L’Orient Le Jour, 1° dicembre 2014 (trad. ossin)



“Mubarak è libero mentre giornalisti e militanti per i diritti dell’uomo marciscono in prigione”


Non luogo a procedere per l’ex presidente, indifferenza e disillusione in Egitto


Prigione per 78 manifestanti adolescenti, ma “non luogo a procedere” per l’ex presidente Hosni Mubarak: in una settimana la giustizia egiziana ha dimostrato di essere “politicizzata” e ha confermato la fine delle speranze democratiche nate dalla Primavera araba, ritengono esperti e difensori dei diritti umani.

L’ex rais di 86 anni, già detestato dalla maggioranza dell’opinione pubblica, era imputato per il ruolo svolto nella repressione delle immense manifestazioni del gennaio-febbraio 2011, che hanno posto fine ai suoi tenta anni di potere, e nel corso delle quali sono state uccise più di 846 persone. In virtù di un cavillo giuridico, il tribunale ha dichiarato sabato il “non luogo a procedere” in relazione al reato di complicità in assassinio nei confronti di Mubarak, che peraltro è stato anche assolto dall’accusa di corruzione.

Il verdetto interviene mentre il presidente Abdel Fattah al-Sissi, architetto della destituzione dell’islamista Mohamed Morsi nel luglio 2013, viene accusato di avere richiuso la parentesi democratica, apertasi in Egitto con il sollevamento popolare del 2011, forte del sostegno dei media e di una gran parte dell’opinione pubblica, stanca dopo tre anni di instabilità politica.

Mubarak resta in stato di detenzione, in un ospedale militare del Cairo, perché sta scontando una pena a tre anni di reclusione. Ma il suo avvocato Fardi al-Deeb ha detto domenica che potrebbe beneficiare di una liberazione anticipata “avendo già scontato 2/3 della pena”. “Non ho fatto nulla di male”, ha affermato l’ex presidente nel corso di un breve colloquio telefonico, sabato, sulla emittente privata Sada al-Balad.

Il verdetto di sabato, altamente simbolico, mostra una giustizia “selettiva”, “che sembra più occupata a colpire l’opposizione che a far rispettare le leggi”, ha dichiarato l’Iniziativa Egiziana per i diritti personali (EIPR).

Mercoledì, 78 minorenni erano stati condannati a pene detentive tra i 2 e i 5 anni, accusati di blocco stradale e di far parte della Confraternita islamista dei Fratelli Mussulmani, dichiarata “terrorista” dalle autorità. Peraltro, 21 islamisti, coimputati di Morsi per violenze durante la sollevazione del 2011, sono stati condannati domenica a tre anni di reclusione per avere scandito slogan durante un’udienza. E senza contare le centinaia di partigiani di Morsi condannati a morte all’esito di processi di massa celebrati in pochi minuti, definiti dall’ONU “senza precedenti nella storia moderna”.


“Il vostro sogno è finito”


Per Karim Bitar, specialista del Medio Oriente, il non luogo a procedere pronunciato nei confronti di Mubarak assomiglia ad una “farsa giudiziaria”, che dimostra che il regime “non si preoccupa più nemmeno di salvare le apparenze”. “Mubarak è libero, mentre giornalisti e militanti per i diritti dell’uomo marciscono in prigione”, secondo lui.

“Tutto questo dimostra la necessità di una riforma dell’apparato giudiziario”, afferma Gamal Eld, avvocato dei diritti umani. Peraltro il governo nega qualsiasi suo intervento nelle decisioni della giustizia e anche, nei casi più rilevanti, esprime un certo imbarazzo.

Nel momento in cui il regime di Mubarak è stato in parte riabilitato nell’opinione pubblica egiziana, il non luogo a procedere è stato accolto con indifferenza.
Un migliaio al massimo di manifestanti si sono riuniti vicino a piazza Tahrir per protestare contro il verdetto. Sono stati dispersi dalle forze di sicurezza, e due persone sono morte negli scontri.

“Dopo tre anni di instabilità e disordine, la gente è stanca, la questione non la preoccupa più. Quel che le interessa è la stabilità che può offrire l’attuale regime”, sottolinea Ashraf el-Sherif, politologo all’università statunitense del Cairo.

“Questo verdetto conferma che Sissi fa parte del regime di Mubarak”, sbotta Amr Ali, il coordinatore generale del Movimento del 6 aprile, punta di diamante della rivolta del 2011 e recentemente messo fuori legge dalla giustizia. Ali riconosce di essere stato preso da un senso di “amarezza” e “impotenza” dopo la sentenza. Secondo lui, il messaggio lanciato da questo processo “politico” è chiaro: “Il vostro sogno è finito e non potete farci niente, a causa dei blindati dell’esercito che sono dovunque e dei militari che controllano il paese”.


 

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