Asia Times, 1° marzo 2017 (trad. ossin)
 
Lettera da Teheran : Trump il bottegaio
Pepe Escobar
 
Il Parlamento iraniano ha tenuto la sua conferenza annuale sulla Palestina. Tra i dignitari, erano presenti il leader supremo dell’Iran, l'Ayatollah Khamenei e il presidente Hassan Rouhani, insieme a più di 700 invitati stranieri di oltre 50 paesi. Era presente anche Pepe Escobar, inviato di Asia Times
 
L'Ayatollah Khamenei
 
L’arte del commercio, quando la si sia praticata per 2500 anni, conduce al palazzo della saggezza. Avevo appena messo piede a Teheran, che un diplomatico ha annunciato la novità: «Trump? Non ci preoccupa. E’ un bazaari».
 
E’ una parola persiana, che significa che appartiene alla classe dei mercanti o, più letteralmente, un bottegaio del bazar, e averla usata indica che un accomodamento politico alla fine sarà trovato.
 
La risposta del governo iraniano all’amministrazione Trump si risolve in una variante dell’Arte della guerra di Sun Tzu. Soprattutto dopo le dimissioni di Flynn, che aveva «messo in guardia l’Iran» per avere testato dei missili balistici, e aveva avanzato l’idea di una alleanza militare anti-iraniana comprendente l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e la Giordania. Teheran afferma che il test dei missili non ha violato le disposizioni dell’accordo nucleare iraniano e che le esercitazioni navali nel tratto che va dallo stretto di Ormuz fino all’Oceano Indiano, cominciate domenica, erano pianificate da tempo.
 
Mi trovavo a Teheran insieme a diverse centinaia di invitati stranieri, ivi compreso un piccolo gruppo di giornalisti, invitati dal Majlis (il Parlamento iraniano) per una conferenza annuale sulla questione palestinese.
 
Non sorprende che nessuno del cerchio di Trump fosse presente alla riunione di parlamentari di oltre 50 paesi, che hanno assistito all’impressionante cerimonia inaugurale in un’affollata sala di conferenza circolare, alla presenza del vertice del potere iraniano: il capo supremo l’Ayatollah Khamenei, il presidente Hassan Rouhani e il presidente del Majlis Ali Larijani.
 
Khamenei ha proclamato che «le crisi esistenti in tutta la regione e nella comunità islamica dell’Umma meritano attenzione», ma ha insistito sul fatto che la questione-chiava resta quella Palestine. La conferenza, ha detto, potrebbe diventare «un modello per tutti i mussulmani e le nazioni regionali, per appianare gradualmente le differenze, valorizzando i punti comuni».
 
E’ stato un importante appello di Khamenei all’unità dei mussulmani. Pochi sanno in Occidente che, durante la rapida decolonizzazione degli anni 1940 e 1950, il mondo mussulmano non era affatto dilaniato dall’odio morboso tra sciiti e sunniti, fomentato più tardi dall’asse wahhabita / salafita-jihadista. Notiamo, en passant, che la casa wahhabita dei Saud non era in alcun modo visibile alla conferenza.
 
Forti discussioni con alcuni analisti e diplomatici iraniani hanno abbordato i temi dell’efficacia delle discussioni multilaterali, rispetto alla pratica dei fatti compiuti – dalla costruzione di nuove colonie in Cisgiordania, al mito dei “due Stati” di Oslo, oggi pressoché morto e sepolto.
 
Sulla Palestina, ho chiesto a Naim Qassem, segretario generale aggiunto di Hezbollah, cosa pensava dell’allusione fatta dall’amministrazione Trump ad una soluzione di un solo Stato. La sua risposta, in francese: «Uno Stato, è la guerra. Due Stati, è la pace alle loro condizioni, cosa che comunque provocherà la guerra».
 
Come nella maggior parte delle conferenze, quello che conta è quanto succede nei corridoi. Leonid Savin, un analista geopolitico russo, ha affermato che lo spazio aereo russo è attualmente pressoché sigillato, con multiple implementazioni del sistema di difesa anti-missile S-500, contro qualunque cosa gli Stati Uniti intendessero lanciare. Lo storico albanese Olsi Jazexhi ha decostruito la nuova polveriera dei Balcani. Muhammad Gul, figlio del carismatico generale Hamid Gul, ha dettagliato i punti maggiormente positivi della politica estera del Pakistan e la volontà di costruire il Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC).
 
Era presente anche Pyongyang. Il delegato della Corea del Nord ha fatto un discorso sorprendente, sostenendo sostanzialmente che la Palestina dovrebbe seguire il loro esempio, con una «dissuasione nucleare credibile». Più tardi, nei corridoi, ho salutato la delegazione, e loro hanno ricambiato. Nessuna speranza di ottenere una conversazione riservata per discutere i punti più oscuri che circondano l’assassinio di Kim Jong-nam.
 
Blake Archer Williams, alias Arash Darya-Bandari, il cui pseudonimo celebra il maestro inglese autore di “Tyger Tyger burning bright”, mi ha regalato una copia delle “Creedal Foundations of Waliyic Islam” (edizioni di Lion of Najaf) – un’analisi sui percorsi attraverso i quali la teologia sciita giunge alla teoria del velayat-e faqih – la regola della giurisprudenza che è alla base della Repubblica Islamica dell’Iran.
 
Ogni volta che torno a Teheran, resto impressionato dal sorprendente numero di occasioni per discussioni intellettuali serie. Sempre ho tenuto a mente Jalal Al-e Ahmad, figlio di un mullah nato nella parte sud povera di Teheran, che ha tradotto Sartre e Camus e scritto, nel 1962, il fecondo Westoxification [l’intossicazione da parte della cultura occidentale].
 
Ha trascorso l’estate del 1965 seguendo i seminari organizzati ad Harvard da Henry Kissinger con il sostegno della CIA. E’ diventato sciita solo alla fine della sua vita. E’ la sua analisi che ha aperto la strada al lavoro del sociologo Ali Shariati, sull’incontro tra l’anticolonialismo e il concetto sciita di resistenza contro l’ingiustizia, dando vita in tal modo ad una ideologia rivoluzionaria in grado di politicizzare il modello iraniano di classe media, protagonista della Rivoluzione islamica.
 
E’ stato questo lo sfondo per discussioni serie sul modo in cui l’Iran (resistenza contro l’ingiustizia), la Cina (confucianesimo rivisitato) e la Russia (eurasianesimo) offrano alternative post-illuministe, che trascendono la democrazia liberale occidentale.
 
Ma alla fine, tutto tornava inevitabilmente al fantasma anti-intellettuale che incombeva sulla sala, Donald Trump – e questo ancor prima che ricevesse una lettera di Ahmadinejad.
 
Così ho fatto quello che abitualmente faccio prima di lasciare Teheran, sono andato al bazar, attraverso la favolosa moschea che le sta accanto, per riabituarmi all’arte del mercanteggiamento, modello persiano.
 
Mi sono poi diretto verso Mahmoud Asgari, che si trova nel passaggio Sameyi del bazar di Tajrish, per discutere seriamente sui punti più fini dei tappeti Zahedan, pre-Prima Guerra Mondiale, intessuti dalle tribù del Sistan e del Belucistan. Il risultato finale di questa trattativa non poteva essere altro se non uno scambio reciprocamente proficuo, bypassando il dollaro USA. E per finire, l’argomento decisivo: «Quando parla col suo amico Trump, gli dica di venire qui e io gli proporrò i migliori affari».
 
 
 
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