto che la sua guerra è senza speranza? E che non è capace di spezzare la volontà del popolo yemenita? E che la speranza che poggiano sui loro gruppi armati all’interno dello Yemen non produce altro risultato se non di aumentare le stragi? E che la prosecuzione degli attacchi aerei non spezzerà la volontà di questo popolo risoluto a ottenere la propria indipendenza, la sua libertà e la sua sovranità, e una esistenza nobile e degna? Guardate le manifestazioni di oggi a Sanaa, le avete viste e avete inteso gli slogan. Dopo 107 giorni di massacri! 107 giorni di bombardamenti che non hanno risparmiato assolutamente niente: ospedali, città – perfino durante il mese di Ramadan – mercati… Vedono bene che si tratta di un mercato, non si tratta di errore, e non è che qualcuno abbia piazzato una Katiusha in questo mercato, è solo un semplice mercato, al cuore dello Yemen, dal quale non si può lanciare un razzo sul territorio saudita; vengono a bombardarlo, e decine di martiri cadono quotidianamente. Ma questo popolo è oggi sceso in piazza, e ha annunciato la sua posizione, ha rivelato la sua determinazione.

 


 

Sembra, fratelli e sorelle, che la guerra saudita non abbia più obiettivi. Non ha più obiettivi politici e il suo unico obiettivo è di vendicarsi dello Yemen e del popolo dello Yemen. Quel che accade oggi in Yemen non è un’operazione militare, perché dove potrà intervenire l’esercito saudita? Esso deve difendere i suoi posti di frontiera. Non mi ricordo i nomi, ma ogni giorno sento che gli Yemeniti conquistano dei posti di frontiera, che i Sauditi sono scappati, poi che gli Yemeniti si sono ritirati perché avrebbero avuto bisogno di una difesa anti-aerea per difendere le posizioni, e che gli aerei sauditi vengono a bombardarli, e che dunque sono le loro forze aeree che devono intervenire. Ma comunque qualsiasi paese che disponga di forze aeree può fare questa cosa, bombardare, distruggere perpetrare massacri… Che il vostro esercito sia prima di tutto capace di difendere i posti di frontiera, e poi si vedrà se siete capaci di entrare nel territorio dello Yemen. Questa non è né una operazione militare, né una operazione politica. Siamo di fronte ad una operazione di vendetta: ‘Voi, il popolo yemenita, avete smesso di obbedire al padrone (perché i Sauditi si considerano i padroni), avete cessato di essere gli schiavi del Signore saudita, volete essere padroni di voi stessi, ma ciò non è autorizzato in questa regione, non è permesso che il popolo yemenita sia così, dunque benissimo, pagate il prezzo della vostra scelta’. Quale è il prezzo? I bombardamenti, le distruzioni, i massacri, l’essere schiacciati, ecc. Non esiste un’altra strada. Ecco che cosa succede.

Comunque sia, l’Arabia Saudita deve smetterla e il mondo deve aiutarla a scendere dall’albero (sul quale si è appollaiata), a scendere dal suo trespolo. L’aggredito che si difende e che ha scelto di difendere la propria dignità, la famiglia, la sua sovranità e la propria libertà non ha altra scelta se non di continuare a difendersi, per quanto a lungo duri la guerra. Quanto all’aggressore, spetta a lui di fare una scelta diversa. E io credo che l’Arabia Saudita abbia cominciato a rivedere le sue scelte”.


Giorno dopo giorno, il popolo yemenita rivela la propria determinazione a difendere la sua indipendenza e i suoi principi, e il rifiuto di arrendersi di fronte all’aggressione statunitense-saudita, a costo di qualunque sacrificio. Lo Yemen sembra essersi con determinazione avviato lungo la stessa strada della Resistenza islamica libanese, tanto dal punto di vista del suo indefettibile attaccamento alla causa palestinese che delle sue vittorie storiche – passate e future. Allo stesso modo l’opinione pubblica arabo-mussulmana si rende sempre meglio conto della realtà del progetto takfirita nella regione e della sua collusione con le forze dell’imperialismo, e la cortina fumogena che copre la vera identità dell’Arabia Saudita, adorna del titolo ingannevole di culla dell’islam e di garante dei luoghi santi, svanisce inesorabilmente. L’aura saudita non può che ridursi in futuro, mentre quella dell’Asse della Resistenza continua a crescere.

 


Lo Yemen offre oggi un esempio di coraggio e di lucidità al mondo intero, e la sua lotta eroica e tragica per l’indipendenza, nonostante il vergognoso abbandono da parte del mondo – a eccezione dell’Iran e di Hezbollah – fa onore al mondo arabo e a tutta l’umanità col suo esempio, come la lotta del popolo palestinese.

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