Investig’Action, 31 maggio 2014 (trad. ossin)


Libia: Summit con Hollande per nascondere il

fiasco


Marc De Miramon



La guerra della NATO in Libia ha reso completo un processo di destabilizzazione regionale che coinvolge Stati “falliti” (Mali, Niger) e giganti petroliferi ed economici dai piedi d’argilla (Nigeria, Camerun). Già afflitti dalla miseria e dalle diseguaglianze sociali, eccoli promessi alle meraviglie della guerra moderna, ai droni, ai mercenari, e ai bombardamenti mirati. Grazie Boko Haram?


Riuniti a Parigi per un mini summit sulla “sicurezza”, cinque capi di Stato africani (Nigeria, Camerun, Benin, Niger, Chad) hanno dunque dichiarato “guerra totale” a Boko Haram, la potente setta islamista responsabile del rapimento di 223 liceali. Dimostrando una capacità di nuocere di carattere essenzialmente interno e alle immediate frontiere della Nigeria, in alcun modo coinvolta nel terrorismo internazionale, la setta e il suo capo, Aboubakar Shekau sono stati però elevati al rango di principale minaccia regionale, addirittura globale. “Boko Haram non è più un gruppo terrorista locale, è chiaramente una emanazione di Al Qaida”, ha così dichiarato il presidente nigeriano Goodluck Jonathan, in sintonia con François Hollande, secondo cui vi sarebbero, tra i due gruppi, dei legami “accertati”.


“Le azioni di brigantaggio, di traffici e rapimenti di ostaggi a fini di estorsione possono in parte sopperire (ai suoi bisogni finanziari), ma il loro rendimento è aleatorio, spesso insufficiente a fidelizzare le truppe e deve essere integrato da incassi più affidabili e regolari, che non possono provenire se non dai ricchi sponsor stranieri, interessati a qualche titolo alle attività del movimento (come il Qatar o l’Arabia Saudita, ndr). Per ottenere ciò occorre ancora che dette attività abbiano una sufficiente visibilità per attirare l’attenzione oltre frontiera” (1), osserva Alain Chouet, ex capo del “servizio di informazioni per la sicurezza” della DGSE.


Grazie ad una mobilitazione emotiva e “people” planetaria, rilanciata da Michelle Obama a Carla Bruni, ecco gli islamisti di Boko Haram collocati in primo piano sulla scena terrorista internazionale. La “guerra totale”, incluso l’uso di droni, attacchi “chirurgici”, e perfino l’invio di forze speciali e di mercenari delle società militari private, non hanno però alcuna speranza di contrastare l’attuale espansione della setta, che si alimenta della miseria sociale e delle vistose diseguaglianze tra un Nord della Nigeria mussulmano, emarginato e desideroso di rivincita, e un Sud traboccante di petrolio sfruttato dalle nuove élite cristiane del paese. Quanto all’esplosione demografica in corso in quella che già costituisce la nazione più popolosa del continente (117 milioni di abitanti, che diventeranno 390 nel 2050), prefigura un vivaio di disperati in una sotto-regione già del tutto destabilizzata.


Perché Boko Haram, perfetto spauracchio per politici occidentali e africani unanimi nella loro ossessione di un approccio esclusivamente securitario ( in mancanza di interventi sociali, medici o alimentari), nasconde un’altra destabilizzazione in corso nell’Africa dell’Ovest, conseguenza diretta della calamitosa spedizione libica del 2011.


I presidenti dei paesi limitrofi di una zona del Sahel abbandonata nelle mani di gruppi mafiosi e/o jihadisti, come il Mali o il Niger, avevano peraltro avvertito delle conseguenze che avrebbe avuto l’abbattimento del regime di Muammar Gheddafi. Smentendo le fanfaronate di un Bernard-Henri Levy, la guerra civile prosegue nonostante la caduta del dittatore: milizie islamiste si scontrano con reggimenti comandati qui da quel che resta di un esercito “ufficiale”, che non si sa agli ordini di chi sia, lì da uno pseudo “Esercito nazionale libico” (ENL), al comando del generale Haftar (2), tornato dal suo esilio negli Stati Uniti per rovesciare il regime di Gheddafi.


Poco più a sud, ci sono i Tuareg del MNLA, obiettivi alleati dei surrogati di Al Qaida nel Sahel, che attaccano l’esercito del Mali nella regione di Kidal, l’unica che ancora sfugge al controllo del governo legittimo di Bamako, guidato dal candidato della Francia, Ibrahim Boubakar Keita. A costo di decine di morti, l’esercito nazionale maliano avrebbe riconquistato (per quanto tempo?) la gran parte delle posizioni strategiche di Kidal, simbolo del fallimento di un processo di riconciliazione fin qui senza esiti. Oltre lo sfondo della caccia internazionale per ritrovare le 223 liceali, è proprio una militarizzazione rampate che incombe sull’Africa dell’Ovest e il Sahel: il prolungamento di una assurda “guerra mondiale contro il terrorismo”, oramai presa in carico dalla Francia e dagli Stati Uniti.



Note:


1. “A quoi sert Boko Haram?” di Alain Chouet, espritcorsaire.com

2. NDLR : Abbiamo analizzato fin dal 2011 il ruolo del generale Haftar nel capitolo “Il ruolo dei servizi segreti” del libro “Libye, OTAN et Médiamensonges” (di Michel Collon), pubblicato da Investig’Action

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