Yemen – E se i moti di aprile nel sud, provocati dalla evidente discriminazione del Potere centrale nei confronti dell’ex Yemen del sud marxista, ma anche da un grave deterioramento delle condizioni socio-economiche, non fossero che il preludio di una esplosione generalizzata? Molti lo pensano.

 

Verso una intifada yemenita

 

di Subhi Hadidi


 

Prima di farsi coinvolgere personalmente e di impegnare un gran numero di suoi assistenti nella ricerca – vana – di un accordo di riconciliazione tra il movimento Fatah e l’Autorità palestinese da una parte, ed il movimento Hamas dall’altro, il presidente yemenita Ali Abdallah Saleh avrebbe dovuto cercare una riconciliazione inter-yemenita, più precisamente tra il suo regime, al governo da trenta anni, e la parte del sud del paese nella quale la situazione continua a peggiorare. Questo deterioramento, che tocca oramai l’insieme delle regioni del sud (Ad Dali’, Rafdan, Lahij, Aden, Abyan e Hadramaout), l’ha indotto a decretare lo stato di assedio in numerose città e località. Ha impiegato massicciamente le unità blindate che non hanno esitato a sparare sulla folla, provocando decine di morti e feriti e procedendo all’arresto di centinaia di persone. Queste scene di scontri tra l’esercito e i civili ricordano innegabilmente quelle della guerra dell’estate 1994 tra il Nord ed il Sud, che si è conclusa con la vittoria dell’esercito di Ali Abdallah Saleh contro le forze sudiste, e con l’applicazione degli accordi del 1990 che avevano riunificato le due parti dello Yemen, il nord tradizionalista ed il Sud marxista.
Con questa vittoria di Pirro, il fuoco ha continuato a covare tra le due parti riunificate dello Yemen storico. E giustamente: la coesistenza liberamente permessa tra i due popoli del Sud e del Nord avrebbe avuto bisogno di tempo per essere bene accettata. Tanto più che il Sud e l’Est dello Yemen non hanno conosciuto un regime politico centralizzato se non nel 1967, quando i ventuno sultanati, wilaya ed emirati che si estendevano su questo vasto territorio sono stati integrati con la forza in uno Stato unitario, battezzato Repubblica popolare dello Yemen del Sud. Questa integrazione forzata non ha posto fine agli antagonismi ed alle guerre civili nel sud, sia durante il regime del partito socialista, che negli anni che sono seguiti alla riunificazione dei due Yemen, tra il 1990 ed il 1994, subito prima dello scoppio della guerra civile tra il Nord ed il Sud. La situazione non era migliore nel Nord, dove le appartenenze tribali continuavano a prendere il sopravvento sulla vita dei cittadini. A questo larvato tribalismo deve aggiungersi un conflitto confessionale tra i sunniti di rito chafeita e gli sciiti zayditi, che ha raggiunto l’apice quest’anno con quello che è stato chiamato dai media la “ribellione houthite” nella regione di Sa’ada nel nord est del paese.

 


Molteplici rotture

La politica discriminatoria visibilmente praticata dal Potere centrale contro i sudisti, soprattutto in materia di impiego e di alloggi, insieme alle incitazioni non nascoste ma reali a favorire il trasferimento degli Yemeniti nel nord nelle province del Sud esacerbano il malcontento delle popolazioni di queste province. Perché Ali Abdallah Saleh non si è comportato, dopo la vittoria sui secessionisti del Sud, come il presidente di tutti gli Yemeniti, ma come quello di una parte vittoriosa nei confronti dell'altra. Così una delle sue prime decisioni dopo la riunificazione forzata del 1994 è stata quella di accordare ai capi delle tribù del Nord ed ai loro partigiani il diritto di appropriarsi delle terre comuni e delle fattorie di Stato nel Sud come bottino di guerra.
Il presidente yemenita ha anche messo in pensione anticipata 60.000 ufficiali e soldati dell’ex esercito del Sud, malgrado l’amnistia generale che aveva concesso alla cessazione dei combattimenti. Ha anche ridotto drasticamente la quota di reclutamento dei giovani originari del Sud nell’esercito nazionale, considerato come una delle prime occasioni di lavoro del paese, violando le leggi in vigore che stabilivano il divieto di discriminazione tra gli Yemeniti, siano essi del Nord o del Sud. Last but not least, il Partito socialista yemenita, l’ex partito unico dello Yemen del Sud, che molti sudisti considerano come il loro rappresentante politico, è stato marginalizzato, le sue attività contrastate e i suoi dirigenti di quanto in quanto arrestati.
Non meraviglia, di fronte a tali discriminazioni, che i moti scoppiati nel marzo 2007 fossero diretti da pensionati dell’esercito del Sud. Le violente manifestazioni ed i sit-in dell’aprile scorso sono stati allo stesso modo provocati dalle migliaia di giovani tornati a mani vuote dai centri di reclutamento dell’esercito, malgrado le promesse che erano state loro fatte in precedenza. Questo moti hanno rapidamente coinvolto tutte le categorie sociali vittime di queste politiche discriminatorie nel reclutamento, in particolare nella industria petrolifera. La maggior parte degli impieghi in questo settore vanno ai nordisti, a onta del fatto che l’80% delle stesse (produzione ed industrie derivate) sono impiantate nel Sud.
Ma, a parte le tensioni politico-sociali tra il Nord ed il Sud, bisogna riconoscere che quello che alimenta la collera dell’insieme della popolazione e aggrava l’impasse attuale è soprattutto il deterioramento continuo della vita in entrambi i campi. Ecco qualche cifra. Il reddito medio per abitante era nel 2005 di 350 dollari per anno. Più del 40% degli yemeniti vivono con meno di un dollaro al giorno. I piani di sviluppo avviati dal governo, invece di ridurre la frattura sociale, non hanno fatto altro che aggravarla. La pauperizzazione della popolazione ha assunto dimensioni tali da favorire l’emergere di fenomeni come il “matrimonio turistico” – forma mascherata di prostituzione -, la tratta delle bianche, i traffici di bambini e i delitti di droga. Anche l’esplosione demografica alimenta l’aggravarsi della crisi socioeconomica. Al momento dell’ascesa alla presidenza di Ali Abdallah Salh nel 1978, lo Yemen contava 11 milioni di abitanti, contro i quasi 22 milioni di oggi. Potrebbero diventare 40 milioni nel corso dei due prossimi decenni, se non verrà avviata una vera politica di pianificazione familiare.
Secondo le stesse stime del governo, diciannove delle ventuno falde freatiche sono deficitarie. Quanto al petrolio, principale fonte di entrata, si va esaurendo rapidamente. La produzione è stimata quest’anno in 300.000 barili al giorno contro i 320.000 del 2007. La riduzione della produzione petrolifera costringe il governo a sovvenzionare i prezzi dei carburanti che aumentano, vale a dire sborsare un miliardo di dollari all’anno, che costituisce l’equivalente di un terzo del reddito ricavato dalla esportazione dell’oro nero. Una scelta assai costosa per i tempi che corrono. Se decidesse, al contrario, la soppressione delle sovvenzioni, il prezzi crescerebbero ancora pericolosamente, mettendo in pericolo la stabilità sociale. Da febbraio il prezzo del grano è raddoppiato, quello del riso aumentato del 20%, la tariffa di una bombola di gas domestico è passata da 400 a 1000 riyals! La fiammata dei prezzi provoca già sommosse negli strati popolari, che potrebbero degenerare in scontri confessionali, tribali e politici, nel clima di tensione attuale caratterizzato dalla recrudescenza delle operazioni di Al-Qaida e la prosecuzione della ribellione houthite. D’altronde è tale la situazione che l’ambasciata nordamericana ha consigliato i suoi residenti di lasciare lo Yemen ed a quelli che vorrebbero venirvi di rinunciare al viaggio.
Naturalmente il presidente yemenita non è rimasto inerte davanti a questa evoluzione. Dopo avere inviato delle unità blindate nelle province ribelli del Sud, ha convocato il Consiglio nazionale di sicurezza per suonare l’allarme, dichiarando che il fuoco potrebbe estendersi dappertutto e accusando i partiti di opposizione di essere dietro i disordini. La cosa più sbalorditiva è che il Consiglio di sicurezza, composto in maggioranza da ufficiali della sicurezza e dell’esercito, è andato al di là delle sue prerogative, sconfinando in quelle del Parlamento ed emanando una legge che stabilisce la nomina dei governatori delle province per voto popolare e non per decreto presidenziale, come avviene attualmente. Gia che c’era, il presidente Saleh ha emanato un decreto che dispone la restituzione di tutte le terre confiscate ai loro proprietari e la “liberazione di tutte le fattorie e terre agricole come di tutti i terreni edificabili e residenziali, pubblici e privati, che erano stati illegalmente sequestrati in tutti i governatorati del paese”.

 

Fuoco che cova

Misure considerate negli ambienti della opposizione, e anche dall’opinione pubblica, nel Nord come nel Sud, di carattere formale e assai tardive. Prova di ciò è che l’elezione dei governatori, che ha avuto luogo a metà maggio, cioè dopo la riforma, si é conclusa con la vittoria schiacciante del partito al potere che ha ottenuto 18 seggi su venti. Lo si vede che queste misure non hanno saputo frenare l’estendersi dell’incendio all’insieme del paese. Che potrebbe alla fine raggiungere anche il centro del potere nella capitale Sanaa, come mostrano numerosi indizi evidenti. D’altronde molti prevedono oramai una imminente intifada yemenita.

 
  
 
   
 
 

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