Le Quotidien (Tunis) – 13 febbraio 2011



Scacco e matto
di Fatma Ben Dhaou Ounais


Game over in Egitto. Dopo trent’anni al potere, Mohamed Hosni Moubarak alla fine ha gettato la spugna, cacciato certamente dal popolo, ma mollato anche dall’esercito
 
Tutto si è giocato nell’ultimo discorso che doveva essere di addio e si è invece rivelato quello dell’ultimo tentativo, quando Moubarak ha tentato di solleticare lo spirito patriottico del suo popolo e di mendicare, a colpi di “ho fatto questo, ho realizzato quello”, la riconoscenza di una patria che non lo voleva più.
Suprema aberrazione, Moubarak ha giocato, per l’ennesima volta in un paese arabo, la carta dell’ingerenza delle grandi potenze, dichiarando la sua volontà di non piegarsi alle ingiunzioni esterne, proprio lui che, in tutto il suo percorso politico alla testa dell’Egitto, non ha mai preso una decisione indipendente.
Come Ben Ali nel discorso del 13 gennaio, il faraone del Nilo è inciampato nel “troppo poco, troppo tardi”… fingendo di non capire che gli Egiziani avevano nel frattempo alzato il tiro delle rivendicazioni, fino ad arrivare ad un unanime e irreversibile: “Moubarak sparisci”.
Moubarak aveva infatti dimenticato che il malcontento generale non è affatto il frutto di una improvviso capriccio popolare, lui che ha insultato lo spirito della Repubblica 2 volte, la prima restando 30 anni al potere, la seconda lasciando in eredità ai suoi figli il potere. Trenta anni di potere assoluto, durante i quali la società egiziana è stata svuotata, hanno finito per trasformare un paese di 80 milioni di abitanti in una bomba a scoppio ritardato.
Mentre i partiti politici cosiddetti di opposizione si trasformavano in un guscio vuoto, la cui sopravvivenza politica si fondava solo sulla legittimità storica, proliferava la corruzione, come un cancro, in tutti i settori, aggravando l’impoverimento della classe media e la sua sparizione quasi totale. Solo i pascià dell’era di Moubarak, pupilli di Suzanne o amici di Gamal, ammucchiavano miliardi, i jet privati e i prestiti bancari senza garanzie, e nessuno aveva diritto di aprire bocca.
Il regime di Moubarak ha, con tutta evidenza, avuto cura di conservare delle valvole di sfogo, come la relativa libertà della stampa, per evitare le esplosioni. Ma è stato insufficiente.
Anche i progressi compiuti dal paese erano progressi dovuti “alla forza delle cose”, come ha ben detto il grande giornalista Mohamed Hassanein Heikel. “E’ normale che un grande paese di 80 milioni di abitanti faccia dei progressi in 30 anni… questo non è merito di nessuno”, ha dichiarato su un canale satellitare egiziano.
In più aveva la frustrazione di appartenere ad un paese che è stato, qualche decennio fa, la locomotiva del mondo arabo e che si è ridotto oggi ad una semplice carta, per non dire una pedina, nelle mani degli USA e di Israele. E’ davvero troppo.
E poi è cominciata la rivoluzione tunisina. Ed ha fatto crollare il muro della paura e mostrato ai milioni di Arabi assetati di libertà che “Yes we can” non è esclusivamente USA.
Perché allora il Rais del Cairo, questo pilota che dovrebbe essere capace di una visione globale delle cose che gli consenta di agire rapidamente, si è bloccato sul suo meschino punto di vista, mettendoci quasi tre settimane a capire che Moubarak e l’Egitto sono due cose completamente dissociate?
Perché ha atteso che il popolo brandisse le scarpe, insulto estremo nel mondo arabo, per andarsene alla chetichella?
Nessuno può sapere che cosa Moubarak abbia covato nei giorni che hanno preceduto la caduta del suo regime. Azmi Bichara, l’attivista palestinese, ha avuto senz’altro ragione dichiarando ad Al Jazeera:”Per comprendere Moubarak, non c’è bisogno di un analista politico, ma piuttosto di uno psicanalista”.
Sì… tutti i dirigenti arabi hanno bisogno dello psicanalista. Dopo decenni passasti sul trono, è necessario che passino sul lettino.   


 




Le Quotidien (Tunis) 13 febbraio 2011

Un salto nel buio per Israele

La caduta di Hosni Moubarak rappresenta un salto nel buio per Israele, che teme che i Fratelli Mussulmani possano sfruttare la situazione per rimettere in discussione il trattato di pace con l’Egitto, chiave di volta di tutta la sua diplomazia regionale da tre decenni.
In un primo momento, il capo del governo Benyamin Netanyahou ha adottato un profilo basso e dato istruzione ai suoi ministri di non esprimersi sul dopo-Moubarak. Sia il Primo ministro che il presidente Shimon Peres avevano prima insistito sul fatto che Hosni Moubarak non aveva mai posto in discussione – nonostante le crisi durante le due intifade palestinesi o la guerra del Libano nel 2006 – il primo trattato di pace concluso, nel 1979, tra Israele ed un paese arabo.  La cacciata di questo partner rischia ormai di creare un “vuoto pericoloso”, secondo una parte dei commentatori israeliani.


Scenario all’iraniana
Benyamin Netanyahou ha lui stesso agitato più volte lo spettro di uno scenario “all’iraniana”, con i Fratelli Mussulmani – vicini al movimento islamista Hamas, al potere a Gaza – che approfittano della situazione per impadronirsi del potere o esercitare una tale influenza da poter ottenere l’abrogazione del trattato. Firmando la pace con il più popoloso dei paesi arabi, in cambio di un ritiro dalla penisola del Sinai conquistata all’Egitto durante la guerra dei 6 giorni (giungo 1967), Israele aveva potuto rompere un isolamento diplomatico quasi totale nella regione.
Sul fronte militare, questo accordo storico aveva permesso all’esercito israeliano di ridurre il suo dispositivo di difesa lungo i 240 chilometri di frontiera con l’Egitto. La penisola del Sinai, una regione cuscinetto, è stata smilitarizzata, cosicché i militari israeliani hanno potuto dislocare le loro forze sul fronte Nord contro la Siria e il Libano, oltre che nei territori palestinesi. “Lo Stato maggiore dovrà ripensare tutti i suoi piani strategici”, sottolineavano ieri le televisioni israeliane, prevedendo un probabilissimo aumento del bilancio della Difesa.  “Da un punto di vista strategico, Israele si trova ormai in una situazione ostile. Non ci sono persone a dirigere gli Stati pragmatici e moderati, mentre cresce la potenza di Iran e Turchia”, rileva Zvi Mazel, un ex ambasciatore di Israele in Egitto. Ron Ben Yihai, un influente esperto in materia di difesa, si mostra tuttavia meno allarmista. “L’esercito egiziano non vuole la guerra con Israele. Deve governare un paese e gestire tensioni esterne, soprattutto in Sudan”, ha spiegato alla radio pubblica. “I militari egiziani sanno che, se mettono in discussione il trattato di pace, rischiano di perdere l’ 1,3 miliardi di dollari di aiuto militare USA”, ha sottolineato.


Incertezze
Per fronteggiare questo periodo di incertezze, i dirigenti israeliani hanno obbedito al riflesso condizionato di rivolgersi agli Stati Uniti, malgrado le critiche suscitate dagli atteggiamenti del presidente Barack Obama, accusato dai media di avere “mollato” Hosni Moubarak, un alleato di sempre degli USA.
Il ministro della difesa Ehud Barak è stato così spedito a Washington per ottenere assicurazioni circa il sostegno USA e la prosecuzione dell’aiuto statunitense di tre miliardi di dollari versati ogni anno allo stato ebraico. Il suo appello è stato ascoltato. Il militare più alto in grado USA, l’ammiraglio Mike Mullen, si reca peraltro oggi e domani in Giordania e in Israele per rassicurare e consultare i suoi alleati. “Discuterà di questioni di sicurezza di comune interesse e riaffermerà a questi due partner l’impegno dell’esercito USA” al loro fianco, ha sottolineato un portavoce del Pentagono.


 

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