L'orrore egiziano

 

di Nicola Quatrano


 

La pratica dei due pesi e delle due misure che caratterizza certi difensori dei diritti umani, pronti a digiunare solo per alcuni, si è mostrata con tutta evidenza in occasione della recente missione d’affari italiana in Egitto, proprio nei giorni in cui impazzava l’indignazione per la repressione in Tibet.
In prima fila Emma Bonino, ministro per i commercio estero, che così ha commentato l’iniziativa  di Confindustria, Abi e Ice: “La nostra missione suggella l’intensificarsi delle relazioni tra i due paesi negli ultimi anni… Le opportunità  che l’Egitto offre alle imprese italiane occorre saperle cogliere. Adesso, non tra dieci anni”.
Nemmeno il più piccolo riferimento alla situazione interna egiziana, alla uccisione a Mahalla di tre civili durante le proteste operaie. E neppure un commento alle frequenti condanne contro i gay. Silenzio anche sulla violazione dei diritti umani rese possibili dalle norme antiterrorismo.
E su ciò che accade in Egitto, dove martedì si sono svolte elezioni municipali boicottate dall’opposizione, ha taciuto anche il premier uscente Romano Prod,i che ha trovato parole solo per ringraziare il regime di Mubarak, tanto “generoso” da donare all’Italia il suolo su cui è stato costruito il sacrario militare di El Alamein.

 

L’orrenda situazione degli omosessuali

Nella notte tra il 10 e l’11 maggio 2001, 52 uomini, presunti omosessuali, furono arrestati  durante una irruzione della “buoncostume” nel Queen Boat, un ristorante-discoteca molto apprezzato dalla comunità gay del Cairo. Condotti davanti al Tribunale per la sicurezza dello Stato, una giurisdizione speciale che tratta i casi di terrorismo, 21 dei 52 giovani furono condannati a cinque anni di prigione ferma, all’esito di un processo sbrigativo e senza possibilità di appello. Stipati nelle gabbie, il viso appena nascosto da pezzi di carta e stracci, i detenuti erano accusati di “pratiche dissolute, “disprezzo del Corano e del profeta Maometto” e di “costituzione di un gruppo illegale”. Cedendo poi alle pressioni internazionali, il presidente Hosni Moubarak annullò, un anno dopo, il primo vergognoso verdetto. Cosicché alla fine solo due, considerati “capi” della organizzazione, sono stati riconosciuti colpevoli di “disprezzo della religione”.
Ma l’oramai famosissimo episodio della Queen Boat non costituisce un caso isolato. La caccia all’omosessuale in Egitto è continua: è stato addirittura costituito uno speciale dipartimento della polizia, incaricato delle indagini per i reati commessi in internet, che si occupa di azioni di provocazione finalizzate alla individuazione ed all’arresto dei gay.
Poliziotti frequentano le chat e i siti di annunci e, quando incrociano un omosessuale, combinano un incontro per poterlo arrestare.
Sulla base di semplici sospetti, la polizia egiziana non esita a fare irruzione in case private e trascinare i presunti omosessuali nei centri medico-legali per sottoporli ad un esame dell’ano.
L’ONG Human Rigth Watch denuncia continuamente i soprusi, i maltrattamenti e le pressioni indebite sopportate dalle persone sospettate di essere omosessuali, nonché gli stupri e i ricatti perpetrati in loro danno dalla polizia.
Di recente, proprio pochi giorni prima della missione italiana, Human Rigth Watch ha denunciato un’altra vicenda che ha dell’allucinante.

Da Afric.com del 27 febbraio 2008:

“Ammanettati al loro letto 23 ore al giorno. Almeno due egiziani presunti sieropositivi subiscono questo calvario, stando alle informazioni raccolte da Human Rights Watch (HRW). Sono stati arrestati nell’ottobre 2007 al Cairo e condotti negli uffici della “buoncostume”. Lì uno ha confidato di essere sieropositivo e, senza altra prova, i poliziotti hanno avviato una inchiesta contro entrambi per omosessualità. Sono stati oggetto di maltrattamenti, soprattutto perché hanno rifiutato di firmare le confessioni preparate dalla stessa polizia, ed hanno subito degli esami anali per acquisire la prova che avevano intrattenuto delle relazioni sessuali con un altro uomo. Un esame che HRW definisce “inutile dal punto di vista medico” ed assimilabile ad una forma di “tortura”.
Partendo da alcune foto e numeri di telefono sequestrati ai due sospetti, la polizia ha arrestato poi altri due uomini. Tutti sono stati costretti a sottoporsi a dei test HIV, che avrebbero rivelato che due di essi erano sieropositivi.
Questi ultimi sono stati condotti in ospedale dove sono attualmente detenuti. Dovranno restarvi per il tempo necessario perché il procuratore generale decida se accusare o meno i quattro  di omosessualità.
In seguito, un altro gruppo di quattro uomini è stato arrestato e condannato ad un anno di prigione per “ripetute pratiche dissolute”. Una pena confermata in appello il 2 febbraio 2008. Il processo verbale di arresto non precisa alcuna attività illegale svolta da essi ma lo stesso sono stati incolpati per relazioni con persone dello stesso sesso. Lo stesso sono stati costretti a fare un test HIV che in un caso si è rivelato positivo. Risultato: il portatore di virus sarà anche lui incatenato ad un letto di ospedale al Cairo.
Human Right Watch chiede la liberazione dei quattro sospetti e l’annullamento delle sentenze dei quattro condannati. I direttore del programma per i diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali di HRW chiede all’Egitto di porre fine agli arresti effettuati sulla base di esami sierologici, in nome di una “giustizia della salute pubblica”. “Questi arresti scioccanti e questi processi – conclude Scott Long – dimostrano allo stesso tempo ignoranza e ingiustizia (…) Questi casi dimostrano che la polizia egiziana agisce sulla pericolosa convinzione che l’AIDS non sia una malattia che deve essere trattata, ma un crimine da punire”.

 


La legislazione antiterrorismo

In un rapporto diffuso giusto l’anno scorso, l’11 aprile 2007, Amnesty International ha accusato le autorità egiziane di commettere sistematiche violazioni dei diritti umani in nome della sicurezza nazionale e ha sollecitato il governo a garantire che la nuova legge antiterrorismo non rafforzi ulteriormente queste violazioni.
“Migliaia di egiziani sono finiti in prigione in nome della sicurezza; alcuni di essi sono detenuti da anni senza accusa né processo, spesso nonostante i tribunali ne abbiano ordinato il rilascio; altri ancora sono stati condannati al termine di processi palesemente iniqui” – ha dichiarato, nel corso della presentazione del rapporto, Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “Il governo egiziano ha il dovere di proteggere i cittadini e combattere il terrorismo ma, nel farlo, deve rispettare gli standard fondamentali sui diritti umani e i suoi obblighi di diritto internazionale. Troppo spesso, non lo ha fatto”.
Il rapporto di Amnesty International denuncia arresti arbitrari, detenzioni prolungate senza accusa né processo, torture e altri maltrattamenti da parte delle forze di sicurezza, specialmente dei servizi per le indagini sulla sicurezza dello Stato (Ssi), cui lo stato d’emergenza, in vigore quasi ininterrottamente da quasi 40 anni, conferisce ampi poteri. Il rapporto condanna anche il ricorso ai tribunali speciali militari e di emergenza per processare civili accusati di reati contro la sicurezza e descrive come inique le loro procedure, che hanno anche determinato la messa a morte di alcuni imputati.
Secondo il rapporto, l’Egitto è stato anche una destinazione importante nella “guerra al terrore” diretta dagli Usa. Molti cittadini egiziani sospettati di terrorismo sono stati trasferiti in Egitto da parte degli Usa e di governi di paesi europei e arabi, nonostante il rischio di tortura, per essere arrestati e torturati. Il destino di alcuni di essi, vittime di rendition illegali da parte degli Usa, rimane sconosciuto. La loro identità, così come le informazioni sul luogo dove sono detenuti, non sono state rese note.
“Il governo deve fare chiarezza e rendere pubblici il numero, i nomi, le nazionalità e l’attuale situazione di tutti i sospetti terroristi che si trovano in carcere in Egitto a seguito di estradizione, rendition o ulteriore forma di trasferimento” – ha proseguito Hassiba Hadj Sahraoui nel corso della conferenza stampa.
Il rapporto elenca sei raccomandazioni fondamentali che il governo dovrebbe attuare per spezzare il ciclo di violazioni dei diritti umani, tra cui porre fine alle detenzioni segrete e indagare tempestivamente e adeguatamente su tutte le denunce di tortura.
“La tortura è ampiamente usata dai funzionari dell’Ssi, da altre agenzie di sicurezza e dalle forze dell’ordine, ma le inchieste sulle denunce sono rare e i loro risultati scarsi. Il governo deve rimuovere l’impunità che protegge chi tortura in nome dello Stato” – ha aggiunto Hassiba Hadj Sahraoui.



Le proteste contro il carovita

Nei primi giorni di questo mese, vi sono state forti proteste contro il carovita, degenerate a Mahalla el-Kobram, nella zona del delta del Nilo, in scontri tra polizia e i lavoratori della più grande fabbrica tessile del Medio Oriente, “Misr Spinning and Weaving”. Il bilancio è grave: si parla addirittura di 150 morti, 80 feriti e 250 arrestati. Altre 100 persone, inclusi numerosi sindacalisti, sono stati arrestati in altre città dell'Egitto. Le proteste, vietate dal governo, sono derivate da una situazione sociale catastrofica, con un'inflazione superiore al 12%, una povertà che interessa ormai oltre il 50% della popolazione ed un innalzamento dei prezzi e una penuria del pane sovvenzionato.
In un tale clima si sono svolte anche le elezioni amministrative per il rinnovo dei sindaci in 52.000 località, col boicottaggio del voto lanciato dai Fratelli Musulmani in segno di protesta contro la decisione di escludere al maggior parte dei loro candidati.
La democrazia egiziana, tanto cara ai democratici nostrani, è infatti tutt’altro che democratica, con un presidente a vita che sta per trasmettere il comando al figlio per diritto ereditario, e una lunga storia di brogli e intimidazioni che segnano ogni appuntamento elettorale.
Con buona pace dei nostri campioni dei diritti umani, Bonino in testa, pronti a dimenticarsene in nome dei buoni affari. 




Il rapporto 2007 di Amnesty International (in inglese)

 

 
 
 
 
  
 
 

   
 
 

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