ProfileCrisi siriana, 8 dicembre 2019 - L’Esercito Nazionale Siriano (NSA), forte di 35 000 uomini, raggruppa una quarantina di gruppi ribelli siriani ripartiti in tre «legioni» (fayaliq), a loro volta suddivise in divisioni e brigate...      
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L’Esercito Nazionale Siriano: ausiliari della Turchia nella Siria del Nord
Alain Rodier
 
L’Esercito Nazionale Siriano (NSA), forte di 35 000 uomini, raggruppa una quarantina di gruppi ribelli siriani ripartiti in tre «legioni» (fayaliq), a loro volta suddivise in divisioni e brigate. Una parte di questi ribelli è stata sostenuta fin dal 2012 dalla Turchia, quando il presidente Recep Tayyip Erdoğan pensava che il governo di Bachar El-Assad fosse sul punto di dissolversi. L’intervento russo del settembre 2015 ha posto fine al sogno del presidente turco, che già si vedeva come leader del mondo musulmano. A quel punto il compito delle forze ausiliarie, che fino a quel momento erano state solo un paravento per l’ingerenza di Ankara nell’insurrezione, è cambiato. Non si trattava più di combattere contro le forze del governo siriano, ma bisognava cercare di porre un argine al fiume di rifugiati che entravano in Turchia, e nello stesso tempo combattere contro i Curdi del Partito dell’Unione democratica (PYD), movimento considerato come terrorista da Ankara in quanto molto vicino al PKK separatista. E poi anche contro le Forze democratiche siriane (FDS), composte anche – ma in proporzioni minime – da milizie arabe e siriache. Il problema nasceva dal fatto che le FDS erano state create e poi sostenute dagli USA e, in misura minore ma più efficace, anche dai Britannici e dai Francesi. L’obiettivo degli Occidentali era di realizzare una coalizione che apparisse «accettabile» alla Turchia, ma Ankara non ci è ovviamente cascata: per lei le FDS sono solo dei combattenti curdi del PYD passati all’offensiva in alleanza tattica con qualche clan arabo interessato a mantenere le proprie posizioni geografiche. D’altronde, ben presto sono sorte tensioni tra le varie componenti, soprattutto quando i Curdi hanno preso il controllo di zone con popolazione a maggioranza araba lungo l’Eufrate.
 
 
Le operazioni militari della Turchia e del NSA
 
Nel 2016, la prima operazione Scudo dell’Eufrate ha lanciato queste milizie sostenute dall’esercito turco alla conquista di una striscia di territorio che si estende da Jarabulus, sull’Eufrate, fino alla località di Al-Bab, posta più a sud-ovest. L’obiettivo tattico era chiaro: impedire l’accesso alla Turchia dei rifugiati che fuggivano dalla regione di Aleppo, all’epoca messa a ferro e fuoco dalla guerra civile, e infilare un cuneo nella nascente entità geografica di un Kurdistan siriano che si chiamava Rojava. I miliziani siriani erano soprattutto un paravento politico per la Turchia, che poteva sostenere di limitarsi ad «accompagnare» gli oppositori del regime del «macellaio» Assad. Le apparenze erano salve e la comunità internazionale non ha peraltro davvero protestato fin quando le milizie del NSA ssi sono definite «rivoluzionarie» ! La realtà è molto più prosaica: gli attaccanti si sono impadroniti di terre in cui non erano presenti le forze del governo siriano – ripiegate più a sud dal 2012-2013 -, ma che erano oggetto di disputa tra i diversi signori della guerra locali. Questa regione interessava anche molto i Curdi siriani, giacché costituisce un punto di collegamento col cantone di Afrin, che costituisce la parte occidentale del Rojava [1].
 
A questa prima operazione ha fatto seguito, nel 2018, una seconda chiamata Ramoscello di olivo, che ha consentito a queste milizie – sempre con «l’appoggio» dell’esercito turco – di occupare il cantone di Afrin. E forse questa è stata l’operazione maggiormente oggetto di critiche. Infatti, le popolazioni curde che vivevano in questo cantone ne sono state letteralmente scacciate manu militari da parte del NSA. I miliziani si sono abbandonati ad una vera e propria pulizia etnica, a saccheggi, perfino ad assassini. Hanno poi costretto le donne a indossare il niqab [2]. Le case abbandonate dai loro occupanti sono state confiscate dai miliziani senza alcuna procedura giudiziaria.
 
La pessima reputazione del NSA è soprattutto quindi effetto di questa offensiva e dei suoi seguiti. D’altra parte, è stato allora che hanno cominciato a correre voci sulla presenza di infiltrati salafiti jihadisti nelle file del NSA. Ed è vero che hanno continuamente agito in modo provocatorio, intonando canti islamici davanti alla stampa, brandendo stendardi e insegne di Daesh, ecc. Analizzando la situazione, è effettivamente possibile che tra di loro vi siano elementi radicalizzati, ma sarebbero un’infima minoranza. Ciò non di meno, le condizioni di vita di questi miliziani sono attualmente tanto precarie e difficili che non pare impossibile che si volgano un giorno verso l’islam radicale, considerato come una via d’uscita onorevole. Al momento, si accontentano di essere criminali comuni incontrollabili, del genere «Mad Max».
 
Infine, quando il presidente Trump ha annunciato a fine 2018 l’intenzione di ritirare le truppe statunitensi che appoggiavano le FDS a est dell’Eufrate, si è dato il via all’operazione Sorgente di Pace, cominciata il 9 ottobre 2019. Essa aveva come obiettivo di conquistare una striscia di una trentina di chilometri di profondità lungo tutta la frontiera siriana. Ma, con l’esclusione delle regioni di Rais al-Ain e di Tall Abyad – dove effettivamente l’obiettivo è stato raggiunto -, l’esercito turco e i suoi ausiliari non sono affatto riusciti ad avanzare verso est e la frontiera irachena. Ankara ufficialmente – e indubbiamente in modo prematuro – ha posto termine alle operazioni il 29 ottobre.
 
La polizia militare russa – i cui membri assomigliano sempre di più a forze speciali, nonostante le insegne di PM – si è infiltrata a est dell’Eufrate, negli interstizi, per realizzare «posti di osservazione», spesso collocati in postazioni statunitensi abbandonate.
 
Il 2 dicembre, il generale Alexander Chayko (48 anni), al comando delle forze russe in Siria dal settembre 2019, ha incontrato il capo militare delle FDS, Ferhat Abdi Şahin – alias Mazloum Abdi o Mazloum Kobane. Quest’ultimo ha poi tweettato in russo che le due parti erano pervenute ad un «alto livello di comprensione» e ha autorizzato il dispiegamento di forze russe nelle città di Amuda, Tall Tamer e Ayn Issa. Da notare che Mazloum Kobane ha cominciato la sua carriera militare nel PKK, dove conobbe il suo capo storico, Abdullah Öcalan, in prigione in Turchia dal 1999. Quindi il presidente Erdoğan non ha tutti i torti nel considerare le FDS come «terroriste», almeno per quanto riguarda la loro componente curda.
 
Ovviamente le operazioni turche, a parte rari incidenti molto localizzati, hanno evitato ogni contatto con l’esercito siriano regolare. Tali operazioni sono state svolte con l’accordo preventivo della Russia, col pretesto di una «de-escalation». Risultato: le posizioni del NSA non sono mai state bombardate dai Russo-Siriani, mentre gli altri gruppi hanno continuato a subire forti pressioni, specialmente nella provincia di Idlib. Conviene però sottolineare che gli ausiliari che accompagnano l’esercito turco che circonda il nord di questa provincia ancora nelle mani degli islamisti radicali – nell’ambito degli accordi di Sotchi e di Astana – non sono del NSA, ma del Fronte nazionale di liberazione (FNL). Laddove l’esercito siriano regolare è in contatto con il suo omologo turco, specialmente a nord di Aleppo, le due forze restano pronte all’azione. E’ una sorta di gentlemen agreement tra Mosca, Ankara e Damasco. Teheran non vi è direttamente coinvolta, perché le milizie che dipendono dall’Iran – compresa Hezbollah libanese – non sono presenti nel nord della Siria. 
 
Chi dirige il NSA?
 
Sul campo, è la Turchia che dirige le operazioni militari nel nord della Siria. A monte, approvvigiona, paga [3] e addestra i miliziani del NSA. Questi ultimi sono, o dei veterani già utilizzati, fino al 2015, dal Pentagono, poi dalla CIA fino al 2017 (operazione Timber Sycamore), o giovani reclute inesperte attirate dal miraggio del guadagno. Le unità che portano nomi turchi o ottomani (come Sultan Murad) sono composte da Turcomanni.
 
Le milizie sono composte da gente proveniente dalle fasce sunnite povere [4] che hanno perso la casa o dei parenti nel corso delle operazioni dell’esercito siriano, di Daesh o anche delle FDS. Sono attualmente sistemate in campi di fortuna eretti nelle zone cuscinetto controllate da Ankara, che assicura bene o male i servizi di prima necessità: amministrazione, scuola, sanità, ecc. Le milizie di presentano come «rivoluzionarie» anti-Assad, ma in realtà mirano ai soldi e al bottino di guerra. Siccome la Turchia non è riuscita ancora ad assicurare un pattugliamento del territorio con forze di polizia militare regolare, è costretta, al momento, a lasciar fare il NSA. Tuttavia, tornata la calma dopo la terza offensiva di Ankara, le varie fazioni che compongono il NSA non hanno tardato a disputarsi i territori e vi sono stati molti incidenti. Inoltre, il racket ai posti di controllo installati un po’ dovunque si è sviluppato in modo endemico, e ogni capo banda pretende la sua parte. Secondo gli osservatori avvertiti, se l’insicurezza regna in tutto il territorio siriano, essa è ancor maggiore dove si esercita il controllo del NSA !
 
Appare evidente che la Turchia debba mettere ordine in queste zone che potremmo definire «grige». In esse infatti sono fiorenti i traffici più diversi (compresi quello della droga e degli esseri umani) e il crimine organizzato potrebbe facilmente assumere il controllo occulto di questi territori, tanto più che dovranno esservi istallati molti campi di rifugiati nei prossimi mesi. Infatti Ankara ha intenzione di trasferirvi una parte dei 2,6 milioni [5] di migranti attualmente sul suo territorio. Ciò potrebbe provocare un ritorno di fiamma in quanto le ONG e gli Stati dovranno contribuire alla gestione del problema, almeno sul piano finanziario. L’esperienza dimostra che il crimine organizzato approfitta sempre di questo tipo di situazioni caotiche e le mafie turche vi sarebbero molto interessate. Dopo avere commercializzato il petrolio e i reperti archeologici per conto di Daesh, esse potrebbero farsi carico dell’immensa logistica che si renderà necessaria.
 
Conclusioni
 
Considerando la cosa con un po’ di distacco ed evitando ogni giudizio di valore, deve ammettersi che il presidente Erdoğan sa adattarsi ad una situazione estremamente volatile. Dopo le difficoltà degli ultimi anni, l’economia turca ha ritrovato un certo dinamismo. A onta degli sproloqui del presidente Trump, gli Stati Uniti continuano a tenere un profilo basso nei confronti delle evidenti provocazioni della Turchia: adozione del sistema anti-aereo russo S-400, offensiva contro le FDS, apertura verso la Russia e la Cina, ecc. C’è da dire che gli Stati Uniti hanno molto di più da perdere che da guadagnarci e il presidente Trump agisce come un uomo d’affari. La Turchia, al limite, può fare a meno degli Stati Uniti [6], ma Washington non può abbandonare le sue basi di sorveglianza radar e di intercettazione, e nemmeno l’aeroporto militare di Inçirlik, eredità della Guerra Fredda. E’ da queste piattaforme che gli Statunitensi sorvegliano in permanenza la Russia e il Medio Oriente. L’opposizione turca è stata messa a tacere, il PKK è inattivo, l’esercito è impegnato nella gestione della situazione nel sud-est; l’unico rischio per Erdoğan può venire solo dall’interno del suo stesso partito. Occorre attendere per vederne gli sviluppi. 
 
 
Note:
 
[1] I due altri cantoni sono, da est a ovest, quelli di Qamishli e di Kobané.
 
[2] Nessun bisogno di promulgare una legge ad hoc, è bastato importunare sistematicamente quelle che adottavano una tenuta «indecente»
 
[3] I salari, all’inizio, erano di 300 dollari al mese. Dato il considerevole aumento degli effettivi, passati da qualche migliaio del 2015 ai 30 000 del 2019, i salari sono stati ridotti a circa 50 dollari al mese, che è del tutto insufficiente per vivere. Ciò spiega in parte le attività criminali alle quali attendono questi miliziani nei confronti della popolazione civile (racket, furti, rapimenti a scopo di estorsione, ecc.).
 
[4] Attualmente, l’83% della popolazione siriana vive al di sotto della soglia di povertà, fissata a 6 dollari al giorno.
 
[5] Ankara parla di un minimo di un milione e un massimo di due milioni di persone
 
[6] Nemmeno l’annullamento del contratto di vendita degli aerei F-35 costituisce un problema per la Turchia. Questo paese sa infatti di non aver bisogno di un aereo tanto moderno. Dall’altro lato, gli Statunitensi sono più danneggiati perché perdono un produttore di componenti a buon mercato.
 
 
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