Cf2R (Centre Français de Recherche sur le Renseignement), 21 luglio 2014 (trad. ossin)


Medio Oriente: l’Iran nella guerra

Alain Rodier


La situazione sta evolvendo considerevolmente in Medio Oriente in conseguenza della guerra per procura che oppone l’Iran sciita all’Arabia Saudita e agli Emirati del Golfo Persico maggioritariamente sunniti (1). Essa nasce originariamente dalla minaccia percepita dagli Stati sunniti di una volontà espansionistica di Teheran nella regione, finalizzata a propagare la rivoluzione islamica predicata dall’ayatollah Khomeini. I sunniti parlano di minaccia safavida, riferendosi alla dinastia che ha regnato in Persia tra il 1501 e il 1736. Inoltre un odio ancestrale anima globalmente i leader sunniti nei confronti degli sciiti, che accusano di essere murtad (apostati), vale a dire dei traditori dell’islam delle origini.


E’ vero che l’Iran, negli anni seguiti alla rivoluzione del 1979, ha considerevolmente sviluppato le sue reti estere per estendere la propria influenza. Non solo in Medio Oriente, ma anche in Africa e in America Latina. Per far ciò Teheran ha fatto leva sulla importante comunità libanese espatriata, benché non tutti i Libanesi siano sciiti. Le loro motivazioni sembravano allora essere più di ordine finanziario che religioso, in quanto l’Iran ne approfittò per dedicarsi a lucrosi traffici che gli consentirono di approvvigionare le casse dello Stato islamico e quelle dei guardiani della Rivoluzione (2).


I Servizi Segreti iraniani (VEVAK/3) spalleggiati dai Pasdaran – principalmente quelli della forza Al-Qods, il servizio operativo di Teheran – hanno anche realizzato numerose operazioni all’estero. Se il loro primario obiettivo era di eliminare i membri dell’opposizione in esilio (4), gli Iraniani hanno anche colpito interessi ebraici e israeliani e gli Occidentali, attraverso attacchi di tipo terrorista. La lista è lunga, da Beirut nel 1983, passando per l’Argentina nel 1992 e 1994 e più recentemente dalla Bulgaria, nel 2012 (5). I morti si contano a migliaia, gli Iraniani non vanno per il sottile. Facendo in modo di non apparire direttamente, si servono di schermi, generalmente di movimenti terroristi che manipolano dietro le quinte, al primo posto dei quali ci sono gli Hazbollah libanesi (sciiti) e alcuni movimenti palestinesi (Hamas, Jihad islamica palestinese, ecc). I Servizi iraniani si sono perfino infiltrati in Al Qaida, soprattutto a partire dal 2001, quando molti rifugiati si sono istallati in Iran, sotto l’alta protezione dei Pasdaran.


In modo più ordinario, ma sempre discretamente, i Pasdaran sono stati presenti militarmente in Afghanistan, in Libano e in Bosnia e in Siria. In quest’ultimo paese, col pretesto di difendere i luoghi santi sciiti, hanno direttamente sostenuto il regime di Bachar al-Assad, considerato come l’alleato più fedele dell’Iran nella regione. I mullah non si sono fatti pregare per rimarcare che “loro, non abbandonano gli amici”.



L’attività di Teheran in Iraq

Ufficialmente Teheran non interviene direttamente in Iraq e privilegia i negoziati. E’ d’altronde la stessa posizione che Teheran ha sulla Siria, il Libano e lo Yemen del Nord (6), e questo da anni!


Di fatto, il grande organizzatore delle operazioni segrete all’estero è il maggiore generale Qassem Suleimani, il carismatico capo delle unità Al-Qods dei Pasdaran. Prende ordini e risponde solo alla Guida Suprema della Rivoluzione, l’ayatollah Ali Khamenei. Suleiman è presente in Iraq dalla metà di giugno del 2014. Ha fissato il suo Stato Maggiore nell’aeroporto di Baghdad con 200 dei suoi uomini. Tuttavia è spesso presente sul campo di battaglia, recandosi spesso in prima linea, come il sito di Samara. Qui ha il suo Quartier Generale nella moschea al-Askari (7). Si unisce ai suoi fedeli che gli riservano oramai una grande ammirazione per il suo coraggio e la sua semplicità.


Avendo constato che l’esercito iracheno era in piena dissoluzione, Suleimani ha deciso di lavorare sulle milizie sciite, lasciando agli Statunitensi il compito di tentare di organizzare le truppe che hanno addestrato per anni, coi risultati che si sanno. Viene aiutato nel suo campito dal grande ayatollah iracheno Ali al-Sistani, la più alta autorità religiosa sciita del paese, che ha invitato le sue greggi a respingere l’aggressione degli insorti sunniti. L’idea di Suleimani è di unire le popolazioni sciite in uno slancio di difesa della loro identità contro l’aggressione delle forze dello Stato Islamico, alleate delle tribù sunnite e degli ex baatisti. Il rischio che si corre è l’estremizzarsi del comunitarismo religioso che potrebbe rendere inevitabile, a termine, la divisione dell’Iraq in tre regioni autonome: un Sunnistan a Ovest, uno Sciistan a Sud-Est e un Kurdistan a Nord.


Moktada al-Sadr, il giovane e impetuoso imam, che aveva ufficialmente rinunciato alla vita politica nel febbraio 2014, è anche lui ripartito alla carica, nonostante la profonda inimicizia nei confronti di Maliki (il presidente iracheno, ndt), di cui reclama le dimissioni. Ha riattivato l’Esercito del Madhi – ribattezzato in “Brigate della pace” – una milizia che aveva fatto la resistenza nel 2004 e 2008 agli Statunitensi e al governo centrale. Teoricamente questa organizzazione aveva rinunciato all’uso delle armi nel 2008. I rapporti di al-Sadr con Teheran sono sempre stati ambigui ed è chiaro che egli non è ostile all’influenza iraniana in Iraq.


Altre milizie si sono formate, reclutando nuovi volontari, galvanizzate dai mullah e armate in gran parte dall’Iran: le Brigate Badr, Asaib Alh al-Haq (La Lega dei Virtuosi) e Kata’ib Hezbollah (I battaglioni di Hezbollah). Unità di queste milizie che si trovavano in Siria per sostenere il governo di Damasco, sono precipitosamente rientrate in Iraq a luglio per partecipare ai combattimenti contro gli insorti sunniti.  In Siria queste defezioni sono state in parte compensate da rinforzi di Hezbollah libanese, spediti d’urgenza per ordine di Teheran. Tuttavia qualche consigliere di Hezbollah libanese si sarebbe anche recato in Iraq per dare una mano nella formazione delle milizie sciite e fornire la loro esperienza, soprattutto per quanto riguarda la guerriglia urbana.


I Pasdaran forniscono solo un aiuto tattico, logistico e informativo, alle milizie sciite, le sole che sono ritenute capaci di contenere l’offensiva sunnita. E’ corsa voce che sarebbero giunte due o tre brigate di Pasdaran e di milizie Bassidji, con il compito primario di partecipare alla difesa dei luoghi santi sciiti e della capitale. Secondo il movimento di opposizione iraniano, i Mujaheddin del Popolo, la Brigata Vali Asr della 7° Divisione dei Pasdaran – che abitualmente stazionano nel Khuzistan – e la Brigata Saberine della provincia di Ilham sarebbero state inviate nel sud-est dell’Iraq. Forze Bassidji sarebbero state anch’esse inviate nelle città sante di Nadjaf e Kerbala. Si tratta di informazioni non confermate, ma è assai difficile sul campo distinguere unità di Pasdaran o Bassidji dalle milizie sciite. Infatti le milizie iraniane non sono dotate di segni distintivi. Quel che è certo è che Teheran non può tollerare che il governo di Baghdad (in maggioranza sciita) sia messo in pericolo, perché allora sarebbe lo stesso Iran a essere minacciato. Per contro, Suleimani sa che bisogna evitare la trappola che le sue truppe vengano considerate come forze “di occupazione”, perfino tra la popolazione sciita irachena, tra cui resta presente il sentimento nazionalista.


Teheran ha d’altronde affermato che le sue Forze Armate si riservano il diritto di procedere ad attacchi aerei se gli insorti sunniti arriveranno a meno di 60 chilometri dalle sue frontiere, ciò che non può escludersi nel centro dell’Iraq. Il problema è che l’esercito iraniano ha delle capacità di attacco aria-suolo limitate per mancanza di mezzi. Per essere efficaci, queste azioni dovrebbero essere accompagnate da tiri di artiglieria dall’interno del territorio iraniano, addirittura da un intervento di terra.


Tuttavia Teheran ha restituito a Baghdad solo 88 aerei da combattimento, sui 130 che si erano andati a rifugiare in Iran durante la prima guerra del Golfo, nel 1991/1992. Essi si troverebbero in perfette condizioni di manutenzione, essendo stati addirittura ammodernati dall’industria aeronautica iraniana. Ma si tratta di cifre esagerate, giacché solo qualche Su-25 è stato effettivamente visto. Da notare che questi aerei da combattimento sono i soli in dotazione al ramo aeronautico dei Pasdaran. Nello stesso tempo, dei droni iraniani volano da giugno nel cielo iracheno, come è anche avvenuto in Siria. I Pasdaran che li utilizzano svolgono una funzione soprattutto di raccolta di informazioni, giacché le capacità di tiro aria-suolo sono, per questi droni, limitate, addirittura inesistenti allo stato attuale, nonostante l’intensa propaganda delle autorità iraniane che “rivelano” ogni mese il possesso di nuovo materiale high-tech.


Se l’impegno dei Pasdaran in Iraq ha consentito di fermare l’offensiva dello Stato Islamico, esso ha tuttavia il difetto di accentuare la frattura sciiti-sunniti, dando a questi ultimi buon gioco nel dichiarare che l’attuale governo di Baghdad è solo un “vassallo” di Teheran. Oramai la situazione sul campo sembra cristallizzata, nessuna delle due parti essendo in grado di avanzare nelle regioni tenute dall’avversario. Gli insorti sunniti non possono avanzare nelle zone abitate maggioritariamente dagli sciiti e viceversa. Anche se spalleggiati dagli Iraniani, gli Iracheni non sono riusciti a riprendere Tikrit, città simbolo in quanto patria di Saddam Hussein. Per contro la lotta si risolve nell’attività di reclutamento della popolazione: la guerra contro i takfiri (miscredenti), per gli Iraniani e gli Sciiti; e contro i murtad (apostati), per i Sunniti. Si intensificano inoltre le operazioni a carattere terrorista, particolarmente nelle zone sciite, dove gli obiettivi sono più facilmente raggiungibili, in quanto più numerosi.


Teheran si trova di fronte ad un avversario che fa paura a tutti, al momento: lo Stato Islamico. Perfino Riyadh considera questo movimento come una minaccia per la sua stabilità. Ma l’Iran non è per questo diventato un alleato oggettivo nella lotta contro questo gruppo terrorista, tanto gli interessi di Arabia Saudita e Iran sono divergenti.  

 


Note:


[1] Il Bahreïn è in maggioranza sciita, ma il governo è nelle mani dei sunniti, che beneficiano della protezione saudita


[2] I Pasdaran costituiscono il gruppo economico più importante in Iran, dove gestiscono soprattutto i punti di ingresso nel paese. Posseggono numerose società, principalmente nel settore delle costruzioni


[3] Cfr. Bulletin de Documentation n°3, « Iran: le ministère du Renseignement et de la Sécurité (Vevak) », CF2R, gennaio 2013


[4] Cfr. Note historique n°29, « L'assassinat de Chapour Bakhtiar », CF2R, maggio 2013


[5] Cfr. Note d'actualité n°280 du 01/08/2012: « Bulgarie : attentats contre des touristes israéliens, suite d'une longue série ? », CF2R, agosto 2012


[6] Teheran sostiene segretamente la ribellione zaydita al-Houthi nella regione di Saada. Il suo movimento ramato si chiama Ansar Allah


[7] Moschea sciita distrutta in parte nel 2006 e 2007 da Al-Qaeda in Iraq, il predecessore dello Stato Islamico. Teheran ha pagato, per la ricostruzione, portata a termine nel 2009

 

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