Middle East Eye, 14 settembre 2017 (trad.ossin)
 
Ritorno al futuro: i Sauditi sul sentiero di guerra contro i Sahwi
Madawi Al-Rasheed
 
La dissidenza in Arabia Saudita è stata sempre trattata come un complotto fomentato da governi stranieri. Ma, alienandosi la simpatia delle figure religiose più note del regno, il futuro re si ritrova sempre più isolato
 
Il principe ereditario Mohmmed ben Salman coi suoi dignitari
 
L'Arabia saudita è determinata a tornare agli anni ’90 e alla repressione detentiva degli islamisti, particolarmente quelli conosciuti col nome di Sahwi, una fusione tra salafisti e Ikhwani (membri della Confraternita dei Fratelli Mussulmani). La settimana scorsa, una ventina di loro è stata arrestata, tra cui lo sceicco Salman al-Ouda, Awadh al-Qarni e Ali al-Omari, per citare solo i più noti.
 
Avendo seguito le carriere politiche di questi religiosi e scritto un libro su alcuni di loro, sono rimasta sorpresa da questi arresti. La maggior parte di questi Sahwi era già stata addomesticata dalle precedenti esperienze detentive, dalla naturale evoluzione del loro pensiero islamico e dal maturare di nuove circostanze.
 
Il principe ereditario Mohammed ben Salman, però, non ne era evidentemente convinto. Il 10 settembre, secondo una fonte che non posso rivelare, ha mandato tre uomini ad arrestare Salman al-Ouda, senza preoccuparsi in alcun modo della reazione dei suoi discepoli.
 
All’inizio degli anni ’90, l’ultima volta che al-Ouda venne arrestato nella sua città natale, Buraiydah, nell’Arabia saudita centrale, i suoi discepoli e studenti organizzarono la prima manifestazione contro l’arresto di un islamista in Arabia saudita. La manifestazione venne filmata e il video conservato come materiale didattico per le future generazioni di islamisti.
 
Salman al-Ouda (Emad Alhusayni/Flickr)
 
All’epoca l’episodio venne battezzato « Intifadat Buraiydah », l'insurrezione di Buraiydah. Al-Ouda passò almeno cinque anni in prigione a causa di sermoni che criticavano il governo per avere invitato truppe straniere a difendere l’Arabia saudita durante l’invasione del Kuwait.
 
Perché al-Ouda è stato arrestato di nuovo? E con quali finalità?
 
Una motivazione misteriosa
 
Su questo punto, dobbiamo affidarci alle ipotesi. Secondo qualcuno, il governo saudita avrebbe voluto che al-Ouda criticasse il Qatar e difendesse la posizione saudita. I suoi ultimi tweet, nei quali supplicava dio di portare l’unità tra i leader mussulmani, subito dopo la telefonata destinata al fallimento tra Mohammed ben Salman e l’emiro del Qatar, Cheikh Tamim ben Hamad al-Thani, non sono stati molto apprezzati negli ambienti ufficiali sauditi.
 
Traduzione : « Che dio suggerisca armonia ai loro cuori per il bene del loro popolo »
 
Quattro giorni dopo lo sceicco è ancora in carcere. Nessun membro della famiglia è stato in grado di vederlo o di sapere qualcosa della sua sorte dopo che i tre agenti della Sicurezza erano andati a cercarlo.
 
Lanciando una nuova offensiva repressiva contro gli islamisti, il regime saudita intimidisce le personalità religiose più in vista e più note del paese, mandando così un messaggio preciso ai loro seguaci, che sono rimasti sorprendentemente silenziosi e inattivi dopo le sollevazioni arabe del 2011.
 
Gli islamisti si sono però fatti sentire quando il regime saudita ha appoggiato il colpo di Stato che ha cacciato i Fratelli mussulmani in Egitto, e in molti hanno firmato una petizione di critica contro i sostenitori della dittatura militare egiziana.
 
Salman al-Ouda, da parte sua, si è preoccupato di non provocare il regime. Ha comunque esaltato le rivoluzioni arabe e spiegato che erano giunte anche troppo tardi. Quando la gente perde la speranza, ha dichiarato, scende in piazza per rivendicare i propri diritti. Secondo lui, la libertà, la giustizia e la dignità sono universali.
 
Se all’epoca ha evitato la prigione, è stato sicuramente posto sotto sorveglianza per evitare che esprimesse opinioni suscettibili di mobilitare i giovani Sauditi desiderosi di imitare i loro omologhi egiziani.
 
Il silenzio non è stato sufficiente
 
Il momento critico è venuto però con la crisi tra l’Arabia saudita e il Qatar. Dal giugno 2017, il regime saudita osserva e tiene sotto sorveglianza le reazioni degli islamisti, accusati tutti di essere amici del Qatar, addirittura di essere finanziati da questo Stato.
 
Al-Ouda e gli altri sono stati in silenzio, preferendo non prendere apertamente partito. Ma non è stato sufficiente. Il regime saudita ha voluto mettere alla prova la loro fedeltà ed estorcere loro una sottomissione totale. Nei confronti di quelli che non hanno voluto sostenere pubblicamente il regime, quest’ultimo si è mostrato sempre più diffidente, accusandoli di doppiezza e di agire come un quinta colonna – qatariana – all’interno dell’Arabia saudita.
 
Questo ci ricorda la narrazione ufficiale saudita a proposito degli sciiti della provincia di Ach-Charqiya. Ogni volta che essi si ribellano per rivendicare i loro diritti, vengono accusati di essere una quinta colonna, questa volta dell’Iran. Al momento sono gli islamisti ad essere guardati con sospetto, perché ritenuti sostenitori del Qatar.
 
La dissidenza in Arabia saudita è sempre stata trattata come un complotto fomentato da governi stranieri. Il regime saudita non ammette che possano esservi rivendicazioni legittime a lungo trascurate. L’Arabia saudita ha peraltro avuto dei movimenti di opposizione ben prima che fosse creato lo Stato del Qatar.
 
Solo nel suo regno
 
Il regime saudita risente certamente del fallimento della sua recente politica regionale aggressiva e delle lotte di potere intestine. L'uomo al vertice, il principe ereditario Mohammed ben Salman, sembra essere rimasto solo nel suo regno. Si è sbarazzato dei suoi concorrenti potenziali, tra gli altri principi, i vecchi zii e i suoi pari più esperti. Guarda con sospetto anche ai membri della sua famiglia e, se dovesse inciampare, potrebbe non trovare più nessuno disposto a salvarlo.
 
Mohammed ben Salman si è inimicato il vasto movimento islamista e ha fatto fuori i salafiti fedeli al regime. Li ha emarginati, privati di ogni potere reale e compromesso la loro autorità quando ha promesso ai Sauditi l’apertura di nuovi locali di intrattenimento che minacciano il loro controllo.
 
Mohammed ben Salman regna col pugno di ferro, adesso che altri mezzi più concilianti hanno smesso di essere utilizzati. Non si preoccupa né del consenso della sua famiglia, né dell’approvazione della società. Tutte le sue iniziative di rilancio dell’economia e di trasformazione dell’Arabia saudita potrebbero dimostrarsi sbagliate e ripiombare sulle loro rampe di lancio.
 
Gli islamisti arrestati sono solo le ultime vittime di una guerra che promette di essere difficile da vincere per il giovane principe inesperto.
 
Nel passato i monarchi che si trovavano in difficoltà hanno sempre contato su due narrazioni a sostegno della loro legittimità: una che esalta l’impegno del regime verso l’islam, l’altro che riguarda il suo impegno per lo sviluppo e la prosperità. Mohammed ben Salman non ha più a disposizione né l’uno né l’altro, per consolidare il suo regno e arruolare altri a sua difesa.
 
Si è alienato la simpatia degli islamisti, arrestando il loro rappresentante più prolifico e celebre, mentre i suoi piani di trasformazione economica sembrano troppo ambizioni per concretizzarsi in un prossimo futuro. L'Arabia saudita è di fronte ad un tornante imprevedibile della sua storia, che potrebbe diventare seriamente problematico.
 
 
 
 
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