Asiatimes, 18 settembre 2019 (trad.ossin)
 
I ribelli Houthi hanno ribaltato lo scacchiere geopolitico
Pepe Escobar
 
Lo spettacolare attacco del gruppo sciita yemenita agli impianti petroliferi sauditi di Abqaiq può dare davvero una spinta a cacciare il casato dei Saud dal potere
 
Uno sciita yemenita con una bandiera che reca scritto in arabo "La disgrazia è lontana da noi", alla processione religiosa dei ribelli Houthi per celebrare il primo giorno di Ashura. Foto: Hani Al-Ansi / dpa
 
Siamo gli Houthi e stiamo arrivando in città ! Con lo spettacolare attacco ad Abqaiq, gli Houthi dello Yemen hanno ribaltato lo scacchiere geopolitico dell’Asia di Sud-Ovest. Fino a rendere concretamente possibile un’assoluta novità: l’esplicita possibilità di un’offensiva per scacciare la Casa dei Saud dal potere.
 
Adesso va tutto a puttane. Gli Houthi (sciiti Zaidi del nord dello Yemen) e i Wahhabiti sono in guerra da secoli. Questo libro è assolutamente essenziale per comprendere la sbalorditiva complessità delle tribù Houthi. Ci fa anche capire che la tormenta che oggi imperversa nell’Arabia del Sud va molto al di là di una semplice guerra per procura Iran-Arabia Saudita.
 
Peraltro bisogna sempre tenere a mente che gli sciiti arabi della provincia orientale, che lavorano nelle istallazioni petrolifere saudite, sono alleati naturali degli Houthi in lotta contro Riyadh.
 
La capacità di attacco degli Houthi (dagli sciami di droni ai missili balistici) è considerevolmente migliorata in quest’ultimo anno. Non è un caso che gli Emirati Arabi Uniti abbiano preso atto della direzione da cui soffiavano i venti geopolitici e geoeconomici: Abu Dhabi si è quindi ritirata dalla feroce guerra del principe ereditario Mohammad bin Salman contro lo Yemen e si è impegnata in una strategia che definisce «pace prima di tutto».
 
Anche prima di Abqaiq, gli Houthi avevano già organizzato altri attacchi contro istallazioni petrolifere saudite, e anche contro gli aeroporti di Dubaï e Abu Dhabi. All’inizio di luglio, il Centro di comando delle operazioni dello Yemen ha organizzato una prestigiosa esposizione a Sanaa di tutto il suo arsenale di missili balistici e volanti e di droni.
 
Il Ministero della Difesa saudita mostra droni e parti di missili utilizzati nell'attacco alla raffineria
La situazione è giunta ad un punto tale che corrono molte voci in tutto il Golfo Persico sulla possibilità di una svolta spettacolare: l’organizzazione da parte degli Houthi di una spedizione attraverso il deserto arabo per conquistare La Mecca e Medina, in concomitanza con una sollevazione sciita di massa nella cintura petrolifera orientale. Non è proprio tirata per i capelli: in Medio Oriente sono capitate talvolta cose ancora più strane. Dopo tutto, i Sauditi non sono capaci di uscire vittoriosi nemmeno da una semplice rissa da bar. E’ per questo, d’altra parte, che impiegano mercenari.
 
Il ritorno dell’orientalismo
 
Il refrain dei Servizi Segreti statunitensi, secondo cui gli Houthi non sarebbero stati in grado di realizzare da soli un attacco così sofisticato, tradisce i peggiori filoni di orientalismo e il complesso di superiorità dell’uomo bianco che finisce per essere un peso.
 
Gli unici rottami di missili mostrati fino ad oggi dai Sauditi provengono da un missile da crociera Quds 1 yemenita. Secondo il generale di brigata Yahya Saree, portavoce delle Forze armate yemenite di stanza a Sanaa, «il sistema Quds ha dimostrato grande capacità di colpire i bersagli e aggirare i sistemi di intercettazione nemici».
 
Questa immagine satellitare del governo statunitense mostra i danni provocati all’infrastruttura petrolifera dagli attacchi dei droni ad Abqaiq di fine settimana
Le forze armate houthi hanno debitamente rivendicato la responsabilità dell’attacco ad Abqaiq: «Questa operazione è una delle più importanti realizzate dalle nostre forze in profondità sul territorio dell’Arabia Saudita. Ed è stata preceduta da una precisa operazione di raccolta di informazioni, un monitoraggio avanzato, ed è stata accompagnata dalla cooperazione di uomini onorevoli e liberi del Regno (saudita)».
 
Notate questo concetto chiave: «cooperazione» dall’interno dell’Arabia Saudita, che può riferirsi tanto agli Yemeniti, che agli Sciiti della provincia orientale.
 
Ancora più interessante è il fatto che tutto l’hardware statunitense massicciamente presente all’interno e all’esterno dell’Arabia saudita (satelliti, AWACS, missili Patriot, droni, navi, caccia) non ha visto niente, o almeno non ha visto in tempo. L’avvistamento da parte di un cacciatore di uccelli kuwaitiano di tre droni «vaganti» diretti probabilmente verso l’Arabia Saudita viene invocata come «prova». Pensate all’imbarazzo di uno sciame di droni (qualunque sia la provenienza) che sorvolano indisturbati, per ore, il territorio saudita.
 
I responsabili delle Nazioni Unite ammettono apertamente che, attualmente, tutte le cose importanti si trovano alla portata dei 1 500 km di autonomia del nuovo drone UAV-X degli Houthi: i campi di petrolio dell’Arabia Saudita, una centrale nucleare ancora in costruzione negli Emirati, e il mega aeroporto di Dubai.
 
Le conversazioni che ho avuto a Teheran nel corso dei due ultimi anni hanno confermato che i nuovi droni e missili houthi sono essenzialmente delle copie di progetti iraniani assemblati direttamente in Yemen, con l’aiuto determinante di ingegneri di Hezbollah.
 
Le agenzie di intelligence USA insistono sul fatto che 17 droni e missili da crociera sarebbero stati lanciati contemporaneamente dal sud dell’Iran. In teoria i radar dei Patriot avrebbe dovuto individuarli e abbatterli. Fino a questo momento, nessun dettaglio sulla loro traiettoria è stato rivelato. Gli esperti militari concordano generalmente sul fatto che il radar del missile Patriot è buono, ma il suo tasso di successi è «controverso» (è il meno che si possa dire). L’essenziale, ancora una volta, è che gli Houthi dispongono di missili offensivi avanzati. E che la loro precisione ad Abqaiq si è rivelata sorprendente.
 
Un’altra immagine satellitare del governo USA mostra i danni causati all’infrastruttura petrolifera e di gas dagli attacchi di droni contro Abqaiq nel fine settimana
Al momento, si direbbe che il vincitore della guerra di Casa Saud contro il popolo yemenita – appoggiata dagli Stati Uniti e dal Regno Unito – cominciata nel marzo 2015 e che ha provocato una crisi umanitaria che l’ONU definisce di proporzioni bibliche, non è certamente il principe ereditario, conosciuto col nome di MBS.
 
Ascolta il generale 
 
Ad Abqaiq, sono state soprattutto prese di mira le torri di stabilizzazione del petrolio grezzo (almeno molte di esse), insieme ai serbatoi di stoccaggio di gas naturale. Fonti di prima mano sui temi energetici del Golfo Persico mi hanno detto che la ricostruzione potrebbe durare mesi. Anche Riyadh lo ha riconosciuto.
 
Incolpare ciecamente l’Iran senza prove, non risolve il problema. Teheran dispone di sciami interi di grandi pensatori strategici. Non hanno bisogno (e non vogliono) di far esplodere l’Asia di sud-ovest… che è cosa che potrebbero comunque fare. A proposito: i generali dei Guardiani della Rivoluzione hanno già detto più volte di essere pronti per la guerra.
 
Il professor Mohammad Marandi dell’Università di Teheran, che intrattiene relazioni assai strette col Ministero degli Affari esteri, è categorico: «Non sono partiti dall’Iran. Se così fosse, sarebbe estremamente imbarazzante per gli USA, che non sono stati capaci di vedere un gran numero di droni e di missili iraniani. E’ assurdo».
 
Marandi aggiunge: «Le difese aeree saudite non sono attrezzate per difendere il paese dallo Yemen, ma solo dall’Iran. Gli Yemeniti colpiscono i Sauditi, migliorano e sviluppano la loro tecnologia di droni e missili da quattro anni e mezzo, e per loro i Sauditi sono una preda assai facile».
 
Una preda facile e non protetta: i sistemi statunitensi PAC-2 e PAC-3 sono tutti orientati vesto est, in direzione dell’Iran. Né Washington né Riyadh sanno adesso con certezza da dove provenissero gli sciami di droni/missili.
 
I lettori dovrebbero rivolgere un’attenzione particolare a questa stupefacente intervista al generale Amir Ali Hajizadeh, comandante della Forza aereospaziale del Corpo della Guardia rivoluzionaria islamica. L’intervista, in farsi (con sottotitoli in inglese), è stata fatta dall’intellettuale iraniano Nader Talebzadeh sanzionato dagli Stati Uniti e include domande inviate dai miei amici analisti statunitensi, Phil Giraldi e Michael Maloof, oltre che da me.
 
Spiegando l’autosufficienza iraniana nelle sue capacità di difesa, Hajizadeh sembra molto razionale. In conclusione: «La nostra opinione è che né i politici statunitensi, né i nostri dirigenti vogliono la guerra. Se si verifica un incidente come quello del drone [il RQ-4N abbattuto dall’Iran a giugno] o un malinteso che costituisca la miccia per una guerra più vasta, questa è un’altra storia. E’ per questo che ci teniamo sempre pronti per una grande guerra».
 
Rispondendo a una mia domanda, a proposito del messaggio che i Guardiani della Rivoluzione vogliono trasmettere, in particolare agli Stati Uniti, Hajizadeh ha risposto, senza giri di parole: «Oltre alle basi statunitensi in diverse regioni come l’Afghanistan, l’Iraq, il Kuwait, gli Emirati e il Qatar, teniamo sotto tiro tutte le navi fino a una distanza di 2.000 chilometri e le monitoriamo costantemente. Pensano che, se si allontanano di 400 km, saranno fuori dal nostro raggio di tiro. Dovunque siano, basta una scintilla per colpire le loro navi, le loro basi aeree, le loro truppe».
 
Compra gli S-400…
 
Sul fronte energetico, Teheran ha giocato, sotto pressione, un gioco molto preciso: vendendo carichi di petrolio spegnendo i transponder delle sue petroliere fino a quando si allontanavano dall’Iran e trasferendo il petrolio in mare da petroliera in petroliera, di notte, e ri-etichettando il carico come proveniente da altri paesi. Ho verificato questo fatto per settimane con commercianti del Golfo Persico nei quali ho fiducia: loro confermano tutto. E l’Iran può continuare questo gioco indefinitamente.
 
Ovviamente l’amministrazione Trump lo sa. Ma in realtà fa finta di non vedere, Per dirla nel modo più conciso possibile: sono intrappolati in questa assurda follia di avere abbandonato il JCPOA e cercano una via di uscita onorevole. Il Cancelliere tedesco Angela Merkel ha avvertito l’amministrazione con parole semplicissime: gli Stati Uniti devono tornare ai termini dell’accordo cui si sono sottratti, prima che sia troppo tardi.
 
E adesso, ecco la parte davvero inquietante.
 
L’attacco ad Abqaiq ha dimostrato che tutta la produzione di oltre 18 milioni di barili di petrolio al giorno in Medio Oriente (compreso il Kuwait, il Qatar, gli Emirati Arabi uniti e l’Arabia Saudita) può essere facilmente messa fuori gioco. Perché non v’è alcuna difesa adeguata contro questi droni e questi missili.
 
Bene, c’è sempre la Russia…
 
Ecco che cosa è successo nel corso della conferenza stampa seguita al summit di Ankara di questa settimana sulla Siria, tra i presidenti Putin, Rouhani ed Erdogan.
 
" Domanda: «La Russia aiuterà l’Arabia Saudita a ricostruire le sue infrastrutture? »
Presidente Putin: «Quanto all’aiuto all’Arabia Saudita, è scritto anche nel Corano che ogni forma di violenza è illegittima, salvo quando si tratti di proteggere il proprio popolo. Per proteggere loro e il loro paese, siamo pronti a fornire l’aiuto necessario all’Arabia Saudita. Tutto ciò che i leader politici dell’Arabia saudita devono fare è di prendere una saggia decisione, la stessa che ha preso l’Iran acquistando il sistema di missili S-300, e che ha preso il presidente Recep Tayyip Erdogan acquistando l’ultimo sistema anti-aereo S-400 Triumph dalla Russia. Sono sistemi in grado di offrire una protezione affidabile per tutte le infrastrutture saudite».
Presidente Rouhani: «Devono acquistare gli S-300 o gli S-400 ? »
Putin: «Sta a loro decidere». [ride] "
 
In “The Transformation of War”, Martin van Creveld aveva effettivamente predetto che l’intero complesso militare-industriale di sicurezza si sarebbe sgretolato quando si fosse scoperto che la maggior parte delle sue armi sono inutili contro avversari asimmetrici di quarta generazione. Non c’è alcun dubbio che il Sud del pianeta osserva, e ha recepito il messaggio.
 
Guerra ibrida, ancora una volta
 
Stiamo oramai entrando in una nuova dimensione della guerra ibrida asimmetrica.
 
Nell’orrenda ipotesi che Washington decidesse di attaccare l’Iran, spinta dagli abituali indiiati neocon, Il Pentagono non sarà mai in grado di colpire e disattivare tutti i droni iraniani e/o yemeniti. Gli Stati Uniti possono attendersi una guerra totale. Cosicché nessuna nave navigherà più lungo lo stretto di Hormuz. Sappiamo tutti quali ne saranno le conseguenze.
 
Il che ci porta alla Grande Sorpresa: la vera ragione per la quale non vi saranno più navi che attraversano lo stretto di Hormuz è che non ci sarà più petrolio da pompare nel Golfo. I campi di petrolio, dopo essere stati bombardati, saranno in fiamme.
 
Torniamo quindi ad una soluzione realista, che è stata sottolineata non solo da Mosca e da Pechino, ma anche da Parigi e Berlino: il Presidente USA ha giocato grosso, e ha perso. Adesso deve trovare il modo di salvare la faccia. Se il Partito della guerra glielo permetterà.
 
 
 
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