Afrique Asie, 30 novembre 2013 (trad.ossin)



Egitto: il ritorno della Russia

Roland Lombardi


Dopo quasi quaranta anni e la fine dell'alleanza con l'URSS voluta da Anwar al-Sadat, ecco che l'Egitto del generale al Sissi apre di nuovo le braccia alla Russia


Lo scorso 13 novembre il ministro russo degli affari esteri, Sergej Lavrov, e quello della difesa, Sergej Choigou, hanno effettuato una importante visita al Cairo, per  un incontro coi rispettivi omologhi egiziani, Nabil Fahmy e Abdel Fattah al-Sissi.

Certo la cooperazione militare, già ripresa da qualche anno, è stata al centro della discussione. Andrà sicuramente sviluppandosi con il ritorno del potere nelle mani dei militari.


Ma questa visita è indubbiamente altamente più simbolica ed è soprattutto una nuova prova del dinamismo della politica russa nella regione.


Prima di tutto il prevedibile riavvicinamento tra Mosca e Il Cairo risponde a tre punti fermi sui quali si fonda la diplomazia russa nella regione, vale a dire: la lotta contro l'islamismo radicale e il terrorismo, la difesa e lo sviluppo dei suoi interessi economici e, infine, la protezione dei cristiani d'Oriente.


In effetti, durante la congiura di palazzo del generale al Sissi del luglio scorso, la Russia fu uno dei pochi paesi a non condannare la brutale destituzione del presidente Morsi. Un silenzio che poteva essere anche interpretato come un sostegno... E con ragione, l'esercito egiziano diventava, di fatto, lo scudo e la spada che avrebbe colpito i Fratelli Mussulmani, indefettibile sostegno dei "ribelli" e degli oppositori siriani che combattono attualmente contro il regime di Bachar el-Assad, l'alleato di Mosca...


Peraltro, sul piano commerciale, e dopo due anni di disordini per motivi socio-economici, l'Egitto di al-Sissi, alla ricerca di nuovi investimenti per rilanciare la sua economia, può diventare certamente un potenziale cliente per l'industria di armamenti russa e, soprattutto, il destinatario di futuri investimenti russi, soprattutto nei settori turistico e del gas.


Inoltre, con questo ritorno in Egitto, la Russia ne approfitta per riaffermare il suo ruolo, simbolico ma purtuttavia ben reale, di protettore dei cristiani di Oriente, giacché è noto che il patriarcato ortodosso russo ha intessuto, negli ultimi anni, rapporti molto stretti coi copti egiziani.


Insomma, per il generale al Sissi, questa mano tesa verso Mosca è prima di tutto un segnale forte rivolto agli Occidentali e soprattutto agli Stati uniti. In tal modo il generale egiziano fa in qualche modo "pressione" sugli Statunitensi che, colti di sorpresa dal colpo di stato di luglio, avevano parzialmente congelato il loro aiuto finanziario di 1,3 miliardi di dollari (ma che, in definitiva e per ragioni altamente strategiche, non possono ragionevolmente abbandonare Il Cairo). Ma oramai Washington sa che il generale al Sissi non è più solo e che può trovare altri sostenitori ed "amici" potenti e generosi.


Tanto più che, scegliendo la Russia, l'uomo forte del Cairo sa di poter contare su un nuovo partner solido, sicuro e soprattutto fedele. Sa che Vladimir Putin sa resistere alle pressioni e alle condanne internazionali e resta sempre imperturbabile. Sul dossier siriano e con i successi noti, lo ha dimostrato per più di due anni.

 

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