Yemen, gli Houthi stanno per vincere la guerra?
Alain Rodier
 
Lo Yemen sta entrando nel sesto anno di guerra totale. Il bilancio è mostruoso per la popolazione civile (100 000 morti da marzo 2015, data in cui è intervenuta l’Arabia Saudita). Secondo l’organizzazione umanitaria Norwegian Refugee Council (NRC), su una popolazione di 28 milioni, 20 milioni hanno bisogno di aiuto umanitario, alimentare e medico e 6,7 milioni sono senza un tetto… Su questo quadro già di per sé fosco, plana oramai la minaccia del Coronavirus che il paese non è assolutamente in grado di fronteggiare. E però le guerre continuano – ci sono molti conflitti nella guerra dello Yemen –, per il momento a vantaggio dei ribelli houthi [1] e degli ex militari dell’esercito yemenita che sono i loro alleati. Gli Houthi sono ostili agli USA, a Israele, all’Arabia Saudita e ai paesi che sono entrati a far parte della coalizione guidata da Riyadh, ai Fratelli Musulmani rappresentati dal partito Al-Islah, ma anche ai movimenti salafiti-jihadisti – Al-Qaeda nella penisola arabica e la wilaya Stato Islamico in Yemen. Sotto il comando di Abdul-Malik al-Houthi, questi ribelli sono essenzialmente dotati di armi di fanteria, ma dispongono anche di veicoli, compresi dei carri e dei blindati, e anche di armi antiaeree – tra essi, missili antiaerei a cortissimo raggio Strela-2 –, di missili e di droni. Si sospetta fortemente che sia l’Iran a fornire loro un aiuto materiale e tecnico. In loco ci sarebbe anche qualche istruttore inviato da Teheran ma, per ragioni di discrezione, sembra che non si tratti di Iraniani – forse Iracheni o elementi di Hezbollah libanese. Tuttavia le forze governative e della coalizione non sono state mai in grado di presentare ai media un prigioniero di una di queste nazionalità. Alcuni ribelli yemeniti avrebbero peraltro ricevuto un addestramento tecnico in campi iracheni e forse anche libanesi. 
 
 
Ribelli all’offensiva 
 
Dopo due mesi di violenti combattimenti contro le forze governative e le tribù locali, in particolare gli al-Shulan, sostenuti dal partito Al-Islah, il 1° marzo i ribelli Houthi hanno assunto il controllo della città di Al-Hazm, la capitale della provincia (governatorato) di Al-Jawf, nel nord del paese. Dal 2008, gli Houthi erano presenti in questa regione semidesertica dove la popolazione è abbandonata a se stessa essendo totalmente trascurata dal governo. Vi hanno condotto azioni di disturbo e di terrore per estromettere i capi locali. Da cinque anni, questa regione ha subito i bombardamenti della coalizione che non hanno risparmiato la popolazione civile, provocando in quest’ultima grande risentimento. Per esempio, all’inizio dell’anno, un bombardamento ha ucciso 31 civili, compresi 19 bambini. Il successo militare degli Houthi non deve niente al caso, perché incontrano poca resistenza da parte delle milizie locali e perché le forze governative sostenute dall’Arabia Saudita sono totalmente disorganizzate e poco presenti in questa zona periferica; d’altronde due brigate si sarebbero rifiutate di dislocarvisi. Le rare forze basate al centro della provincia hanno ripiegato in tutta fretta dando l’impressione di una vera e propria rotta.
 
Tuttavia, Al-Jawf è un governatorato importante a causa della sua posizione strategica. A nord si estende per 700 chilometri lungo la frontiera saudita; a sud, domina il governatorato centrale di Ma’rib. Gli Houthi dispongono oramai di un accesso che consente loro di prenderlo in una morsa da nord. Ma’rib costituisce il bastione governativo e la sede della coalizione. Tra le altre cose, è un regione ricca di idrocarburi.
 
Nello stesso tempo, gli Houthi avanzano nel distretto di Hanm, posto a est della capitale Sanaa. Questa offensiva permette loro oramai di mettere in sicurezza tutti gli accessi alla città – che controllano dal 2014 -, ma anche e soprattutto di controllare la catena montagnosa che domina la provincia di Marib, a ovest. La temibile 312° brigata corazzata e le forze houthi, presenti nella regione agli ordini del generale Abdul Khaliq Badredin al-Houthi – fratello di Abdul-Malik -, minacciano questa provincia con la loro forza di fuoco.
 
Gli abitanti della provincia di Al-Jawf sono stati sempre considerati dalla popolazione urbana come dei banditi violenti, ostili alle forze governative. Nella metà degli anni 2000, il presidente dell’epoca, il generale Abdullah Saleh, designò le province di Al-Jawf, m anche quelle di Ma’rib e di Shabwah, come l’«asse del male», accusandole di dare rifugio a «terroristi». Dopo la rivoluzione del 2011, queste tre province hanno accolto più di tre milioni di sfollati, molti dei quali in fuga dalle regioni controllate dagli Houthi. E’ indubbio che i ribelli vogliano impadronirsi di queste tre province che dividono lo Yemen in due.
 
Nel sud del paese, gli Houthi esercitano una forte pressione sui governatorati di Al-Dali e di Abyan, e a ovest, in direzione del porto di Al-Hudaydah sul mar Rosso del quale non hanno più il controllo dall’anno scorso.
 
A nord, i ribelli yemeniti minacciano direttamente l’Arabia Saudita attraverso raid di missili Zulkifar e di droni Sammad-3 – ufficialmente fabbricati localmente – che avrebbero preso ancora di mira Riyadh il 29 marzo, durante un coprifuoco dovuto al coronavirus. Essi hanno anche rivendicato attacchi contro «obiettivi economici e militari» posti nelle regioni frontaliere di Jizan, Najran e Asir. Si è trattato dei primi bombardamenti dopo settembre 2019, quando gli Houthi avevano attaccato delle installazioni petrolifere saudite [2]. Riyadh ha risposto il 30 marzo bombardando Sanaa, uccidendo un civile e 70 cavalli purosangue arabi che si trovavano alla Scuola militare. 
 
Se i ribelli non hanno alcuna speranza di conquistare tutto il paese – non si avventureranno per niente nelle province di Aden, di Hadramaout e di Al-Mahran -, le forze governative, anche se appoggiate dalla coalizione internazionale, non sono in grado di recuperare l’ovest del paese.
 
E’ necessario aggiungere al quadro gli indipendentisti del Southern Transition Council (STC) che controllano Aden con il consenso degli Emirati Arabi Uniti (EAU), e con grande irritazione del principe Mohamed bin Salman. I negoziati si sono svolti in Oman, gli EAU hanno ritirato le loro forze dallo Yemen mentre il governo di Abd Rabbo Mansour Hadi concludeva un accordo (detto «di Riyadh») col STC…
 
Anche se duramente colpiti negli ultimi tempi da attacchi statunitensi – perdendo anche il loro emiro, subito sostituito - gli attivisti di Al Qaeda nella penisola arabica (AQPA) continuano ad essere presenti al centro del paese. Anche Daesh cerca di mantenere un’influenza locale.
 
Giacché l’Arabia Saudita e gli EAU hanno agende diverse, nelle strategie adottate si sono registrate molte incoerenze. Il presidente yemenita Hadi, rifugiato in Arabia Saudita e Riyadh non sono riusciti a unificare le diverse forze [3] per combattere gli Houthi. Le unità sul campo non sanno più davvero a chi obbedire, perché i loro generali fanno riferimento a diverse forze. Riyadh, consapevole di non potere impegnare molti effettivi terrestri nelle operazioni, ha tentato di negoziare con gli Houthi ma tale circostanza pone le diverse autorità governative yemenite in una posizione delicata. In termini generali, se Washington non l’avesse sostenuta, Riyadh avrebbe già perso la guerra in Yemen.
 
 Note: 
 
[1] Sono zaiditi, una minoranza dell’islam sciita.
 
[2] Permangono seri dubbi sul luogo dal quale sarebbero partiti i missili e i droni impiegati in questi attacchi, alcuni analisti parlano del sud dell’Iraq e del sud-ovest dell’Iran.
 
[3] Soprattutto quelle di Tarik Saleh, nipote del defunto presidente Ali Abdullah Saleh che si oppone al presidente Hadi e al partito Al-Islah, e le diverse tribù.
 
 
 
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