Siria, gennaio 2014 - In Libano, in Turchia o in Giordania, l'Arabia Saudita avanzava e sue pedine, a misura che gli altri sponsor della ribellione, vale a dire il regime di Ankara e l'emiro del Qatar, levavano mano. Oramai la Siria è vittima di una guerra saudita, una guerra di invasione e di conquista della Siria da parte dell'Arabia Saudita (nella foto, un miliziano di Al Nosra)





Investig'Action, 19 gennaio 2014 (trad.ossin)



La guerra dei Saud contro la Siria

Bahar Kimyongur


Qualsiasi osservatore del conflitto siriano che intenda analizzare più approfonditamente la ribellione anti-regime incontrerà molte difficoltà a causa dell'inflazione di gruppi armati, che si calcolano oggi in un migliaio. La guerra intestina scoppiata tra le più importanti milizie jihadiste all'inizio dell'anno accentua la confusione, soprattutto sul ruolo e l'evoluzione di AlQaida nel conflitto. Peraltro, al di là delle loro rivalità economiche e territoriali, una medesima strategia ed una stessa strategia li uniscono e li collegano ad un protagonista essenziale della guerra di Siria: il regno dell'Arabia saudita.


Il wahhabismo siriano prima della guerra
La corrente religiosa fondata circa 250 anni fa dal predicatore estremista Muhammad Ben Abdel Wahhab nel Najd in Arabia Saudita non costituisce un fenomeno di moda improvvisamente apparso in Siria col favore della primavera araba. Il wahhabismo dispone infatti di una base sociale solida, da diversi anni alimentata dai Siriani che vivono in Arabia Saudita e nelle altre teocrazie della penisola arabica. In Siria, gli emigrati del Golfo sono curiosamente chiamati "i Sauditi", perché quando rientrano al paese vengono confusi coi veri sauditi. La più parte di questi emigrati torna infatti impregnato del puritanesimo rituale, di vestiario, familiare e societario che caratterizza i regni wahhabiti (1).


Ma il wahhabismo siriano è costituito anche dai predicatori salafiti cacciati dal regime di Damasco e accolti nei regni del Golfo. Nonostante la distanza e la repressione, questi salafiti esiliati sono riusciti ad alimentare delle reti di influenza nelle loro regioni e tribù di origine.


La moltiplicazione di canali satellitari che trasmettono dai paesi wahhabiti ha accresciuto in Siria la popolarità di taluni esiliati siriani riconvertiti al "tele-coranismo". Il più emblematico dei quali è senz'altro Adnane Arour. Esiliato in Arabia Saudita, colui che viene soprannominato "lo sceicco della discordia" (fitna) anima diverse trasmissioni su Wessal TV e Safa TV, dove ha reso popolari i sermoni anti-sciiti e anti-alauiti, specialmente quando invita a "triturare gli alauiti con la lunetta e gettare le loro carni ai cani". Nella regione di Hama, della quale è originario, Arour ha conservato una significativa influenza, al punto che il suo nome veniva invocato nel corso delle prime manifestazioni anti-regime del 2011.


Da un punto di vista storico e territoriale, la wahhabizzazione progressiva della Siria si è dapprima imposta tra le popolazioni rurali, che si sono allontanate dal sunnismo istituzionale siriano di orientamento hanafita, ritenuto tollerante. Dopo la virata liberista avviata dal partito Ba'th nel 2005, il wahhabismo ha conosciuto una nuova crescita nelle banlieue miserabili delle metropoli siriane e le città di periferia come Douma e Darayya, resuscitando lo spettro della discordia inter-comunitaria.


Molti Siriani che si sono arricchiti in Arabia Saudita hanno promosso campagne caritatevoli nelle loro zone di origine, accrescendo così la loro influenza tra i Siriani più poveri. Ogni lacuna dello Stato veniva così subito colmata dalle reti di beneficenza create da ambiziosi sceicchi esiliati. Uno dei più conosciuti si chiama Mohammad Sourour Zayn Al Abidin. E' il capofila di una corrente proselite a metà strada tra i Fratelli Mussulmani siriani e il wahhabismo (2).


Venuto il momento, i Siriani del Golfo sono diventati i principali sponsor privati della jihad in Siria, subito assistiti nella loro "sacra missione" da ricchi donatori sauditi, ma anche del Kuwait, del Bahrein o anche giordani, prevalentemente wahhabiti (3).


Nonostante la calma tutta relativa che costituiva la reputazione del regime di sicurezza di Damasco prima dei sommovimenti e della guerra che dura oramai da tre anni, il paese aveva conosciuto già casi di scaramucce e provocazioni a carattere confessionale (4). Un alauita originario della città a maggioranza sunnita di Tall Kalakh, nel governatorato di Homs, mi ha parlato di tentativi di progrom anti-alauiti compiuti più di un anno prima delle grandi manifestazioni democratiche del marzo 2011. Altri Siriani mi hanno confermato l'esistenza, durante il decennio precedente, di un clima deleterio su uno sfondo di rancori religiosi nei quartieri poveri di Damasco e in certi villaggi di Idib.


Le autorità siriane hanno preferito mantenere sotto tono questo tipo di incidenti per evitare il contagio.


Nel marzo 2011 gli slogan ostili agli sciiti, a Hezbollah e all'Iran, scanditi alle porte della moschea Abou Baqr As Saddiq, a Jableh, sulla costa siriana, hanno rapidamente ceduto il posto agli inviti alla guerra contro le minoranze. Mentre i Siriani manifestavano contro l'ingiustizia, la tirannia, la corruzione e la povertà, talune forze conservatrici tentavano deliberatamente di deviare la rabbia popolare contro obiettivi innocenti, il cui unico crimine era di esistere. Così, prima ancora che le truppe di AlQaida avessero esploso il loro primo colpo in Siria, i predicatori wahhabiti erano già al lavoro.


La wahhabizzazione della ribellione siriana
Se agli esordi della insurrezione siriana, tra la stragrande maggioranza di combattenti di confessione sunnita, si poteva incrociare qualche ribelle druso, cristiano, sciita e alauita, sotto la pressione degli agitatori e dei generosi donatori del Golfo, la ribellione si è andata rapidamente omogeneizzandosi sul piano confessionale e radicalizzandosi, costringendo gli sparuti combattenti appartenenti alle minoranze a ritirarsi e ad andarsene in esilio.

Nella loro propaganda, i gruppi ribelli siriani riprendono a loro vantaggio gli insulti anti-sciiti in voga nel regno dei Saud. Gli sciiti, ma anche gli alauiti, gli ismailiti e i drusi, vengono sistematicamente accusati dalla ribellione di essere miscredenti (kofar), negatori (rafidha), zoroastri (majous), trasgressori (tawaghit, plurale di taghout), politeisti, adoratori di icone, pietre o tombe (mouchrikines), satanisti, cripto-iraniani, invasori persiani, safavidi o ancora cripto-giudei (5).


Nello stesso tempo, battaglioni con connotati confessionali si sono andati formando all'interno stesso dell'Esercito Siriano Libero (ESL): i battaglioni Muawija, Yazid, Abou Ubayda Jarrah, Ibn Taymiyya, Ibn Kathir, la brigata turkmena "Yavuz Sultan Selim", dal nome del sultano-califfo ottomano che nel 16° secolo massacrò Aleviti, Alauiti e Sciiti.


Tra questi gruppi di insorti a connotato confessionale, c'è la famosa Brigata Farouk, vera spina dorsale dell'Esercito Siriano Libero. Nessun media occidentale si è mai neppure interrogato sul significato della parola Farouk (6). Si tratta peraltro del soprannome del califfo Omar Ibn Khattab, considerato come un usurpatore dagli sciiti.

Khalid al Hamad


Niente potrà far dimenticare il gesto di Khalid al Hamad, l'uomo che ha eviscerato un soldato dell'esercito governativo e portato alla bocca il cuore e il fegato della vittima, gridando: "O eroi, massacrate gli Alauiti e prendete loro il cuore per mangiarlo". Occorre ricordare che costui non era né affiliato ad Al Qaida, né un semplice miliziano, ma un comandante della celebre Brigata Farouk affiliata all'Esercito Siriano Libero (ESL), sedicente moderato e oggi guidato da Salim Idriss.


Il predicatore Andan Arour, che incita all'eccidio di massa durante le sue apparizioni televisive, fa parte anche lui dell'Esercito Siriano Libero (ESL) e non della ribellione detta "estremista".


Questi esempi a caso dimostrano che presentare l'Esercito Siriano Libero (ESL) come ribellione democratica, laica e plurale, è un puro prodotto di marketing destinato all'opinione pubblica occidentale.


Attualmente i nostri media presentano il Fronte Islamico (FI), la più importante coalizione jihadista che federa quasi 80.000 combattenti, come una possibile alternativa ad Al Qaida. Il leader del Fronte Islamico si chiama Zahran Alloush, è il figlio di Mohammad Alloush, un predicatore siriano ultra-conservatore esiliato in Arabia Saudita. Zahran Alloush ha un bel resistere contro le due succursali siriane di AlQaida, vale a dire Al Nosra e lo Stato Islamico dell'Iraq e del Levante (EIIL), alias Daech, egli sviluppa la medesima retorica settaria dei suoi concorrenti. In una allocuzione pronunciata davanti al castello degli Omayyadi Qasr al Hayr, vicino a Al Sukhna nel luglio 2013, ecco cosa Zahran Alloush dichiarò urbi et orbi: " I figli degli Omayyadi sono tornati al paese del Levante nonostante voi. I mujaheddin del Levante laveranno la sozzura dei Rafidha (negatori), per purificare il Levante per sempre... Gli sciiti saranno per sempre sottomessi e umiliati come lo sono sempre stati lungo tutto il corso della Storia. E l'islam ha sempre distrutto il loro Stato... La dinastia degli omayyadi ha sempre distrutto il loro Stato" (7).


A inizio ottobre 2013, quattro gruppi jihadisti composti da diverse migliaia di combattenti indipendenti di Al Qaida hanno annunciato la creazione, nell'Est della Siria, dell'Esercito della sunna e della comunità (Jaych al Sunna wal Jama's). Non solo questa nuova formazione ostenta un nome confessionale chiaramente anti-sciita, ma in più accusa anche i suoi nemici di essere safavidi, il nome della dinastia sciita che regnò sull'Iran dal 1501 al 1736. Peraltro il nuovo esercito confessionale proclama la volontà di combattere le "sette" fino al giorno del Giudizio (8).


Conseguentemente sarebbe illusorio considerare la ribellione dei gruppi armati contro Al Qaida come una garanzia di rispettabilità e di tolleranza. Infatti tutti i movimenti ribelli attivi in Siria praticano il takfir, vale a dire la guerra contro i "miscredenti", in un primo tempo contro le correnti dell'islam che considerano eretiche e i non credenti, poi contro le minoranze cristiane e infine contro gli stessi sunniti.


La distinzione fatta dai media occidentali tra ribelli e jihadisti è dunque abusiva. Tra Al Qaida, il Fronte Islamico e l'Esercito Siriano Libero, in qualche modo se non è zuppa è pan bagnato.


Il Regno wahhabita all'assalto della fortezza siriana
In tre anni di conflitto siriano, il regime dei Saud non si è accontentato di esportare la sua ideologia. Fin dall'avvio della crisi, Riyad si è manifestata infatti come la forza di avanguardia della guerra contro il regime siriano. Si è fatta notare rompendo, primo paese al mondo, le relazioni diplomatiche con Damasco.

Quando è scoppiata l'insurrezione armata, il Regno wahhabita ha cercato subito di prenderne il controllo, incaricando i suoi agenti locali di canalizzare le risorse finanziarie, logistiche e militari verso i gruppi di insorti più deboli.


In Libano, in Turchia e, soprattutto in Giordania, i servizi di informazione sauditi hanno organizzato dei campi di addestramento per i ribelli siriani.


Nel paese dei Cedri, l'Arabia Saudita ha mobilitato la "Corrente del futuro" di Hariri, una potente famiglia libano-saudita politicamente infeudata alla dinastia wahhabita, oltre alle cellule terroriste presenti nel Nord del paese. I gruppi terroristi del Nord-Libano costituiscono la forza tradizionale di riserva del regime di Riyad nella sua guerra contro Hezbollah, partito solidamente radicato tra la popolazione sciita del Sud del Libano.


Agli esordi della "primavera siriana" (marzo 2011), il Nord del Libano è logicamente servito all'Arabia Saudita come base di attacco contro la Siria. Mercenari filo-sauditi di ogni origine, all'inizio solo siriani, sono affluiti verso la provincia di Homs e di Damasco a partire dal territorio libanese.

Bandar Ben Sultan


Il capo delle operazioni anti-siriane altri non è se non il principe Bandar Ben Sultan, segretario generale del Consiglio nazionale della Sicurezza saudita. Il principe è peraltro soprannominato "Bandar Bush", per i suoi stretti legami con l'ex presidente statunitense. Abituato alle operazioni segrete, il principe Bandar ha fatto dell'eliminazione del presidente siriano una questione personale. Gli è accaduto di recarsi di persona a Tripoli, la capitale del Nord Libano, per incoraggiare, con monete sonanti e insicure, i volontari per la jihad anti-sciita, anti-Hezbollah e anti-siriana (9).

Talvolta ha incaricato i suoi migliori agenti, come il deputato hararista Okab Sakr, di assicurare la logistica. Secondo una inchiesta del giornale Time, Okab Sakr si trovava a fine agosto 2013 ad Antiochia, la città turca che funge da base arretrata dei jihadisti anti-siriani del Fronte Nord per equipaggiare con armi leggere diverse unità dell'Esercito Siriano Libero (ESL) basate a Idib e Homs (10).


Il 25 febbraio il New York Times ha rivelato che armi provenienti da stock segreti dell'esercito croato sono state acquistate dall'Arabia Saudita e inviate ai ribelli siriani attraverso la Giordania. Si trattava di "diversi aerei carichi di armi" e di un "numero imprecisato di munizioni" (11).


Il 17 giugno 2013, citando diplomatici del Golfo, l'agenzia Reuters ha annunciato la fornitura ai ribelli siriani da parte dell'Arabia Saudita di missili anti-aerei acquistati in Francia e in Belgio. Il dispaccio precisa che il trasporto delle armi sarebbe stato finanziato dalla Francia (12).


In Libano, in Turchia o in Giordania, l'Arabia Saudita avanzava e sue pedine, a misura che gli altri sponsor della ribellione, vale a dire il regime di Ankara e l'emiro del Qatar, levavano mano. Oramai la Siria è vittima di una guerra saudita, una guerra di invasione e di conquista della Siria da parte dell'Arabia Saudita.


Le legioni saudite dilagano in Siria
Vedendo che gli Stati Uniti recalcitravano a inviare truppe per combattere il regime di Damasco dopo "l'attacco chimico" del 21 agosto 2013, il regime di Riyad ha deciso di raddoppiare, aumentando in modo significativo il bilancio militare e il numero dei mercenari sauditi per la guerra contro la Siria. Parallelamente diverse centinaia di Sauditi, soldati attivi o riservisti, sono andati in Siria per rafforzare i gruppi terroristi più radicali come Al Nosra o Daech.


Nelle settimane scorse, il giornale libanese As-Safir e i media ufficiali siriani hanno registrato questo coinvolgimento accresciuto della monarchia wahhabita, segnalando che diversi alti gradi dell'esercito saudita, tra cui un colonnello, sono stati catturati dall'esercito siriano a Aleppo, mentre un generale maggiore dell'esercito saudita, tale Adel Nayef Al-Shoummari, era rimasto ucciso nel corso di un attacco kamikaze a Deir Attiyeh. I media siriani hanno pubblicato la sua foto in uniforme dell'esercito saudita. Al Shoummari sarebbe il figlio del capo degli ufficiali della Guardia reale saudita. Un'altra personalità saudita, Moutaleq el-Moutlaq, figlio del generale saudita Abdallah Moutlaq Soudairi è stato anch'egli ucciso ad Aleppo. Nell'occasione, le Autorità saudite hanno tentato di dissociarsi, sostenendo che si era rifugiato nel paese in guerra per sfuggire alla giustizia. Il giornale As-Safir nota tuttavia che lo zio paterno di Moutaleq al- Moutlaq si trova anch'egli in Siria, inquadrato nei ranghi delle truppe jihadiste (13).


Adel Nayef Al-Shoummari


Tra le migliaia di Sauditi attualmente presenti in Siria, vi sono anche sceicchi influenti come Abdullah Al Mohaisany. In un video postato su Youtube, lo si vede armi alla mano cantare lodi al Fronte Al Nosra e allo Stato Islamico dell'Iraq e del Levante (EIIL), le due branche di Al Qaida in Siria e maledire gli sciiti e gli alauiti (14).


L'inerzia dei servizi segreti sauditi di fronte alla partenza per il fronte di personalità pubbliche come Al Mohaisany pone interrogativi. All'inizio del conflitto, le autorità saudite sembravano voler mantenere i loro concittadini lontani dalla guerra di Siria. Nel settembre 2012, diversi ulema appartenenti a un organismo religioso governativo avevano perfino sconsigliato ai loro concittadini di andare a battersi in Siria (15). Oggi Riyad sembra al contrario predicare con veemenza la guerra totale in questo paese.

A fine novembre 2013, l'esercito arabo siriano ha annunciato di aver catturato almeno 80 combattenti sauditi a Deir Attiyeh, nel corso della battaglia di Qalamoun.

Il 15 gennaio 2014, l'ambasciatore siriano alle Nazioni Unite, Bachar Jaafari, ha dichiarato che il 15% dei combattenti stranieri in Siria sono sauditi. Nei suoi ultimi discorsi, il presidente siriano Bachar al Assad ha posto in evidenza la minaccia del wahhabismo per l'islam e per il mondo. Aggiungendo: "(...) Tutti devono contribuire alla lotta contro il wahhabismo perché sia sradicato". Il presidente siriano confermava così che la guerra di Siria è diventata una guerra dell'Arabia Saudita contro la Siria.


Conclusioni
Quando si parla del ruolo dell'Arabia Saudita nella guerra di Siria, per ignoranza o appositamente, gli analisti occidentali restano spesso nel vago, limitandosi a ripetere generalità circa la rivalità tra l'Iran e la dinastia dei Saud.


Se i media occidentali, soprattutto francesi, sono avari di critiche verso le monarchie del Golfo, sono chiaramente muti sull'ossessione dei Saud di voler confessionalizzare a tutti i costi un conflitto che è eminentemente politico, geostrategico e ideologico. E' vero che i "nostri" esperti sottolineano il discorso confessionale e l'estremismo della ribellione, ma ne parlano come di una conseguenza e non come della principale causa del conflitto e del suo prolungarsi.


Ora, mentre le forze governative hanno sempre esaltato la solidarietà interconfessionale e l'unità della patria, collocandole al centro della loro lotta (cosa che i media mainstream si guardano bene dal dire, trasmettendo invece l'impressione che le forze lealiste appartengano solo alla comunità alauita), dall'altro lato i gruppi armati esaltavano la loro diversità e la loro purezza rispetto alle comunità considerate devianti e poi all'insieme della popolazione.


Nelle località dove queste milizie fanatiche hanno assunto il controllo, regna il caos e il terrore. Nelle zone dette "liberate", il gioco pericoloso della rivalsa anti-sciita e anti-alauita, alimentato dai canali della propaganda saudita, si è rapidamente mutato in campagna di sterminio di tutto ciò che non è sunnita, in primo luogo, e di tutto ciò che è diverso, poi. E' il fenomeno che osserviamo oggi, con la liquidazione di più di un migliaio di jihadisti in due settimane di guerra tra fazioni rivali che rivendicano la stessa confessione e una medesima pratica teologica.


In tre anni di crisi e di guerra in Siria, la strategia saudita è passata dal "soft power" e dalla wahhabizzazione strisciante alla guerra diretta.


I Saud hanno cominciato col sabotare ogni prospettiva di riforma, di democratizzazione e riconciliazione in Siria. Hanno poi spinto i Siriano ad ammazzarsi tra loro, costituendo, contro le forse lealiste, gruppi armati creati a loro immagine e somiglianza. Vedendo fallire i loro progetti di rovesciamento del regime, hanno deciso di tentare il tutto per tutto, fino a ridurre la Siria in polvere con l'aiuto di Al Qaida.

Giacché il regime teocratico di Riyad è in guerra contro Al Qaida sul piano domestico, taluni esperti occidentali dubitano ancora del sostegno di Riyad ai terroristi siriani. Ora, la manipolazione da parte dei servizi sauditi dei gruppi affiliati ad Al Qaida come EIIL o Al Nosra è, non solo una costante della politica estera saudita, ma in più le milizie del Fronte Islamico (FI) e dell'Esercito Siriano Libero (ESL), che l'Arabia Saudita sostiene ufficialmente posseggono una ideologia e una retorica quasi identiche a quelle di Al Qaida.


Così, dal capo dello spionaggio saudita Bandar Ben Sultan al leader supremo di Al Qaida Ayman al Zawahiri, dall'emiro di Al Nosra Abu Mohammad Al Joulani al comandante dell'Esercito Siriano Libero Salim Idriss, dall'emiro del Daech Abu Bakr Al Baghdadi al comandante del Fronte Islamico (FI) Zahran Alloush, predicano tutti le stesse cose, condividono i medesimi metodi e gli stessi obiettivi.


Il terrorismo di queste bande armate e dei loro sponsor sauditi non lascia alcuna altra scelta alla Siria sovrana se non resistere o sparire.


Siamo decisamente ancora molto lontani dalla pace.   



Note a piè di pagina:


(1) Ho constatato questo fenomeno della wahhabizzazione dei costumi nel corso dei miei molteplici viaggi in Siria, tra il 1998 e il 2005. E' stato osservato anche da Alper Birdal e Yigit Günay, autori del libro critico sulle primavere arabe (Arap Bahari Aldatmacasi, Ed. Yazilama, 2012). L’oppositore siriano  Haytham Manna ha anch'egli parlato della wahhabizzazione progressiva della Siria durante una conferenza, a Bruxelles, il 3 novembre 2013.


(2) Mohammad Sourour Zayn Al Abidin vive attualmente in Giordania.


(3) Secondo un articolo apparso il 12 novembre sul New York Times e firmato Ben Hubbard, dodici Kuwaitiani, tra cui un certo Ghanim Al Mteiri, avrebbero operato alla luce del sole per il trasporto di fondi destinati alla jihad in Siria. Alcuni imam residenti in Europa sono allo stesso modo coinvolti nel traffico internazionale di armi verso la Siria, come l’imam siriano esiliato in Svezia Haytham Rahmeh.


(4) A Qamechli, nel Nord-Est della Siria, sanguinosi scontri inter-etnici nel 2004 tra tifosi di calcio arabi e curdi.


(5) La leggenda vuole che sia stato un ebreo convertito all'islam, a nome Abdullah Ibn Saba, ad aver fondato lo sciismo. Talune fonti sunnite presentano Ibn Saba come un agente ebreo provocatore, incaricato della missione di distruggere l'islam dall'interno. Ma a tutt'oggi, le autorità sciite negano anche la sola esistenza di un simile personaggio, accusando gli autori di questo "mito" di volere screditare la loro fede.


(6) Farouk significa: colui che distingue il bene dal male
.
(7)
http://www.youtube.com/watch?v=jA6Af9o4Zmk&feature=youtu.be


(8)
http://www.youtube.com/watch?v=0S9DRKCYnn8&feature=youtu.be


(9) Per maggiori dettagli su Bandar Ben Sultan, cf. Bahar Kimyongür, Syriana, La conquête continue, Ed. Investig’Action et Couleur Livres, Charleroi, 2012


(10) Time, Syria’s Secular and Islamist Rebels : Who Are the Saudis and the Qataris Arming ?, 18 settembre 2012,


(11) The New York Times, Saudis Step Up Help for Rebels in Syria With Croatian Arms, 25 febbraio 2013


(12) Reuters, Saudi supplying missiles to Syria rebels : Gulf source, 17 giugno 2013


(13) As Safir, Saudi Jihadis Flow into Syria, 5 dicembre 2012


(14)
http://www.youtube.com/watch?v=_JxR4HRlGMo&feature=youtu.be
La canzone dello sceicco saudita colloca nello stesso paniere gli sciiti e gli Stati Uniti, un controsenso. Il regno del quale è suddito, non solo è un protettorato USA ma in più Washington è uno dei principali sostenitori della jihad in Siria.


(15) Reuters, Saudi steers citizens away from Syrian « jihad », 12 settembre 2012
 
 

Fonte : Investig'Action

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