ProfileCrisi siriana, 9 aprile 2018 - L'attacco chimico in un quartiere di Duma, nella Ghuta orientale, è stato preso a pretesto dagli USA e i suoi alleati per sabotare la liberazione della Siria dai terroristi amici dell'Occidente. Addirittura, parrebbe sia stato perfino inventato di sana pianta (nella foto, una delle immagini diffuse sul presunto "attacco chimico")   

 

Sputnik fr, 9 aprile 2018 (trad. ossin)
 
L’attacco chimico a Duma è una fake news
Maxime Perrotin
 
Laodicea, 9 aprile 2018 – Esperti militari russi hanno affermato che le indagini da essi effettuate nella città di Duma, alla periferia di Damasco, hanno dimostrato che non vi è traccia di uso di armi chimiche.
In un comunicato pubblicato dal ministero russo della Difesa, il Centro russo a Hmeymim ha riferito che gli esami, realizzati da medici militari russi sui pazienti in trattamento negli ospedali della città di Duma, hanno rivelato che nessuno di loro è stato esposto ad alcun agente tossico.
« Le accuse dei Caschi Bianchi e le immagini che hanno diffuso nelle reti sociali di vittime di un presunto attacco chimico a Duma sono prive di ogni fondamento e mirano a sabotare l’accordo concluso nella città di Duma », conclude il comunicato (agenzia Sana).

 

Damasco e Mosca di nuovo messe sotto accusa dopo un ennesimo presunto attacco chimico in Siria. Basandosi su informazioni fornite dai Caschi Bianchi e dagli estremisti di Jaych al-Islam, Washington e Parigi hanno promesso di fare «pagare un prezzo salato» alle autorità siriane. Ritorno su quello che ha tutta l’aria di essere un’altra provocazione, che giunge al momento opportuno…

 
Una delle immagini, chissà se autentiche, distribuite ai media sul presunto attacco chimico a Duma
 
Sono state le recenti dichiarazioni di Donald Trump sul prossimo ritiro delle sue truppe dalla Siria, o l’accordo di evacuazione della Ghuta orientale concluso tra Jaych al-Islam e le autorità siriane, a motivare un possibile attacco con gas nella Ghuta?
 
Mentre l’esercito siriano si appresta a piantare un «chiodo nella bara dei terroristi» — per citare la televisione di Stato siriana — riconquistando l’ultima sacca di resistenza nel quartiere di Duma, un attacco con sostanze al cloro sarebbe stato effettuato sabato 7 aprile in questo stesso quartiere, uccidendo almeno 80 persone, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (OSDH). Dettaglio ancora più orrendo, sarebbe stato un ospedale il bersaglio di questo attacco inumano.
 
Già l’8 aprile, il Presidente statunitense e il suo omologo francese si sono sentiti per telefono e hanno convenuto di «far pagare un prezzo salato» a Damasco, la responsabilità delle autorità siriane essendo evidentemente indiscutibile agli occhi del Dipartimento di Stato, che ha fatto riferimento «a informazioni provenienti da personale medico sul campo», e ne ha approfittato per dare la colpa a Mosca per il suo aiuto alle forze governative siriane.
 
Lunedì 9, all’alba, l'aeroporto militare siriano di Tiyas, nella provincia di Homs, è stato bersaglio di un attacco missilistico, che ha provocato diverse vittime. Un attacco che ricorda molto un altro, quello delle forze statunitensi dopo la dispersione chimica che aveva colpito decine di persone a Khan Cheikhoun, più o meno un anno fa, giorno più o giorno meno. Quando, nella notte tra giovedì 6 e venerdì 7 aprile 2017, una sessantina di missili Tomahawk si abbatterono sulla base aerea di Shayrat dopo che Donald Trump aveva ceduto alle suppliche delle «élite» di Washington, ivi comprese quelle di sua figlia, perché punisse i colpevoli designati, prima di una qualsiasi inchiesta degna di questo nome.
 
Come allora, l’attacco di questo lunedì 9 sopraggiunge all’indomani di un supposto attacco chimico. Anche se Washington e Parigi hanno subito smentito la paternità di esso — i sospetti si orientano attualmente verso Tel Aviv —, vi sono tuttavia altri punti di contatto tra i due episodi.
 
Come ad aprile 2017, le prove esibite sono costituite da foto e video di una «ONG medica» — precisamente gli ambigui Caschi Bianchi — ai quali si aggiungono le accuse dei «ribelli» — nella specie di Jaych al-Islam, estremisti che non esitano a giustiziare civili ostili al loro controllo della Ghuta orientale.
 
 
Ricordiamo che i Caschi Bianchi sono stati fondati nel 2013 da un ex ufficiale britannico riconvertitosi come mercenario, presentati dai nostri colleghi francesi come una «ONG» che opera nelle zone occupate dai ribelli. Essi sono apertamente finanziati dall'USAID, l'agenzia governativa statunitense per lo sviluppo e il Foreign Office britannico. Questo video del settembre 2016, dove si vede Boris Johnson proclamare di essere «fiero» di stanziare 32 milioni di lire sterline in aiuto ai Caschi Bianchi – a quel tempo la metà degli aiuti che ricevevano — può testimoniarlo.
 
 
Caschi Bianchi, presentati dai nostri colleghi come «volontari del Servizio della difesa civile siriana», mentre non sono affatto riconosciuti dalla Organizzazione internazionale della Protezione civile (OIPC) — a differenza delle Forze di difesa civile siriane. Ricordiamo che l'OIPC e i suoi membri sono riconosciuti dall’Onu, dall'OMS e dal Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR).
 
Caschi Bianchi che si presentano come «neutrali», ma che vengono indicati più spesso sabotatori che come salvatori dagli abitanti delle zone liberate dall’esercito — sono soprattutto sospettati di avere responsabilità nel blocco dell’acqua a Damasco nel gennaio 2017 — un atto definito come «crimine di guerra» dall'Onu. Salvatori talvolta filmati con le armi in mano, che continuano a reclamare l’imposizione di una zona di interdizione aerea per aiutare le forze antigovernative, e ai quali il capo di Al-Qaeda in Siria indirizza i suoi omaggi… come si può vedere su questo video trovato da una blogger di Mediapart.
 
 
Come ad aprile 2017, le reazioni e le conclusioni delle cancellerie occidentali sono state tratte a caldo – un fenomeno che, negli ultimi tempi, non si limita al solo teatro siriano. Un attacco che, come un anno fa quello di Khan Cheikhoun, sopraggiunge all’indomani di accordi stretti tra le diverse parti in conflitto.
 
Oggi, questo attacco inevitabilmente destinato a essere pubblicizzato – a causa di quella famosa «linea rossa» fissata da Barack Obama di cui resta ancora memoria — sopraggiunge mentre, il 9 marzo, 133.000 civili e combattenti hanno evacuato la Ghuta orientale, secondo l'Onu. Una evacuazione che completa l’accordo trovato negli ultimi giorni tra Jaych al-Islam e le autorità siriane.
 
Ad aprile 2017, l'attacco sopraggiunse proprio nel momento in cui si teneva a Bruxelles un summit, organizzato sotto l’egida dell’Unione europea e delle nazioni Unite, che riuniva 70 pesi e organizzazioni internazionali per discutere del futuro della Siria. Proprio una settimana dopo il termine di un round di negoziati tra l’opposizione e il governo siriano a Ginevra, esso steso reso possibile dalla conferenza di Astana III.
 
 
Un attacco che giungeva «al momento opportuno, non per il governo siriano, ma contro di lui» commentò all’epoca il deputato socialista Gérard Bapt, presidente del gruppo di amicizia Francia-Siria dell'Assemblea nazionale. Ai nostri microfoni, ricordò che «una commissione statunitense, che aveva svolto un’inchiesta dopo l’episodio della Ghuta, aveva essa stessa certificato che le provviste di armi chimiche erano – prima che il governo distruggesse i propri stock — "equamente" distribuite tra i ribelli e i depositi del governo siriano ». Una circostanza regolarmente elusa dai nostri colleghi.
 
Lo stesso bilancio dell’attacco solleva questioni sulla sua stessa credibilità, secondo alcuni osservatori, che sottolineano come un attacco con armi chimiche, sia realizzato con obici di artiglieria o di mortaio, o anche "solo" con lo sgancio di bidoni, dovrebbe produrre effetti in un raggio di almeno un chilometro, dunque al minimo in un’area di 3,14 chilometri quadrati.
 
 
In una zona così densamente popolata come la Ghuta, con più di 16.000 abitanti per chilometro quadrato come dicono i "ribelli", il bilancio di 80 persone uccise non è quindi coerente: circa 50.000 persone avrebbero dovuto essere direttamente colpite.
 
Anche dividendo per due tutte le variabili (zona di contaminazione e densità di popolazione), si arriva a 12.500 persone che avrebbero dovuto essere colpite, e questo non si trova con il bilancio dichiarato di questo attacco al gas, che assomiglia di più ad una fumigazione in un luogo ristretto, che l’esercito siriano non avrebbe potuto realizzare dall’esterno del quartiere in questione.
 
Si può quindi parlare di provocazione, come ha fatto l’esercito russo, che metteva in guardia da tempo contro una simile eventualità? Mancano gli elementi per affermarlo con certezza, ma le incoerenze evidenziate, aggiunte alla totale mancanza di interesse da parte del governo di Assad a ricorrere a simili mezzi quando aveva già vinto, dovrebbe spingere le cancellerie occidentali a una maggiore prudenza nelle loro conclusioni. Ma lo desiderano davvero?
 
 
 
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