ProfileCrisi siriana, ottobre 2016 - Il generale Mark Alexander Milley dell'US Army ha  dichiarato che «un conflitto (tra USA e Russia) è quasi certo». Viene naturale paragonarlo al generale «Buck» Turgidson (foto a sinistra), del film di Stanley Kubrick: Dottor Stranamore o «come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba»

 

Cf2R (Centre Français de Recherche sur le Renseignement), 9 ottobre 2016 (trad. ossin)
 
Stati Uniti, Russia e i conflitti siriano e iracheno
Sono diventati tutti matti !
Alain Rodier
 
 
 
Il generale Mark Alexander Milley, capo di stato maggiore dell’US Army
e il generale di fiction «Buck» Turgidson, del film di Stanley Kubrick.
 
Più che mai non è tempo di discorsi pacifici, né in Siria né in Iraq, questi due paesi che sono un fronte unico per Daesh. I bombardamenti intensi, i molteplici inviti ad offensive diverse e varie, le condanne politiche lanciate come formule magiche si succedono a un ritmo sfrenato. Nessuno sembra abbia voglia di calmare le acque, ognuna delle parti in causa – e sono molte -  sembra spinta solo dal desiderio di menare le mani. Come accade in ogni guerra civile, che non rispetta alcuna legge e soprattutto quelle di guerra, sono i civili a soffrire di più, stretti come sono in una morsa da diverse parti. Checché ne dicano i diversi protagonisti, nessuno sembra volere davvero il «bene» dei popoli siriano e iracheno nel loro complesso, ma ognuno difende gli interessi di una sola parte, secondo divisioni politico-religiose: alauiti e minoranze religiose contro i sunniti, sciiti contro sunniti – e viceversa -, Turchi contro Curdi, ecc. Infine sono in gioco anche interessi che vanno molto al di là della situazione regionale: Washington contro Mosca, Riyadh contro Teheran (e Ankara tra i due), ecc. In questo gran gioco, L’Europa svolge solo un ruolo di comparsa, anche se il dispiegamento della portaerei Charles de Gaulle le conferisce un po’ di prestigio.
 
Il problema sta nel fatto che ogni deriva è oramai possibile, fino ad uno scontro armato diretto tra Stati Uniti e Russia. Il generale Mark Alexander Milley (foto a sinistra), il capo di stato maggiore dell'US Army ha per esempio dichiarato, il 4 ottobre, che «un conflitto del genere è quasi certo». Viene naturale di paragonarlo al personaggio di fiction, il generale «Buck» Turgidson (foto a destra) del film di Stanley Kubrick: Dottor Stranamore o «come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba».
 
Esplosione di violenza in Siria
Il mondo intero ha gli occhi rivolti verso Aleppo. Bisogna dire che i responsabili politici, intervistati a raffica da media in cerca di sensazionale, si concentrano su questa battaglia particolarmente crudele – ma ci sono battaglie che non fanno vittime? – che è in corso dal 20 luglio 2012! Ma la comunità internazionale sembra essersene accorta solo quando le forze armate del governo siriano si sono mostrate in gradi di vincerla, grazie agli aiuti russi e iraniani. Giacché l'opposizione armata siriana appoggiata dagli Occidentali non è in grado di contrastare sul campo l’esercito regolare siriano, non gli resta che fare appello all’emozione internazionale per tentare di fermare Damasco. E’ a questo punto che intervengono i «caschi bianchi». Le loro azioni di salvataggio di vittime innocenti riempiono le prime pagine dei telegiornali. Senza nulla voler togliere alla loro missione, sembra che la realtà sia meno limpida.
 
John Kerry ha dichiarato il 7 ottobre: «La Russia e il regime devono al mondo più di una spiegazione sulle ragioni per le quali non cessano di colpire ospedali, infrastrutture mediche, bambini e donne». Ha anche chiesto «una inchiesta adeguata (per) crimini di guerra». E’ un peccato che Washington non si ricordi dei bombardamenti di Dresda, Hiroshima e Nagasaki – per non parlare del Vietnam – che prendevano di mira solo ed esclusivamente ospedali, bambini e donne. Da parte sua, il maggiore generale Zaid Saleh, che comanda l’esercito regolare siriano appoggiato dalle milizie Liwa al-Qods (composte da Palestinesi) e dai battaglioni Ba'ath, scongiura la ventina di gruppi “ribelli” (i più importanti dei quali sono il Fateh Al-Cham -ex-Fronte Al-Nusra, vale a dire Al Qaeda in Siria, e il Nour al-Din al Zinki) che combattono ad Aleppo, di deporre le armi. Ha garantito loro una evacuazione verso la provincia di Idlib sotto il controllo dell’opposizione siriana come è già accaduto altre volte in passato, sebbene in scala più ridotta. Anche l’ONU ha avanzato diverse proposte per l’evacuazione dei civili che lo desiderassero. Ma i “ribelli” le hanno tutte respinte.
 
Sicuramente, come è loro abitudine, i Russi, che hanno deciso di porre fine una volta per tutte alla ribellione in questa città simbolo, non vanno tanto per il sottile, riproducendo la tattica vittoriosa che hanno impiegato a Grozny nel 1999. E come sempre nelle battaglie in zona urbana, le perdite sono importanti. In più, la propaganda impazza mentre le informazioni sono spesso inverificabili. Si tratta solo di bombe a frammentazione o incendiarie, un tipo di munizioni banalissimo. Anche se le sofferenze mostrate a ciclo continuo da tutti i canali televisivi sono strazianti, è comunque molto meno di Dresda o Stalingrado. Quello che è certo, è che la soluzione non sta più nei negoziati che si sono interrotti il 17 settembre, quando l’aviazione della coalizione guidata dagli Statunitensi ha bombardato «per errore» alcune postazioni dell’esercito governativo siriano in prossimità dell’aeroporto di Deir ez-Zor, uccidendo più di 60 soldati. Soltanto la vittoria di uno dei due campi, e tutti gli osservatori immaginano quale, potrà portare un inizio di acquietamento.
 
Il presidente Putin, che sa che gli Statunitensi sono bloccati dall’elezione presidenziale, ha deciso di accentuare l’impegno militare in Siria prima della fine dell’anno. A tale fine stanno per giungere rinforzi, il «ritiro» messo in scena in marzo essendo stato una complessa finzione. L'arrivo di Su-24, Su-25 e di Su-34 è annunciato. Almeno una batteria anti-aerea di missili S-300 V4 sarà istallata a inizio ottobre per coprire il porto di Tartus. Essa completerà il sistema (più moderno) S-400 già operativo nella base aerea di Hmeimim. Questo spiegamento deve inquadrarsi nella prospettiva del prossimo arrivo in zona della portaerei Amiral Kouznetsov e delle fregate Serpukhov e Zeleny Dol, armate con missili di crociera Kalibr Klub-N. Mosca intende premunirsi contro qualsiasi sorpresa strategica o anche da un nuovo «errore» statunitense. Corrono infatti voci su eventuali attacchi chirurgici dell'US Air Force che potrebbero essere effettuati contro infrastrutture militari siriane. Per scoraggiare qualsiasi velleità offensiva, Mosca ha dichiarato che la sua difesa anti-aerea risponderà prima ancora di avere identificato gli apparecchi aggressori.
 
Verso la conquista di Mosul «alla baionetta, come nel 1914»
Senza voler fare facili paragoni, deve però constatarsi che il governo iracheno e le potenze occidentali – Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia in testa – parlano solo dell’offensiva per riprendere Mosul a Daesh. Nessuno sembra evidenziare che anche questa battaglia, se mai avrà luogo, si svolgerà in una città popolosissima – tra uno a due milioni di abitanti, secondo le stime – esponendo quindi la popolazione civile a perdite collaterali notevoli. Molti hanno dimenticato – o non hanno mai letto – L’Arte della guerra di Sun Tzu che consiglia «di non attaccare una città se non come ultima risorsa».
 
La tecnologia occidentale certamente permette attacchi molto più precisi di quelli dei Russi, per quanto le aviazioni statunitensi e irachene abbiano una consuetudine di attacchi fratricidi, l’ultimo in ordine di tempo è avvenuto nella notte tra il 4 e 5 ottobre e ha provocato la morte di 21 combattenti sunniti filo-governativi a sud di Mosul. Resta tuttavia che la questione fondamentale che si pone è: chi andrà all’attacco «alla baionetta come nel 1914»? Per questo ci vogliono dei combattenti particolarmente motivati, perché sarà una battaglia terribilmente costosa in termini di vite umane, dal momento che i difensori partono in vantaggio avendo potuto preparare in anticipo le loro postazioni. Oggigiorno «sono sempre meno i tecnici del combattimento a piedi. Lo spirto del fante non esiste più» (Michel Audiard, 1963) e soprattutto i volontari pronti al macello non sono poi così tanti. D’altronde il discorso degli Occidentali verso gli alleati iracheni è chiaro, ma poco motivante: «armiamoci e partite, noi vi sosterremo». Per vincere, il vero capo deve piuttosto dire «seguitemi». In ogni caso, la conquista di una città è sempre una cosa lunga. Basti vedere che cosa succede a Sirte, in Libia, conglomerato sotto attacco da agosto con l’appoggio degli USA: questa città avrebbe dovuto essere liberata da Daesh in una decina di giorni.
 
Infine, secondo il rappresentante in Iraq dell’Alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati (HCR) Bruno Geddo, l'offensiva annunciata contro Mosul potrebbe provocare «uno dei peggiori disastri umanitari degli ultimi anni». Grosso modo, ci si attende di dover gestire qualcosa come 700 000 rifugiati.
 
E’ peraltro possibile che gli spettacolari movimenti di truppe destinati ad accerchiare Mosul [1] attualmente in corso, abbiano un altro obiettivo. Infatti la tattica di Daesh è stata raramente quella di difendere fermamente una posizione. Non volendo sacrificare i suoi soldati più addestrati – non sono poi così tanti -, il gruppo Stato Islamico ha sempre preferito evitare lo scontro difensivo frontale e disperdersi nei dintorni, per poi raggrupparsi nuovamente in un altro luogo. In passato, Daesh si è soprattutto impegnata in combattimenti di temporaggiamento, con uso di franchi tiratori, di trappole e veicoli imbottiti di esplosivo, che permettessero la ritirata al grosso degli effettivi. Varie dichiarazioni riferibili all’organizzazione – ammettendo la possibilità di poter perdere il controllo di alcune città – sembrano andare in questa direzione, ma cosa succederà se, per una volta, Daesh cambiasse tattica? Ci si troverà allora in una situazione di assedio come ad Aleppo, e un grandissimo numero di civili resterà allora preso in trappola, usato come scudo umano dagli jihadisti La parte del cattivo, recitata oggi dal governo siriano e dai suoi alleati russi e iraniani ad Aleppo, potrà allora essere attribuita alle forze della coalizione internazionale!
 
La conquista della «capitale» dello Stato Islamico rinviata?
Il capo di stato maggiore inter-arma statunitense, il generale Joseph Dunford ha affermato davanti al Congresso che, se la coalizione internazionale ha un piano per scacciare Daesh da Raqqa, non dispone però delle «risorse» necessarie. Solo le Forze democratiche siriane (FDS – un’alleanza la cui ossatura è costituita dai Curdi del YPG e molto minoritariamente da formazioni arabe e cristiane – sembra avere reali capacità di combattimento, almeno finché non si allontanano dalla loro zona di interesse, in cui però non si trova Raqqa! Inoltre Ankara non è per niente favorevole. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha dichiarato che «se gli Stati Uniti non si alleano coi Curdi in questa storia, noi possiamo combattere questa battaglia (la conquista di Raqqa) con gli Stati Uniti». Inutile dire che siamo oramai in pieno delirio: l'esercito turco progetta di penetrare profondamente in territorio siriano in barba alle leggi internazionali. Non saranno certo i pochi ribelli che lo accompagneranno a giustificare questa violazione del diritto. Tuttavia l’offensiva contro Raqqa non sembra più essere all’ordine del giorno – salvo in caso di una sorpresa strategica sempre possibile.
 
Per contro, le forze turche e dei gruppi ribelli sostenuti da Ankara hanno cacciato Daesh dalla città di frontiera siriana di Jarablus. Ma l’operazione battezzata “Scudo dell’Eufrate”, lanciata il 24 agosto, ha di mira non solo Daesh, ma anche le FDS. L’obiettivo è di istituire una zona cuscinetto di 5000 km quadrati che si estenda da est a ovest, da Jarablus al corridoio di Azaz. Il prossimo bersaglio potrebbe essere la località di Al-Bab, ma al momento i Turchi avanzano più che prudentemente. La città simbolo di Dabiq[2] potrebbe comunque cadere nelle prossime settimane o nei mesi a venire. Fino ad ora, Mosca ha lasciato fare ad Ankara, avendo evidentemente ottenuto in contropartita una certa «moderazione» della Turchia in relazione agli sviluppi della battaglia di Aleppo.
 
Gravi rischi di deriva
Le potenze occidentali hanno un problema di coscienza. Sanno di non essere in grado di arginare le nefandezze che si perpetrano sul fronte iracheno-siriano e soprattutto in Siria. Condannano dunque unanimemente la Russia che sostiene il governo di Bachar el-Assad. Ma, in nessun momento, esse si sono poste il problema della loro responsabilità in questa guerra civile. Certamente il governo di Damasco ha tutto per non piacere ma la rivolta scoppiata nel 2011 è stata poi sostenuta, direttamente e indirettamente, dall’Occidente che, come altrove, auspica la formazione di un «regime democratico». Deve tuttavia constatarsi che un simile obiettivo è totalmente irrealistico e irrealizzabile, a meno di tornare ad una nuova forma di colonialismo [3]. Questo sarebbe anche il modo migliore per rafforzare il sentimento anti-occidentale che è già assai presente in Medio Oriente.
 
Inoltre i paesi alleati degli occidentali nella coalizione anti-Daesh non condividono i medesimi principi umanitari nei confronti delle popolazioni civili. Basti vedere la repressione della Turchia sulle popolazioni curde e i bombardamenti indiscriminati dell’Arabia Saudita in Yemen. Prima di dispensare lezioni di morale al mondo intero, sarebbe utile fare un po’ di autocritica.
 
E c’è di peggio. Gli appelli e le iniziative dell’Occidente contro la Russia costituiscono vere e proprie provocazioni orchestrate dai neo conservatori statunitensi e dai loro potentissimi referenti nella società civile. Vladimir Putin che, fin qui, ha saputo mantenere una certa calma, ha considerevolmente aumentato i toni bellicosi, in modo da avvertire il futuro presidente degli Stati Uniti che intende discutere con lui (o con lei) da pari a pari.
 
I rischi di deriva stanno aumentando. Washington indica senza remore Mosca come il suo avversario numero 1, anche più degli islamisti radicali. E’ diventata una vera fissazione e, se fosse Hillary Clinton ad essere eletta alla magistratura suprema, le cose non migliorerebbero. Perfino il nucleare, argomento fino ad ora diplomaticamente tabù, non sembra più essere sacro. Così Ashton Carter, il segretario statunitense alla difesa, ha dichiarato: «Gli Stati Uniti non intendono precludersi la possibilità di ricorrere per primi all’arma nucleare in caso di conflitto». Da parte sua, Mosca precisa che la Russia «si riserva il diritto di ricorrere all’arma nucleare in risposta ad un attacco nucleare o con altre armi di distruzione di massa, realizzato contro di essa o i suoi alleati, come anche in caso di un attacco con armi convenzionali tale da mettere in pericolo la stessa esistenza dello Stato».
 
Peraltro le due parti si abbandonano oramai a provocazioni reciproche, giungendo a stuzzicare l’avversario fino al limite del suoi spazi aerei o marittimi. I paesi del nord est dell’Europa, che hanno conservato un pessimo ricordo del periodo sovietico – e li si può capire – ci mettono del loro, accusando Mosca di volontà egemonica e di mire strategiche nascoste. Lo spettro dell’annessione della Crimea è passata di lì. La NATO insiste dietro per difendere l’Europa del Nord da una eventuale «aggressione russa». Risultato, Mosca si dice a sua volta minacciata dalla NATO che non ha cessato di guadagnare posizioni dopo il crollo dell’URSS, nonostante gli impegni presi con Gorbaciov. L’intento dichiarato di sviluppare uno scudo anti-missile destinato a proteggere l’Occidente da un eventuale attacco iraniano – ipotizzabile non prima di qualche decina d’anni- non può ingannare nessuno. Si tratta con tutta evidenza di un’ulteriore misura di sorveglianza sulla Russia, evidentemente malissimo vista dal Cremlino.
 
Niente sembra in grado di fermare questa spirale che ri-precipita il mondo in una nuova Guerra Fredda, per questo il titolo che abbiamo dato a questo intervento: Sono diventati tutti matti.
 
Note:
 
    [1] Perfino la BBC svela il piano di attacco: rafforzamento della base logistica di Qayyarah, a 60 Km a sud di Mosul, accerchiamento progressivo della città - i peshmerga chiuderanno gli accessi nord -, avvicinamento prima dell’8 novembre, data di inizio delle elezioni presidenziali statunitensi, inizio della battaglia di strada in novembre-dicembre...
    [2] Per gli ideologi di Daesh, Dabiq è il luogo di una battaglia tra i Romani (in realtà i Bizantini del tempo di Maometto) e le forze mussulmane prima della fine del mondo. Le due grandi «riviste» di propaganda di Daesh si chiamano Dabiq e Rumiyah (Roma).
    [3] Bisognerebbe averne i mezzi militari. Oltre gli Stati Uniti, nessuno ce li ha.
 
 
 
 
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