Crisi siriana, giugno 2014 - Alle elezioni presidenziali in Siria è risultato eletto Bachar El-Assad. Una vittoria politica, la cui eco supera certamente i confini siriani, che si aggiunge alla oramai lunga serie di vittorie militari contro i ribelli. Quella che segue è una analisi di Luc Michel, scritta prima della proclamazione dei risultati (nella foto, manifesti elettorali a Damasco) 









Bachar El-Assad, dalla vittoria militare alla vittoria politica

Luc Michel



Il presidente siriano Bachar El-Assad, sicuro oramai di avere vinto le elezioni presidenziali del 3 giugno, è convinto a giusto titolo di avere salvato la Siria baatista dalla ribellione e dai paesi occidentali e arabi – che hanno organizzato e finanziato questa stessa ribellione – che pretendono la sua caduta. “E’ persuaso di essere, nonostante l’onda lunga, l’unico capo di Stato arabo a essere rimasto sul banco degli imputati e intende dimostrare, organizzando queste elezioni tempestivamente, di essere il garante delle istituzioni che i suoi avversari intendono distruggere”, spiega all’AFP uno dei suoi collaboratori.


A 48 anni, questo oftalmologo di formazione, costretto dalla morte prematura del suo fratello maggiore a entrare in politica, e che è succeduto nel 2000 a suo padre Hafez, morto dopo avere governato per 30 anni la Siria, continua a ripetere che non mollerà, qualunque sia il prezzo da pagare.


Di fronte ad una rivolta organizzata nel marzo 2011 dagli Occidentali sulla scia del progetto USA detto “primavera araba”, lui che era un “modernizzatore” ha dovuto sostenere una guerra spossante su tutti i fronti. Sull’onda di questa rivolta che si è completamente militarizzata, e che ha anche prodotto un terrorismo sanguinoso importato dall’estero, che ha causato più di 162.000 morti, il suo carattere forte si è manifestato.


“Cordiale e disinvolto, mostra dietro il sorriso una determinazione irremovibile e una implacabile volontà di soffocare la rivolta” (dice l’AFP) che a ragione considera espressione di “gruppi terroristi manipolati” dall’estero. Segretario generale del Baath, il Partito della rinascita araba, considera la rivolta come un complotto ordito dall’Occidente e dai paesi del Golfo per spezzare la “catena di resistenza” contro Israele, della quale la Siria è uno degli anelli essenziali.



“Scappare non è una opzione”

“Scappare non è una opzione (…) Io devo essere in prima fila tra i difensori della patria. Questo è sempre stato il mio unico pensiero dall’inizio della crisi”, ha detto in gennaio all’AFP il Presidente Assad che, nonostante la guerra e l’onnipresente pericolo terrorista (bisogna essere stati a Damasco, come ho fatto io nel giugno 2013, per capirlo) continua a vivere a Damasco con sua moglie e i tre figli.


“Perfino a fine agosto 2013, mentre era alle prese con la minaccia di un intervento militare straniero in Siria, manteneva una immagine di serenità mentre riceveva i giornalisti stranieri”, scriveva con stizza l’AFP. Uno dei suoi consiglieri assicura che Assad non ha mai dubitato della vittoria. “Mi ha più volte risollevato il morale, assicurandomi che alla fine della strada c’era la vittoria”.



Assad in posizione di forza,
si appoggia all’asse geopolitico Damasco-Teheran con il sostegno russo


Secondo Volker Perthes, direttore dell’Istituto tedesco internazionale e di sicurezza, “è chiaro che ha consolidato le proprie posizioni e le elezioni si sono svolte per dimostrare proprio che egli mantiene bene le regioni sotto il suo controllo”. “Bachar vuole dimostrare di essere l’alternativa politica e che è in grado di ristabilire l’ordine e la legalità”, assicura Souhail Belhadj.


Questa elezione, teoricamente la prima dopo più di mezzo secolo, è stata definita una “farsa” dall’opposizione e dall’Occidente – gli stessi che hanno avallato la commedia delle elezioni afghane e il teatrino elettorale di Kiev – ed è stata criticata dal segretario generale dell’ONU, di cui si conosce il forte filo-occidentalismo. Ma il presidente siriano ritiene che questa consultazione si sia svolta al momento opportuno, spiegando che ci si trova “ad una svolta nella crisi, sia sul piano militare che politico”, attraverso puntuali accordi securitari tra ribelli non jihadisti ed esercito.


Bachar El-Assad ha seguito le orme di suo padre. Si è appoggiato alle alleanze allacciate da Hafez con la Russia (all’epoca URSS) negli anni 1970, con l’Iran negli anni 1980, e col potente movimento sciita libanese Hezbollah. “Oggi raccoglie i frutti di queste alleanze”, assicura Souhail Belhadj, ricercatore all’Istituto di Alti Studi Internazionali e dello Sviluppo a Ginevra.



Bachar El-Assad sicuro della sua ri-elezione

Le regioni controllate dal governo in Siria si preparano a ri-eleggere Bachar El-Assad, mentre la guerra civile importata dall’estero “sembra volgere a suo vantaggio di fronte a dei ribelli che si dilaniano tra loro e una comunità internazionale assai divisa” (AFP dixit).


Nella competizione coi concorrenti, il deputato indipendente Maher al-Hajjar e l’uomo d’affari appartenente alla opposizione patriottica interna, Hassan al-Nouri, Assad è certo di vincere nelle regioni sotto il controllo dell’esercito. Nessun candidato dell’opposizione è in lizza, in queste che teoricamente sono le prime elezioni presidenziali da più di 50 anni in Siria. Bachar e suo padre Hafez, che ha guidato il paese col pugno di ferro dal 1970 al 2000, erano stati designati con un referendum.


Teoricamente tutti i Siriani che abbiano compiuto 18 anni sono chiamati a votare, compresi i 7 milioni di sfollati a causa della guerra all’interno del paese. Ma nei fatti la cosa si rivela più complicata. “Le elezioni si svolgeranno in tutte le città siriane, a eccezione di Raqa”, città martire interamente sotto il controllo degli jihadisti ultra-radicali dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (SIIL), ha dichiarato all’AFP Majed Khadra, portavoce della Corte Costituzionale.


“Lo scrutinio interesserà il 40% del territorio, dove vive il 60% della popolazione”, secondo il geografo francese specialista della Siria e anti-Assad come tutte le Università francesi, Fabrice Balanche. Di fatto sarà più del 50% del territorio, comprendendo tutte le grandi città a eccezione di Raqa, e quasi il 70% dei Siriani.



Quando i voti dei Siriani all’estero fanno paura agli Occidentali


Quanto ai Siriani che vivono all’estero, solo 200.000 dei tre milioni di rifugiati o di espatriati sono iscritti nelle liste elettorali in 39 ambasciate, dove il voto era previsto per mercoledì, secondo una fonte del Ministero degli Affari esteri citata dal quotidiano Al Watan. “Si tratta di un numero relativamente accettabile, se teniamo conto del fatto che la Francia la Germania e il Belgio hanno vietato ai cittadini siriani” di votare, secondo la stessa fonte.


Gli oppositori definiscono questo scrutinio una “farsa”. Ma i rifugiati siriani in molti paesi sono andati massicciamente a votare per Assad mercoledì, evidentemente senza esservi costretti. In vista di questo schiaffo agli Occidentali annunciato, la Francia, la Germania e il Belgio, ma anche la Tunisia, hanno vietato il voto nei loro paesi, presi dal panico di fronte a quello che è incontestabilmente un plebiscito per Assad.


Così l’esempio del Libano, terribile schiaffo per gli Occidentali: “Beirut, ha vissuto al ritmo dell’elezione presidenziale siriana, questo mercoledì 28 maggio, giorno di voto per i Siriani all’estero. In modo inatteso, migliaia di cittadini siriani sono affluiti verso l’ambasciata del loro paese, a Yarzé, nel sud est della capitale libanese, provocando un imbottigliamento mostruoso, che ha completamente bloccato la circolazione”, commenta RFI.


Le elezioni, denunciate dall’Occidente e dai paesi arabi che organizzano direttamente la guerra e il terrorismo in Siria, ma sostenute da Mosca e da Teheran, indefettibili alleati di Damasco, si sono svolte in una situazione piuttosto favorevole per Damasco. Il governo può rallegrarsi della sanguinosa guerra intestina che in certe regioni vede contrapporsi lo SIIL al Fronte Al Nosra, ramo siriano di Al Qaida, in precedenza alleati nella rivolta siriana.

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