Al-Ahram Hebdo n. 801 – 13/19 gennaio 2010


Le molte sfide da raccogliere


Yemen. La minaccia di AlQaida ha messo in luce la crisi multiforme del regime del presidente Ali Abdallah Saleh


In difficoltà su diversi fronti, il presidente yemenita, Ali Abdallah Saleh, ha teso la mano agli estremisti di AlQaida. Ha dichiarato che il suo governo sarebbe pronto al dialogo con il ramo di AlQaida in Yemen se accettasse di deporre le armi. “Abbiamo invitato qualche giorno fa al dialogo tutte le formazioni politiche di opposizione (…) perché il dialogo è la migliore soluzione, anche nel caso di AlQaida e degli Houtisti (ribelli sciiti zaiditi nel Nord dello yemen)”, ha detto il presidente nel corso di un’intervista diffusa sabato dalla televisione di Abou Dhabi. “Se deporranno le armi e rinunciassero alla violenza e al terrorismo, siamo pronti a discutere con loro”, ha ancora precisato a proposito di AlQaida. Il presidente yemenita aveva fatto appello ad un ampio dialogo nazionale che doveva essere avviato nel dicembre scorso, ma che è stato rinviato.
Secondo gli analisti, la sola assistenza militare occidentale allo Yemen non basta a sradicare la rete estremista, e dunque sarebbero inevitabili degli interventi USA mirati. “L’esercito yemenita non ha né le capacità né la formazione necessaria per sfruttare al meglio l’assistenza militare dei paesi occidentali nella guerra contro AlQaida”, ha dichiarato l’analista militare Riad Kahwaji, direttore dell’Istitute for Near East and Gulf Military Analysis (INEGMA), con sede a Dubai. “Nelle operazioni mirate (realizzate dall’Occidente) contro le posizioni di AlQaida, vengono usate delle armi intelligenti”, sottolinea Kahwaji. Ma l’equipaggiamento dell’esercito yemenita, ivi compresi gli aerei da combattimento spesso di fabbricazione sovietica, non sono compatibili con questo genere di armi.
Malgrado questa situazione di debolezza, le autorità yemenite non vogliono un intervento militare diretto degli Stati Uniti al fianco delle loro truppe che danno la caccia al ramo locale della rete di Oussama bin Laden. Un simile intervento “potrebbe rafforzare la rete di AlQaida piuttosto che indebolirla”, ha avvertito il vice-primo ministro agli Affari della sicurezza e della difesa, Rached Al-Alimi. “Combatteremo e daremo la caccia alla rete di AlQaida con i nostri mezzi – ha detto – Quello che chiediamo agli Stati Uniti è un’assistenza in materia di formazione e di rifornimento di armi per le unità di lotta contro il terrorismo”. Ha anche dato atto di uno scambio di informazioni sia con gli Stati Uniti, che con la vicina Arabia Saudita.
Il Pentagono ha assicurato che gli Stati Uniti rispetteranno la sovranità dello Yemen e che svolgeranno un ruolo limitato alla formazione e all’intelligence. Ma il portavoce Bryan Whitman ha aggiunto che non si accontenterà della promessa di future operazioni, sottolineando che Washington continuerà a “cercare il modo di aiutare i paesi che intendono combattere le minacce terroriste nel loro paese”. Il canale televisivo CBS aveva riferito che gli attacchi del 17 e 24 dicembre contro le posizioni di AlQaida in Yemen, che hanno provocato più di 60 morti tra gli estremisti nel Centro e all’Est, erano state realizzate dagli Stati Uniti, mentre corrono le ipotesi sull’apertura in Yemen di un nuovo fronte della guerra contro il terrorismo. Ma il presidente Barack Obama ha precisato domenica ch’egli non ha in animo di inviare truppe USA in Yemen o in Somalia, giacché le attività di AlQaida restano concentrate nella regione frontaliera tra Pakistan e Afghanistan.
Le autorità yemenite sono impegnate in una campagna antiterrorista, che si è intensificata dopo la rivendicazione da parte di AlQaida nella Penisola arabica (Aqpa) del fallito attentato del 25 dicembre contro un aereo di linea USA. Il ministero dell’Interno ha così annunciato una vasta operazione antiterrorismo in diverse province del paese, affermando che è finalizzata a “fare pressione sui terroristi in modo da impedir loro di ricostituire le cellule e di riprendere fiato”. Le operazioni sono concentrate nelle province di Jouf, Marib, Chabwa e Abyane, nel nord-est e ad est della capitale Sanaa. Secondo Ali Hassan Al-Ahmadi, governatore della provincia di Chabwa, decine di militanti di AlQaida si nascondono in una zona montagnosa di questa regione dell’est dello Yemen. Ha precisato domenica che decine di combattenti sauditi ed egiziani, di ritorno dall’Afghanistan, si sono installati nella regione montagnosa di Kour nel sud della provincia di Chabwa. A questi si sono aggiunti degli “Yemeniti venuti dalle (province vicine) di Marib e di Abyan e dei militanti della stessa Chabwa”.Tra loro si trovano, secondo il governatore, il capo di AlQaida nella penisola arabica Nasser Al-Wahichi e il suo aggiunto Said Ali Al-Chehri, insieme all’imam radicale yemenita Anwar Al-Aulaqi.

Gli altri fronti
Posto di fronte ad una ribellione armata nel Nord ed alle rivendicazioni separatiste del Sud, il presidente dello Yemen potrebbe trarre vantaggi dalla guerra, sostenuta dall’Occidente, contro AlQaida, per consolidare il suo regime e mettere a tacere gli oppositori. Secondo gli analisti, la minaccia di AlQaida è meno pericolosa dell’insurrezione degli sciiti zaidisti alla frontiera con l’Arabia Saudita o gli appelli alla secessione nello Yemen del Sud. “Il regime sfrutta la guerra contro AlQaida a suo vantaggio per attirare aiuti stranieri e bloccare l’opposizione”, ritiene Franck Mermier, specialista dello Yemen. Mentre l’Occidente fa pressione sul presidente Ali Abdallah Saleh perché contrasti la rete di Oussama bin Laden in Yemen, Mermier considera invece che “è nell’interesse del regime (…) di strumentalizzare la carta AlQaida per ridurre al silenzio i suoi oppositori”. Così il governo tenta di “al-qaidizzare” i suoi nemici, presentandoli come alleati della rete di Oussama bin Laden, soprattutto la ribellione zaidita in corso dal 2004 ed i secessionisti del Sud, “una gran parte dei quali è contraria alla lotta armata”.
Il Sud, che ha costituito uno Stato indipendente fino al 1990, ha scioperato pacificamente domenica contro la repressione del potere centrale e i suoi tentativi “di confondere il movimento sudista e AlQaida”, secondo uno dei dirigenti degli autonomisti del Sud. Ma se il sostegno USA, militare e finanziario, in nome della lotta contro AlQaida produrrà in un primo tempo l’effetto di rafforzare il regime, questo potrebbe vedersi aprire un secondo fronte, più pericoloso, al sud. “La politica del regime spinge i suoi oppositori – spiega l’analista – a scelte più radicali, come il separatismo nel Sud”.
Mohammad Al-Zahiri, professore di scienze politiche all’Università di Sanaa, afferma da parte sua che il regime tenta di “esagerare la minaccia di AlQaida per scaricarsi dei suoi problemi e internazionalizzarli”. Ma questo “non potrà risolvere i problemi dello Yemen ed è solo una fuga in avanti”, esprimendo il timore che delle soluzioni militari possano provocare “una crescita dell’antiamericanismo” nel paese. Per questo analista, solo il dialogo può portare ad una soluzione, sia in relazione all’insurrezione del nord, che delle aspirazioni sudiste e dell’opposizione interna, delusa per il rinvio di due anni delle elezioni legislative che erano previste per il 2009. Quest’ultimo è stato il “peggiore anno per lo Yemen”, sottolinea Farès Al-Saqqaf, presidente del centro degli studi per l’avvenire di Sanaa. “Lo Yemen ha oramai di fronte a sé cinque sfide: la ribellione che si è fatta più forte nel nord, la contestazione sudista che si è trasformata in movimento separatista e che non è più pacifica, la minaccia di AlQaida, l’opposizione interna e la crisi economica”. Secondo lui la chiave della soluzione non è securitaria, ma politica ed economica e “lo Yemen non può combattere AlQaida se non dopo aver chiuso gli altri fronti, soprattutto il nord e il sud”.

Hicham Mourad




La crisi economica, alleata di AlQaida


Le difficoltà economiche dello Yemen creano un terreno favorevole all’estremismo religioso, al separatismo nel sud ed alla ribellione sciita nel nord


Il crollo dell’economia nello Yemen, uno dei paesi più poveri del mondo, è stata aggravata dalla caduta della quotazione del greggio, i cui introiti rappresentano il 70% delle entrate dello Stato, da una corruzione diffusissima e dalla ingiustizia sociale. “Il deterioramento dell’economia è la causa principale di quanto sta accadendo in Yemen, ivi compresa l’espansione di AlQaida”, dichiara Mohammad Al-Maithami, professore all’Università di Sanaa. Secondo lui, il terrorismo e l’estremismo prosperano nello Yemen, dove AlQaida è riuscita a fare adepti tra i”giovani disoccupati e i poveri”. Con un tasso di povertà e disoccupazione assai elevato, in un paese dove”il 65% dei giovani non hanno speranza di trovare un lavoro, i gruppi estremisti sfruttano la situazione offrendo del danaro ai più bisognosi. Secondo le statistiche ufficiali, il tasso di disoccupazione è del 34% ed il reddito annuale procapite resta tra i più bassi nel mondo, con un po’ più di 1000 dollari, contro il 70.000 dollari del Qatar ed i 40.000 del Koweit. Su una popolazione di circa 24 milioni di abitanti, circa il 42% degli abitanti vive al di sotto della soglia di povertà, secondo quanto riferiscono alcune statistiche del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e del governo.
“Il crollo dell’economia contribuisce certamente al rafforzamento di AlQaida e dei movimenti ribelli. La corruzione è un altro fattore che scoraggia l’aiuto e gli investimenti esteri", nota l’analista saudita Anwar Ashki. “L’ingiustizia e le lotte tribali aiutano così il rafforzamento in Yemen di AlQaida, che è sotto pressione in Afghanistan e in Pakistan”, aggiunge Eshki, capo del Centro del Medio oriente per gli studi strategici.
Per Ali Mohammad Al-Anissi, presidente del Consiglio di sicurezza nazionale e capo di gabinetto del presidente yemenita, Ali Abdallah Saleh, la riduzione degli introiti petroliferi “ha avuto effetti su tutti gli aspetti della vita economica e finanziaria e sulla sicurezza”. “Ciò crea un ambiente favorevole allo sviluppo delle idee estremiste ed all’aumento degli atti criminali e terroristi”. La produzione petrolifera dello Yemen si è fortemente ridotta, passando dai circa 500.000 barili/giorno del 2000 ai meno di 300.000 barili/giorno del 2009. Le riserve petrolifere potrebbero esaurirsi nel giro di 10 o 12 anni, in assenza di nuovi ritrovamenti, ha avvertito recentemente il FMI, stimando che le esportazioni di gas naturale liquefatto, avviate nel 2009 e che dovrebbero fruttare da 30 a 40 miliardi di dollari in 25 anni, saranno in grado di compensare solo parzialmente  la caduta degli introiti petroliferi.
Inoltre il paese, che ha un debito estero di 6 miliardi di dollari, deve fare fronte all’inflazione, attualmente al 10%, e ad un deficit di bilancio che resta cronico, nonostante alcune riforme governative. La bilancia dei pagamenti è girata al deficit, stimato al 7% del PIL (che è di 28 miliardi di dollari) dopo essere stata in attivo dal 2002 ed il 2006.
In un paese dove la metà della popolazione è composta da giovani con meno di 15 anni e dove l’analfabetismo tocca il 50% (fino al 70% tra le donne), giungono dall’estero fondi ad AlQaida per reclutare nuovi militanti, secondo Maithami. E, secondo l’analista saudita Anwar Eshki, l’organizzazione di AlQaida nella Penisola arabica, con sede nello Yemen, rischia di diventare più pericolosa che in Afghanistan, a causa della sua vicinanza alle produzioni petrolifere ed alle vie marittime del Golfo.



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