ProfileCrisi siriana, giugno 2016 - Vari reportage sulle forze governative siriane evidenziano il ruolo di una unità di élite, la milizia dei Falchi del deserto (Liwaa Suqour Al-Sahra), in prima linea nell’offensiva contro Raqqa, la «capitale» dello «Stato Islamico» (nella foto, Mohamed Jaber)

 

Cf2R (Centre Français de Recherche sur le Renseignement), 25 giugno 2016 (trad. ossin)
 
Siria: i falchi del deserto
Alain Rodier
 
Vari reportage sulle forze governative siriane evidenziano il ruolo di una unità di élite, la milizia dei Falchi del deserto (Liwaa Suqour Al-Sahra) che è stata in prima linea nell’offensiva destinata teoricamente a minacciare Raqqa, la «capitale» dello «Stato Islamico». In effetti, a inizio giugno, per la prima volta dall’agosto 2014, unità fedeli al governo siriano, tra cui la 555a brigata di fanteria e la 4° divisione meccanizzata – alle dirette dipendenze dello Stato maggiore generale – e varie altre milizie sono penetrate nella provincia di Raqqa. Il loro obiettivo era la base aerea di Tabqa, sull’Eufrate. A fine giugno, però, Daesh ha lanciato vigorosi contrattacchi, costringendo il corpo di spedizione di Damasco a ritirarsi 80 chilometri più a ovest e a rientrare nelle basi di partenza.
 
Mohamed Jaber
 
Questa sconfitta rischia di offuscare seriamente l’immagine di questa milizia creata nel 2013, per iniziativa del colonnello siriano in pensione, Mohammad Jaber (talvolta viene presentato come un ex ufficiale generale).
 
Mohammad Jaber, un capo guerriero atipico
 
Mohammad Jaber, riconvertitosi agli affari dopo essersi messo in pensione, si è notevolmente arricchito col commercio e lo sfruttamento degli idrocarburi. E’ in questa veste d’altronde che venne iscritto, nel 2012, nella lista delle personalità oggetto di sanzioni da parte del Tesoro USA, essendo all’epoca considerato un importante finanziatore del governo di Bachar el-Assad.
 
Quando la situazione in Siria, nel 2013, è degenerata in guerra civile totale, Jaber ha tentato di ingaggiare delle società private di sicurezza per proteggere i propri siti e trasporti di idrocarburi. Non riuscendo a trovare nessuno a causa dell’embargo decretato dai paesi occidentali contro la Siria nel 2011, decise allora di finanziare di tasca propria una milizia che avesse il compito di proteggere i suoi interessi. All’uopo, reclutò ex militari, offrendo loro buoni salari ed equipaggiandoli con materiale acquistato nel mercato parallelo. Avrebbe così acquistato, da trafficanti occidentali, armi di origine russa, veicoli 4X4 provenienti dall’Estremo oriente e uniformi statunitensi. Chiamò i suoi uomini i “Falchi del deserto”, perché il luogo dove avrebbero dovuto soprattutto dovuto operare è quello dove si trovano le risorse di idrocarburi: il deserto, in prossimità delle frontiere irachena e giordana.
 
I Falchi del deserto combattono al fianco delle forze governative
 
Rispondendo a una pressante richiesta del governo di Damasco, i Falchi del deserto vennero impegnati, a giugno 2014, nel nord-ovest del paese, durante la battaglia di Kessab, nella provincia di Laodicea. Il loro intervento in extremis consentì di contenere una vasta offensiva ribelle che, partita dalla Turchia, minacciava il nord della provincia di Laodicea, il feudo della famiglia Assad e, più importante ancora, l’accesso al Mediterraneo.
 
L'affermarsi di Daesh nell’estate 2014, che ha comportato la caduta delle province di Hassaké, di Deir ez-Zor, di Raqqa e della parte est di Homs, prese Mohammad Jaber - come molti altri – alla sprovvista. Il gruppo Stato Islamico si impossessò, tra gli altri, dei campi petroliferi di Al-Shaer, nella regione di Homs.
 
A richiesta delle autorità, ma anche per interesse personale, Jaber impegnò allora le sue truppe, fin dagli ultimi mesi del 2014, in operazioni di riconquista. Essi parteciparono quindi alla ripresa di Al-Shaer, al fianco della 3° divisione blindata (del 3° Corpo d’Armata) e delle Tiger Forces del famosissimo colonnello Suheil Al-Hassan[1].
 
Suheil Al-Hassan
 
A inizio 2015, i Falchi del deserto vennero di nuovo dispiegati d’urgenza nel nord-ovest del paese, per cercare di opporsi – vanamente – alla conquista della provincia di Idlib da parte dell’Esercito della conquista (Jaish al Fateh), una coalizione costituita attorno al Fronte Al-Nusra, il braccio armato di Al Qaeda «canale storico» in Siria. Ad agosto vennero mandati nella regione di Homs per contrastare l’avanzata di Daesh, che si impossessò della mitica città di Palmira, poi di Al-Qaryatayn, posta più a sud ovest.
 
La situazione era al momento pessima per le forze governative siriane e gli uomini di Jaber fungevano da «pompieri» senza però riuscire ad arginare davvero l’avanzata dei gruppi ribelli in generale, e quella di Daesh in particolare. Il governo era sull’orlo del crollo.
 
L'intervento russo rimescola le carte
 
L'entrata in campo di Mosca, a settembre 2015, rimescolò considerevolmente le carte. Jaber propose di mettere a disposizione i suoi uomini, in cambio di forniture di nuove armi e nuovi veicoli blindati. Era per lui l’occasione di rimettersi in sesto, in quanto le sue risorse finanziarie erano oramai svanite sotto i colpi delle sanzioni che lo prendevano personalmente a bersaglio e perché aveva dovuto comunque continuare a pagare i suoi uomini, per assicurarsi la loro fedeltà.
 
Consiglieri russi vennero assegnati alle unità considerate più deboli, tra cui anche i Falchi del deserto. Li addestravano all’uso delle armi che fornivano loro in quantità. Una volta giudicate queste forze atte al combattimento, venivano utilizzate in operazioni limitate che respingevano poco a poco l’avversario. E’ così che i miliziani di Jaber si ritrovarono un’altra volta in operazioni a nord di Laodicea. Il 25 novembre parteciparono all’operazione di salvataggio del pilota russo, il cui Su-24 era stato abbattuto da un F-16 turco.
 
E’ sempre in questa regione che, in dicembre, parteciparono a scontri sanguinari che consentirono la riconquista delle alture di Al-Nuba. A questo punto i Falchi del deserto diedero vita ad una nuova unità, nella regione di Laodicea, che non è particolarmente desertica: essa venne battezzata i “Fucilieri di marina”, perché destinata ad operare in zona costiera.
 
I Falchi del Deserto a Palmira liberata
 
Nel gennaio 2016, parteciparono, al fianco della 103° brigata della Guardia Repubblicana appena creata e di altre milizie sciite, all’offensiva che consentì di liberare il nord ella provincia di Laodicea fino alla frontiera turca e di riprendere alcune posizioni nel sud-ovest della provincia di Idilb. Poi le forze governative rimasero bloccate all’altezza della collina di Kabani, che domina Jisr al-Choghour, ancora nelle mani dell’Esercito della conquista.
 
Nello stesso tempo, un distaccamento della milizia partecipava alla difesa dei terreni riconquistati a est di Aleppo, tra cui la base aerea di Kuweires, liberata nel novembre 2015 dalle Tiger Forces. Infine, a marzo 2016, gli uomini di Jaber parteciparono alla riconquista di Palmira con la 167a brigata della 18° divisione blindata ed altre milizie delle Forze Nazionali di Difesa (FND).
 
Conclusioni
 
Lo statuto dei Falchi del deserto e dei Fucilieri di marina resta misterioso. Pur non appartenendo alle unità regolari, sembrano oramai essere in esse totalmente incorporate, svolgendo funzioni di una fanteria leggera d’assalto. Vengono appoggiati al suolo dai blindati e dall’artiglieria dell’esercito. Hanno armamenti assai migliori di un tempo, soprattutto nel settore degli anticarro [2] e dei blindati leggeri che forniscono loro un appoggio diretto il più vicino possibile alla zona di combattimento. Hanno a disposizione anche dei droni di osservazione sui vari campi di battaglia. Collaborano infine con gli Hezbollah libanesi e i pasdaran iraniani, pur evitando di apparire troppo al loro fianco. Non vogliono infatti essere assimilati ad una milizia confessionale sciita.
 
 
Note:
 
    [1] Vi sarebbe d’altronde una certa rivalità tra questi due personaggi, entrambi molto mediatizzati. Ciò che è verificabile, è che evitano di apparire insieme.
    [2] I missili anticarro, assai numerosi in entrambi i campi, servono talvolta come arma di appoggio diretto, anche contro la fanteria avversaria.
 
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