Cf2R (Centre Français de Recherche sur le Renseignement), 4 gennaio 2016 (trad.ossin)
 
 
Arabia Saudita/Iran: verso la guerra?
Alain Rodier
 
Lo sceicco Nimr Baqer Al-Nimr, giustiziato in Arabia Saudita il 2 gennaio scorso
 
Il 2 gennaio 2016, 47 detenuti, distribuiti in 12 centri penitenziari sauditi, sono stati giustiziati. In quattro prigioni li hanno fucilati, nelle altre sono stati decapitati. Tutti erano stati condannati a morte per atti di terrorismo. Tra essi alcuni sciiti, tra cui lo sceicco Nimr Baqer Al-Nimr, un’alta autorità religiosa saudita, accanito oppositore della famiglia reale, contro la quale era solito pronunciare prediche appassionate, soprattutto dopo la “primavera” araba del 2011. Questo sceicco sciita era contrario a qualsiasi ipotesi di dialogo con le autorità saudite, e propugnava l’autonomia – addirittura l’indipendenza – di una parte del paese, la regione di Qatif, popolata essenzialmente da sciiti. Ebbene, questa zona è particolarmente ricca di petrolio, ciò che rende ancora più intollerabile per il governo saudita questa aspirazione separatista. Al-Nimr era stato arrestato con modalità violente nel 2012 (nell’occasione rimase anche ferito ad una gamba da un proiettile, ndt), accusato di “atti rivolti contro il sistema politico (…) e nocivi per la reputazione del regno”. Condannato a morte nell’ottobre 2014 per “terrorismo, porto d’armi, sedizione, disobbedienza al sovrano, oltraggio agli eruditi della legge islamica”, la sua esecuzione (e quella di 50 terroristi) era stata annunciata come imminente già il 23 novembre 2015 dal ministro dell’interno, il principe ereditario Mohammed Ben Nayef. Il governo aveva certamente programmato queste esecuzioni da lunga data, dal momento che, nel maggio 2015, erano stati assunti nuovi otto boia. Era pure importante che le esecuzioni si svolgessero in diverse città, anche se per ragioni pratiche sarebbe stato meglio concentrarle in un solo luogo. Infatti esse dovevano servire da monito ai “deviati” sauditi, che avessero la tentazione di mettere in discussione il regime. In passato, l’unico precedente di ampiezza paragonabile a quello attuale risale al 9 gennaio 1980, quando 63 terroristi diedero l’assalto alla grande Moschea di La Mecca e due mesi dopo vennero giustiziati in otto diverse città (nella foto a destra una esecuzione pubblica in Arabia Saudita).
 
Perché queste esecuzioni?
La famiglia Saud si sente minacciata. L’ottantenne re Salman pare non goda di buona salute e preparerebbe la successione. L’erede politico designato è il nipote, il principe Mohammed Ben Nayef; il secondo della lista è suo figlio, il principe Mohammed ben Salman, responsabile della corte reale e, soprattutto, ministro della Difesa. Voci ricorrenti fanno intendere che tra i due uomini vi sarebbe una sorda competizione, senza contare i dissidi che dividerebbero la pletorica famiglia reale che conta più di 4000 principi.
 
Il principe Salman è in prima linea nella guerra sferrata dall’Arabia Saudita, alla testa di una importante coalizione araba, in Yemen, contro i ribelli houthi e i partigiani dell’ex presidente Saleh. L’ultimo cessate-il-fuoco è scaduto il 3 gennaio, ma nessuna delle parti in causa sembra in grado di vincere a corto o medio termine. Il principe ben Nayef è, da parte sua, il responsabile della sicurezza interna e dell’unità del regno. Sarebbe lui, quindi, ad avere deciso l’ultima ondata di esecuzioni.
 
Tale decisione sembra peraltro avere finalità di ordine iterno, mirando a far rientrare nei ranghi tutti coloro che contestano la famiglia reale, al primo posto tra i quali si trova la minoranza sciita (1). I Saud ne hanno fatto una vera e propria fissazione degli sciiti, in generale, e dell’Iran in particolare. In sfregio ad ogni regola geopolitica, essi sono convinti che i mullah iraniani vogliano conquistare tutto il mondo mussulmano, ipotesi che non era insensata ai tempi dell’ayatollah Khomeini, ma che non sembra più ai giorni nostri di attualità. Se Teheran si considera tuttora difensore degli sciiti (e simili), ha ormai perso ogni illusione di poter dominare il mondo sunnita.
 
Il principe Mohammed bin Salman, secondo nella successione dinastica e figlio dell'attuale sovrano
 
La famiglia Saud si è resa peraltro conto, già da un po’ di tempo, che i salafiti-jihadisti di Al Qaeda “canale storico”, e poi di Daesh, rappresentano per lei un rischio esistenziale. Infatti l’obiettivo primario ufficialmente annunciato dai leader di questi due movimenti è di riconquistare i luoghi santi dell’islam e di rovesciare quelli che vi sono al potere, considerati come corrotti e “deviazionisti” nei confronti della religione nei termini da loro interpretata (2). La famiglia Saud sa dunque di essere condannata, nella malaugurata ipotesi che i salafiti-jihadisti riuscissero ad assumere il controllo del paese. Occorre dunque riportare alla ragione chi avesse la tentazione di appoggiare questi movimenti, mostrandogli la sorte che gli è riservata. Il fatto che le esecuzioni si siano svolte all’interno delle prigioni – nonostante che, per i delitti comuni, sia previsto che esse si svolgano in pubblico – è da questo punto di vista significativo: servire da esempio, certo, ma senza creare dei martiri.
 
Da un altro lato, la famiglia reale non può inimicarsi le autorità religiose saudite fortemente anti-sciite, che non apprezzano affatto l’esecuzione di salafiti considerati molto vicini alla dottrina wahhabita. Sono stati quindi giustiziati pure degli sciiti, per fare da “contrappeso”. Era importante dimostrare che non venivano puniti per la loro fede, ma per il loro programma insurrezionale mirante ad abbattere il regime.
 
Le reazioni
Come c’era da attendersi, le reazioni sono state vivissime nel mondo sciita. Vi sono state manifestazioni in Bahrein – Stato a maggioranza sciita ma governato dal re sunnita Hamed ben Issa al-Khalifa (3) –, in Libano – dove il Consiglio Supremo sciita libanese ha dichiarato che “l’Arabia pagherà un prezzo elevato”, – in Iraq – dove l’ayatollah Ali Al-Sistani, la più alta autorità religiosa sciita del paese ha condannato senza appello questi “assassini” (4) – e soprattutto in Iran. La Guida Suprema della Rivoluzione, l’ayatollah Ali Khamenei, ha affermato: “Il sangue di questi martiri versato ingiustamente darà i suoi frutti e la mano divina lo farà ricadere sui leader sauditi (…) Questo Sapiente perseguitato non aveva, né invitato la gente a prendere le armi, né complottato in segreto, ma solo espresso apertamente delle critiche”. I pasdaran, da parte loro, hanno emesso il seguente comunicato: “Una terribile vendetta colpirà gli al-Saud in un prossimo avvenire e provocherà la caduta di questo regime filo-terrorista e anti-islamico”. Si sono svolte delle manifestazioni di miliziani bassidji (volontari addestrati dai pasdaran, ndt) contro le rappresentanze diplomatiche saudite. Esse non hanno nulla di spontaneo, giacché è noto che i bassidji non fanno altro che eseguire gli ordini ricevuti dai corpi di pasdaran da cui dipendono. E ciò trova conferma nel fatto che le manifestazioni erano bene organizzate, con bandiere e striscioni preparati in anticipo. Gli “arresti” che sono seguiti sono stati solo pro forma. Altre manifestazioni, meno bene organizzate, hanno avuto luogo in Iraq, in Pakistan, nel Kashmir indiano e in Malesia. Gli Occidentali sono stati molto più prudenti, limitandosi a esprimere preoccupazione per l’esacerbarsi delle tensioni religiose che queste esecuzioni avrebbero provocato in Medio Oriente.
 
Manifestazione contro l'ambasciata saudita a Teheran
 
Verso una guerra frontale?
L’Arabia Saudita e l’Iran combattono già “per procura” in diversi teatri di operazioni. In Yemen, dove Teheran appoggia i ribelli contro la coalizione militare guidata da Riyadh. In Siria, dove i ribelli cosiddetti “moderati” – ma anche il Fronte al-Nusra, vale a dire il ramo locale ufficiale di Al Qaeda “canale storico” – sono sostenuti sotto banco dall’Arabia Saudita, dal Qatar e dalla Turchia che, per una volta, si ritrovano alleati per raggiungere un comune obiettivo: abbattere il regime alauita (vicino agli sciiti) di Bachar el-Assad. In Iraq la cosa è attualmente meno visibile, giacché Daesh non riceve più aiuti dall’esterno. Tuttavia gli attentati anti-sciiti che hanno regolarmente luogo non possono non essere guardati con soddisfazione da Riyadh.
 
Il 4 gennaio, Riyadh ha rotto le relazioni diplomatiche con Teheran e ciò non facilita il dialogo, soprattutto in un momento in cui dovrebbero riprendere i negoziati internazionali sulla situazione in Yemen e Siria. E’ anche possibile che incidenti isolati si producano qui e là, tra aerei e/o navi da guerra dei due paesi, soprattutto nel Golfo Persico, zona particolarmente sensibile. Riyadh si appresta anche a rafforzare il blocco intorno allo Yemen, per impedire l’arrivo di aiuti iraniani. Ciò potrebbe provocare incidenti dalle conseguenze negative.
 
Ma è poco probabile che scoppi una guerra frontale, per diverse ragioni. L’Arabia Saudita possiede armamenti moderni ma, eccetto l’aviazione dotata di personale competente, motivato e bene addestrato (Statunitensi), le sue truppe navali, e ancor meno terrestri, non sono di grande qualità. L’esercito saudita è composto da 235.000 uomini, più 25.000 riservisti. La bilancia pende a favore degli Iraniani, le cui forze armate contano 750.000 uomini. Il punto debole di Teheran è l’aviazione, composta da 480 aerei obsoleti, contro i 650 apparecchi sauditi moderni e ben tenuti. Questo handicap è in parte compensato dalle capacità operative di un buon numero di missili suolo-suolo che possono essere lanciati dai pasdaran, senza parlare della possibilità di bloccare lo stretto di Ormuz (5).
 
Lo stretto di Hormuz
 
Inoltre le forze saudite sono interamente impegnate nella guerra in Yemen, e nel compito di proteggere la frontiera con questo paese, ma anche quella con l’Iraq, e nel mantenimento dell’ordine interno. Occorre anche ricordare che, per la prima volta nella sua storia, la famiglia Saud attraversa un periodo di austerità che potrebbe provocare una grave crisi sociale. Se Teheran, dal canto suo, certamente moltiplicherà il suo impegno in Siria, in Iraq e nelle operazioni segrete (Yemen Bahrein, ecc), non ha peraltro alcun interesse a impegnarsi in una guerra diretta contro Riyadh, giacché il suo obiettivo attuale è di ottenere la revoca delle sanzioni internazionali dopo l’accordo sul nucleare con i 5+1 (6), firmato nel 2015. La riconquista della prosperità economica e, per conseguenza, il benessere del popolo, passa obbligatoriamente di là.
 
 
 
Note:
1] Gli sciiti rappresentano tra il 10 e il 15% della popolazione, essenzialmente ripartiti tra l’est (ai confini col Bahrein) e il sud-ovest, alle frontiere con lo Yemen
[2] Peraltro il salafismo-jihadismo è una derivazione ideologica del wahhabismo. Entrambi predicano il ritorno alle origini e il rispetto alla lettera dei testi sacri del periodo detto mediniano (il periodo trascorso dal profeta Maometto a Medina) 
[3] Che già aveva represso una violenta contestazione, con l’aiuto dell’esercito saudita, nel marzo 2011
[4] Nonostante venga considerato relativamente “moderato”
[5] L'Arabia Saudita si è preoccupata di riconquistare, l’11 dicembre 2015, l’isola strategica Hanish Grande, che controlla l’ingresso allo stretto Bab-el-Mandeb. Se gli Iraniani avessero installato delle batterie di missili suolo-mare su quest’isola, quando era nelle mani dei ribelli yemeniti, avrebbero avuto la possibilità di tentare di bloccare anche il mar Rosso e, dunque, il canale di Suez
[6] I cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, più la Germania
 
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