Madaniya, 8 dicembre 2017 (trad. ossin)
 
La dinastia wahhabita e la svendita della Palestina 2/2
René Naba
 
 
 
 
1- Del buon uso della spada al servizio della dinastia wahhabita
السيف لا يأكل لحم آلِ سعود.
 
A –La spada non scalfisce la carne di Al Saud
La spada che stria la bandiera saudita al di sotto del primo versetto del Corano, descrive più del petrolio, più dell’islam, più di tutto, la dinastia wahhabita.
 
Se l’Islam assicura la preminenza spirituale del Regno sugli altri paesi arabi e mussulmani, il petrolio una rendita di posizione, la spada resta però il marchio di fabbrica della famiglia Al Saud. Garantisce la sua sopravvivenza.
 
Il Corano rientra nell’ordine della profezia divina, la spada permette il mantenimento dell’ordine terrestre della dinastia saudita, almeno sul territorio del Regno. E’ con la spada che la famiglia Al Saud si è assicurata il dominio sulle altre tribù della penisola arabica e ha riunificato il Regno.
 
E’ con la spada che mantiene il suo dominio sui sudditi del regno. E’ con la spada che risolve le violazioni dell’ordine pubblico e assicura la pace sociale.
 
La spada non scalfisce la carne di Al Saud. Questa regola cardinale teorizzata dal principe Sultan bin Abdel Aziz, inamovibile ministro della Difesa per quaranta anni, assicura impunità e immunità ai membri di questa turbolenta famiglia di quasi ventimila persone.
 
Simbolo della conquista araba, Al Saud ne hanno abusato. La famiglia – il clan? – governa con la spada e sopravvive grazie ad essa. Né pentimento, né perdono, né riabilitazione, solo pene afflittive e infamanti. Solo le punizioni corporali hanno diritto di cittadinanza esclusiva. Secondo Amnesty International, l’Arabia saudita avrebbe giustiziato 27 persone nel 2008, 9 nel 2009, 4 nel 2010 e  79 nel 2011, per un totale di 119 esecuzioni capitali in 4 anni. Questo bilancio non tiene conto delle esecuzioni degli anni successivi, specialmente del dignitario religioso sciita, lo sceicco Al Nimr
 
Un’ecatombe tale, che la Francia, facendo finta di chiudere con la sua abituale connivenza con le monarchie del petrodollaro, è stata costretta a condannare. Intervenuta dopo le rivelazioni del settimanale Le Point sulle forniture di materiale francese (soprattutto gas lacrimogeni) per la repressione delle manifestazioni antimonarchiche in Bahrein, la protesta della Francia contro i Sauditi appare come uno schermo fumogeno destinato a nascondere, se non l’ambiguità, almeno l’incoerenza della «Patria dei diritti umani» in materia.
 
Per approfondire:
 
Da allora, la monarchia saudita si avvia verso l’abolizione di questo supplizio medioevale, non tanto per spirito umanitario, ma per mancanza di boia. L’Arabia Saudita deve far fronte ad una grave penuria, non di oro nero, ma di boia. Zeppa di petrolio, ma non di sciabolatori per decapitare. I colpevoli passeranno oramai  davanti al plotone di esecuzione.
 
L’omicidio, lo stupro, la rapina a mano armata, il traffico di droga, l’adulterio, la sodomia, l’omosessualità, il sabotaggio, l’apostasia, la stregoneria sono passibili di pena capitale. Le persone da giustiziare vengono storditi e lapidati per l’adulterio. L’assistenza di un avvocato nel processo è negata agli imputati, come anche la rappresentanza legale. Decapitazione, amputazione, come pratica corrente, sono le diverse forme di pena del Regno. Con la connivenza passiva delle «Grandi Democrazie Occidentali». Il Codice penale… per i comuni mortali.
 
E’ diverso per I principi di sangue. Abbondano gli esempi di crimini impuniti. Da Turki Bin Saud, assassino della sua guardia del corpo sotto effetto dell’alcol, a Fahd Bin Saoud Bin Nayef, assassino della sua guardia del corpo, nel 2008, sotto effetto della rabbia. Due principi, miracolosamente sfuggiti alla decapitazione per effetto di una sorpresa divina: la grazie reale.
 
Il 3°, Saud Abdel Aziz Bin Nasser Al Saud, che uccise la sua guardia del corpo, nel 2010, nel Regno Unito, non ha potuto beneficiare dell’amnistia. Normale nel paese dell’Habeas corpus. E’ stato condannato all’ergastolo. Che importa, il sangue reale non ha prezzo. E’ stato scambiato contro cinque inglesi opportunamente arrestati in Arabia saudita.
 
La tendenza ha avuto un’eccezione con l’esecuzione del principe Turki bin Saud al-Kabir, un membro della famiglia reale, condannato a morte per avere ucciso un uomo a colpi d’arma da fuoco. La sua esecuzione, il 19 ottobre 2016, è stata la prima di un membro della famiglia reale dal 1975. Il principe Turki è per contro la 134° persona giustiziata in Arabia saudita nel 2016.
 
B –Il crimine di lesa maestà
La regola soffre però qualche eccezione. Non tutti i principi di sangue sono uguali e il crimine di lesa maestà non è negoziabile. Nessuna indulgenza è ammessa nei confronti di ciò che costituisce un tabù assoluto.
 
C- I più famosi principi decapitati per crimine di lesa maestà sono:
-L’assassino del Re Faysal, crimine di lesa maestà per eccellenza. Il Principe Faysal Bin Mussa’ad, nipote del Re assassinò suo zio, il Re, il 25 marzo 1975, per vendicare suo padre, assassinato durante una manifestazione di protesta contro la creazione della radio-televisione nazionale.
 
-La principessa innamorata. Le storie d’amore non gradite finiscono male in Arabia Saudita. Misha’al bint Fahd al Saud, figlioletta del Re Khaled d’Arabia Saudita, è stata giustiziata in pubblico nel 1977 per avere commesso adulterio e il suo amante, per suprema crudeltà, decapitato con la spade dopo avere assistito alla decapitazione della sua dulcinea. La proiezione di un documentario su questo duplice supplizio, nel 1980 nel Regno Unito, « Death of a princess », portò Londra e Riyadh sull’orlo della rottura delle relazioni diplomatiche. Non si scherza con l’amore all’ombra delle palme.
 
A parte questi casi estremi, è licenza a briglie sciolte. Onore al merito. L’esempio viene dall’alto. Il Re Fahd in persona, quando era ministro dell’Interno, non esitava a sbattere, regolarmente, sui tappeti verdi dei casinò europei diverse centinaia di milioni di dollari per sera. Un passatempo che praticava, è vero, prima di assurgere al trono e prima della decisione compensatoria di avvolgersi nel ruolo di Guardiano dei Luoghi Santi dell’islam.
 
D – Tangenti e narcotraffico
Le tangenti costituiscono una piaga del Regno e lo piazzano oltre ogni classifica nella hit-parade della corruzione. La decima alla famiglia reale per tutte le transazioni civili e militari del Regno è una pratica che appare come un premio alla prepotenza e ammorba la vita economica del paese, ma non quella della famiglia reale.
 
Oltre a ciò, la dinastia wahhabita si sarebbe perfino fatta garante del traffico di stupefacenti, almeno qualche membro dell’entourage reale, come nel caso del narcotraffico saudita in Francia, fino a requisire alcuni apparecchi della flotta aerea reale per il trasporto della droga colombiana.
 
Un traffico rocambolesco che sembrerebbe poco coerente con il magistero rigorista che il governo saudita dispensa e che in parte spiega il discredito che lo circonda. Il Boeing che trasportava due tonnellate di coca colombiana a Parigi via Miami era di proprietà della figlia del Re Fahd e di suo marito Jawhara. Il trafficante altri non era se non il principe Nayef Bin Fawaz al Chaabane, marito della figlia del Principe  Sultan Bin Abdel Aziz, ministro della Difesa.
 
2- La diplomazia del libretto di assegni: Abdel Halim Khaddam e Moustapha Tlass
 
La « diplomazia del libretto degli assegni », sempre utilizzata dai Sauditi, sia per assicurare la propria egemonia ideologica nel mondo mussulmano, che per restaurare il potere sunnita, tanto a Beirut che a Damasco.
 
Venti (20) miliardi di dollari e 50.000 combattenti arabo-afghani sono stati destinati all’implosione sovietica in Afghanistan, nel decennio 1980, con la scusa della guerra contro l’ateismo, in una guerra lontana dal principale campo di battaglia, la Palestina.
 
Il doppio è stato speso per la distruzione dei regimi arabi a struttura repubblicana, tutti curiosamente situati sul campo di battaglia del bacino storico della Palestina, o come paesi direttamente coinvolti (Siria, Libano) o come paesi di appoggio (Iraq, Libia, Egitto), e prima ancora l’Algeria negli anni 1990.
 
Questa diplomazia corruttiva mostrerà la sua miseria nella disfatta siriana: I due garanti sunniti inamovibili del governo alauita nel corso di trent’anni, il generale Moustapha Tlass, ministro della Difesa, e Abdel Halim Khaddam, ministro degli Affari Esteri, due personalità di primo piano ritenute socialiste del regime baathista, alla fine hanno ceduto alle sirene dei petrodollari sauditi, prima di disintegrarsi.
 
Il militare lascerà convolare sua figlia Nahed, un bel frutto della società siriana, verso il settuagenario mercante d’armi saudita Akram Ojjeh, prima di cadere nella commedia di un problematico dottorato universitario parigino, mentre il diplomatico laico si applicava all’affarismo di Hariri e all’integralismo religioso dei « Fratelli Mussulmani », per poi carbonizzarsi. Il figlio del ministro della Difesa, Firas Tlass, si unirà poi all’opposizione siriana off shore petromonarchica durante la guerra di Siria e deruberà la tesoreria del cementiere franco svizzero Lafarge Holcin a beneficio di Daesh, in cambio della sua protezione.
 
In questo link l’affaire Firas Tlass:
 
Dettaglio divertente, l’uomo che è stato responsabile del dossier libanese in Siria per trenta anni, quello stesso che era temuto dalle diverse fazioni libanesi e anche dalle cancellerie arabe e occidentali, che faceva il bello e il cattivo tempo ed è dunque da considerarsi il massimo responsabile delle derive siriane in Libano, il vice presidente della Repubblica Abdel Halim Khaddam, verrà alla fine elevato al rango di supremo salvatore della Siria e del Libano.
 
Alla fine verrà dimenticato dalla storia e abbandonato da tutti, compresi I nuovi alleati, l’organizzazione dei « Fratelli Mussulmani », quella stessa che si era lanciata all’assalto del governo, nel febbraio 1982, per mettere in difficoltà il regime baathista, del quale il nostro era uno dei pilastri, quattro mesi prima dell’invasione israeliana del Libano.
 
Il ben nominato Khaddam, il cui nome in arabo significa letteralmente « il lacchè », rinnegherà la sua militanza dopo avere derubato il Libano, operando per cupidigia la più strepitosa riconversione della storia politica recente, finendo la sua vita come factotum del suo correligionario sunnita libanese Rafic Hariri.
 
Ampiamente gratificato per il suo tradimento con un sontuoso regalo – la residenza del nababbo petroliero greco, Aristotele Onassis, sulla più celebre arteria della capitale francese, l’Avenue Foch—il rinnegato dovette poi dare battaglia in tribunale quando il suo pendant francese, l’ex presidente Jacques Chirac pretese un appartamento con vista sulla Senna al Quai Voltaire di Parigi.
 
Giuda tradì il suo Signore per trenta denari. Altri tradimenti si fanno certo a peso d’oro, ma valgono al rinnegato uni discredito per l’eternità.
 
3- La spada di Damocle della Legge Jasta
 
Tegola supplementare: La Legge JASTA [JUSTICE AGAINST SPONSORS OF TERRORISM ACT] adottata il 9 settembre 2016, cioè quindici anni dopo il raid terrorista contro i simboli della superpotenza USA.
 
Autorizzando i cittadini statunitensi a procedere in giudizio contro il Regno per il risarcimento dei danni provocati dal raid, gli Stati Uniti hanno sospeso una spada di Damocle sul capo della dinastia wahhabita.
Quindici dei 19 autori dell’attentato dell’11 settembre a New York e Washington erano Sauditi. In totale, i danni statunitensi vengono calcolati in circa tre trilioni di dollari (tremila miliardi di dollari).
 
Per parare questa minaccia, un deal «win win» è stato concluso tra gli ex partner del Patto del Quincy: Gli onori riservati all’artefice del «Muslim Ban» da parte delle petromonarchie sunnite, come contropartita della promozione del figlio del Re al rango di principe ereditario, l’abdicazione delle petromonarchie al riguardo della questione palestinese e la sostituzione di essa con un tacito patto con Israele per contrastare l’Iran.
 
Un deal suggellato da un importante contratto militare dell’ordine di 380 miliardi di dollari in dieci anni, destinato a rafforzare le capacità balistiche e navali del regno saudita contro l’Iran, sempre «preservando la superiorità militare israeliana nella zona» secondo un esponente dell’amministrazione USA.
L’obiettivo sottinteso di questo «contratto del secolo» sarebbe di neutralizzare gli effetti della Legge JASTA, una sospensione del contenzioso, almeno per tutta la durata del mandato di Donald Trump.
 
Nell’operazione di ripulitura delle turpitudini saudite, il fallimento della ditta Bin Laden, proprietà della famiglia del fondatore di Al Qaeda, Osama bin Laden, e di Saudi Oger, proprietà di Saad Hariri, primo ministro del Libano, sembra destinato, in questa prospettiva, a far posto a gruppi statunitensi per la pianificazione della terra della profezia, come cortile di casa degli investitori USA.
 
4 – 40 per cento dei giovani disoccupati, e per premio il Bahreïn per sfogarsi
 
Il regno conta quasi 28 milioni di abitanti, di cui nove milioni di stranieri quadruplicate in quaranta anni. Nonostante la manna petrolifera, il 40 per cento dei giovani è disoccupato, e le strade delle grandi metropoli saudite brulicano di giovani senza niente da fare alla ricerca di paradisi artificiali.
 
L’Arabia saudita ha promosso la liberalizzazione del consumo a scapito della cittadinanza, e la standardizzazione dei suoi desideri e dei parametri istituzionali attraverso il consumo. Con conseguenze drammatiche sui dati demografici, che mostrano la cifra record del dieci per cento (10%) di obesi e di diabetici e un tasso elevato di molestie sessuali nell’ordine del 68% nelle fasce elevate della popolazione, di cui il 17,32% di natura incestuosa, e il 20% su bambini.
 
Come sfogo, diverse decine di migliaia di Sauditi attraversano ogni fine settimana il ponte che collega l’Arabia Saudita al Bahrein, alla ricerca dei piaceri proibiti nel loro paese, andando a Manama, sfogatoio di tutte le frustrazioni saudite. Una funzione esercitata in passato da Baghdad, al tempo del suo splendore nel decennio 1980.
 
5- Una illustrazione caricaturale della realtà paralitica araba
 
Il re è nudo, la monarchia saudita sulla difensiva: la dinastia wahhabita, architetto sotto l’egida USA dell’islamismo politico, appare retrospettivamente, allo sguardo della storia, come uno dei principali becchini del nazionalismo arabo e della sottoposizione del mondo arabo all’ordine statunitense.
In 13 anni di regno, il re Fahd (1982-1995) è rimasto alla testa del regno per più di cinque anni in stato vegetativo, emiplegico, quasi paralitico.
 
Lo stesso il successore, il re Abdallah (1995-2015), con ridotta mobilità per la metà del regno, dalla lucidità aleatoria, sotto assistenza sanitaria permanente, tenuto in vita da una coorte di medici, mentre regnava in un paese chiave dello scacchiere regionale in un momento di transizione geostrategica planetaria.
 
Uno scenario identico si è riprodotto quindici anni dopo, nel 2009, quando principe ereditario era Sultan Bin Abdel Aziz, che disertò il suo posto di ministro della Difesa e il regno per una convalescenza prolungata in Marocco di più di un anno, esercitando le pesanti responsabilità di principe ereditario, vice primo ministro, ministro della difesa e ispettore generale delle Forze Armate reali in modo fantomatico in una zona particolarmente tormentata, nel pieno del braccio di ferro iraniano – statunitense sul dossier nucleare iraniano.
 
6- L’Iraq e lo Yemen, i due avamposti strategici dell’Arabia Saudita, due braccia della stessa tenaglia
 
Lo Yemen e l’Iraq, due paesi confinanti con l’Arabia Saudita, avrebbero dovuto costituire i due avamposti strategici per la difesa del regno, il primo a sud, il secondo a nord.
 
E’ in questi due paesi che l’Arabia saudita ha dato battaglia per assicurare la perennità della dinastia, per due volte nel corso degli ultimi decenni, lo Yemen come punto di scontro inter arabo tra Monarchici e Repubblicani al tempo della rivalità tra Nasser e Faysal nel decennio 1960, e l’Iraq come teatro dello scontro tra Sciismo rivoluzionario e Sunnismo conservatore al tempo della rivalità tra Saddam Hussein e  Khomeini nel decennio 1980.
 
Questi due paesi sono oramai una fonte di pericolo, l’Iraq con l’eliminazione della leadership sunnita, e lo Yemen col reinserimento di Al Qaeda nei giochi regionali.
 
L’insediamento in Yemen di Al Qaeda per la penisola arabica appare in questo contesto una sfida di importanza maggiore. Il radicamento di una organizzazione essenzialmente sunnita, escrescenza del rigorismo wahhabita, sul fianco sud dell’Arabia Saudita, porta il marchio di una sfida personale di bin Laden ai suoi antichi padroni per il fatto che porta sul luogo stesso della loro antica alleanza la disputa di legittimità che oppone la monarchia al suo ex servitore. La cosa potrebbe avere effetti destabilizzanti sul Regno. Se la dinastia dovesse durevolmente impantanarsi in questi conflitti periferici, lo Yemen e l’Iraq potrebbero rinchiudersi su di lei come die braccia della stessa tenaglia.
 
A proposito della sfida saudita in Yemen
 
7- For whom the bell tolls? Per chi suona la campana?
 
L’Arabia Saudita ha realizzato la quadratura del cerchio guadagnandosi il rispetto del mondo mussulmano senza sparare un solo colpo contro Israele, senza ottenere la minima concessione degli USA sulla questione palestinese, applicandosi con metodo a distruggere le vestigia del nazionalismo arabo.
L’alleanza esclusiva dell’islam sunnita con gli USA, se ha assicurato la tranquillità del trono wahhabita durante un mezzo secolo tumultuoso, non ha però garantito la sua perennità.
 
All’apogeo della diplomazia saudita, sulla scia dell’invasione dell’Iraq del 2003, due leader arabi, Rafic Hariri (Libano) e Ghazi Al Yaour (Iraq) si sono simultaneamente trovati al governo del loro rispettivo paese, pur essendo di nazionalità saudita.
Tredici anni dopo, sfidata sul fianco sud, in Yemen, dalla più importante organizzazione integralista sunnita del mondo mussulmano di dimensioni planetarie, Al Qaeda, escrescenza ribelle del modello wahhabita, la dinastia saudita viene anche messa alla prova dalla formula gloriosa sul piano militare di Hezbollah, la più importante formazione paramilitare del Terzo Mondo, di obbedienza sciita.
 
Al centro del conflitto che non ha mai cessato di attizzare, il regno saudita appare retrospettivamente come l’apprendista stregone di una posta che va molto oltre,  demiurgo di sfide più grandi, tanto in Iraq, che in Siria, che in Libano, che in Yemen, come prima in Afghanistan.
 
Sul fondo di una tensione larvata in seno alla famiglia reale, esacerbata dalla cacciata dal potere di altre componenti della dinastia, nel pieno di una severa crisi economica, di una situazione di stallo in Yemen, dei rovesci in Siria, e di una guerra per procura contro l’Iran in tutta la zona, la dinastia wahhabita si trova in un momento di svolta della sua storia:
 
«Non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: Essa suona per te».
«And therefore never send to know for whom the bell tolls, it tolls for thee».
«For Whom the bell tolls» -Ernest Hemingway
 
Note:
Ode del New York Times alla Gloria del Regno di Arabia Saudita: Sessanta anni di prosternazione
 
 
 
 
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