Haftar: il "partner efficace" degli Stati Uniti in Libia

Ahmed Bensaada





Il generale Khalifa Haftar



Il discorso pronunciato dal presidente Obama il 28 maggio 2014 alla prestigiosa accademia militare di West Point (1) sembra segnare una importante messa a punto della politica estera statunitense nei confronti del mondo arabo. Finito il tempo delle liriche volate in elogio alla "primavera araba", questa espressione non è stata pronunciata nemmeno una volta durante tutta l'allocuzione.

E' stata sostituita da "upheavals of the Arab world", vale a dire "sollevamento (o rivolgimento) del mondo arabo". La parola "democrazia" è stata pronunciata solo due volte, ma in un contesto molto generale. Realpolitik oblige. Obama ha confessato che "l'impegno  degli Stati Uniti per la democrazia e i diritti umani va al di là dell'idealismo; è una questione di sicurezza nazionale". Non si potrebbe essere più chiari.




Discorso del presidente Obama a West Point (28 maggio 2014)



Dopo i fallimenti politici delle "campagne" in Iraq e in Afghanistan, il presidente statunitense ha auspicato un cambio di strategia in materia di lotta contro il terrorismo. "Credo che dovremo riorientare la nostra strategia di lotta contro il terrorismo - facendo tesoro dei successi e delle insufficienze della nostra esperienza in Iraq e in Afghanistan - verso partenariati più efficaci coi paesi dove le reti terroriste cercano di prendere piede", ha detto.


Cosa che non vuole peraltro dire che interventi militari diretti non siano più  necessari, anzi. Occorre solo, secondo lui, che essi "rispettino le norme che riflettono i valori statunitensi".

 

Due esempi libici sono stati utilizzati per illustrare questa nuova strategia USA. La messa in opera di "partenariati efficaci" è di primaria importanza per evitare che si ripetano tragedie come quella dell'assassinio, nel 2012, dell'ambasciatore statunitense in Libia, Christopher Stevens, e degli altri tre cittadini statunitensi (2). Ricordiamo in proposito che questo misfatto, commesso esattamente in occasione dell'undicesimo anniversario degli attentati dell'11 settembre 2001, è stato attribuito agli islamisti di Ansar Al-Chariaa (3).



Il 20 settembre 2012: Mohamed Youssef El-Megaryef mentre rende omaggio all'ambasciatore Christopher Stevens e agli altri Statunitensi. Sulla foto, in arabo: "Grazie Chris"



Gli interventi militari mirati, dal canto loro, sono necessari per la "neutralizzazione" dei terroristi coinvolti in aggressioni contro gli interessi statunitensi, come nel caso di Abou Anas Al-Libi. Infatti, il 5 ottobre 2013, un commando USA lo ha catturato in pieno giorno, nel corso di un raid spettacolare a Tripoli. Questo ex leader islamista, sulla cui testa era stata posta una taglia di 5 milioni di dollari dallo FBI, è accusato di complicità negli attentati del 1998 contro le ambasciate USA in Tanzania e in Kenya (4).


Questa politica "antiterrorista" esposta dal presidente Obama a West Point sembra già operativa in Libia. Infatti uno dei dispositivi che attualmente assicurano un "partenariato efficace" con la Libia si fonda sulla collaborazione col generale Khalifa Haftar (o Hifter), le cui gesta riempiono attualmente le prime pagine dei giornali. La sua missione: lo sradicamento del terrorismo islamista che ha proliferato nel paese dopo la sparizione del colonnello Gheddafi. Il suo principale bersaglio: Ansar Al-Chariaa, contro la quale si sono levate molte voci statunitensi a chiedere rappresaglie per vendicare la morte dei diplomatici statunitensi, selvaggiamente assassinati (5) e per accusare Obama di non avere fatto molto in questo senso (6).


Bisogna riconoscere che la riapparizione di Khalifa Haftar è assai istruttiva, soprattutto dopo la precipitosa fuga dell'ex Primo Ministro Ali Zeidan in Germania (7), seguita alla sfiducia votata dal Parlamento libico.


Ali Zeidan è il co-fondatore, con Mohamed Youssef El-Megaryef, del Fronte nazionale per la salvezza della Libia (FNSL) nel 1981 (8). Questa organizzazione, nota per essere stata organizzata e sostenuta dalla CIA (9), ha condotto una campagna di opposizione armata al colonnello Gheddafi e ha organizzato molteplici tentativi di colpo di Stato.

 
La collusione tra Zeidan e l'amministrazione USA è stata denunciata dopo l'arresto di Abou Anas Al-Libi. Infatti l'ex Primo Ministro è stato anche lui rapito per breve tempo, il 10 ottobre 2013, da un gruppo di ex ribelli islamisti che lo accusavano di avere, qualche giorno prima, collaborato col governo USA nell'arresto di Al-Libi, ex membro di Al Qaida (10).



Rapimento di Ali Zeidan nell'hotel Corinthia (Tripoli, 10 ottobre 2013)



D'altronde alcun commento sulla fuga di Ali Zeidan, né sulle accuse di frode che gli vengono rivolte, è stato emesso dal Dipartimento di Stato. Al contrario, il suo portavoce ha "salutato" il lavoro del signor Zeidan "che ha guidato un periodo fragile della transizione in Libia" (11).


Dopo la partenza di Zeidan, che era nelle grazie dell'amministrazione USA, diventava dunque imperativo riattivare un "partenariato efficace" nella persona del generale Haftar.


Descritto come una delle "due stelle militari della rivoluzione", Haftar è comparso sullo scenario insurrezionale libico nel marzo 2011 per "conferire una certa coerenza tattica alle forze terrestri ribelli" anti-Gheddafi (12).


Ma chi è insomma questo Haftar per essere in tal modo elogiato dai media mainstream e la cui collaborazione è tanto apprezzata dagli Stati Uniti?


Il generale Khalifa Haftar è un ufficiale superiore dell'esercito libico che ha partecipato al colpo di Stato che portò Gheddafi al potere nel 1969 (13). Ufficiale più alto in grado durante il conflitto armato tra Chad e Libia per il possesso della striscia frontaliera di Aozou (ricca di uranio e altri metalli rari), ha diretto per sette anni la guerra contro le truppe di Hissene Habré, ex presidente del Chad, sostenuto dalla CIA, e dalle truppe francesi (14). Aiutati dalle forze francesi, dal Mossad israeliano e dalla CIA, i Ciadiani inflissero una seria sconfitta alle truppe libiche, il 22 marzo 1987, a Wadi Doum  (nord del Chad) (15). Haftar e i suoi uomini (un gruppo di 6-700 soldati) vennero catturati e imprigionati. Rinnegato da Gheddafi, che non avrebbe del tutto apprezzato la sconfitta che gli fece alla fine perdere la striscia di Aozou, il generale fece defezione verso il FNSL (16).



La striscia di Aozou, alla frontiera tra Chad e Libia




Prigionieri libici durante il conflitto tra Chad e Libia



Con l'aiuto del Chad, della Cia e dell'Arabia saudita, formò allora, nel 1988, l'Esercito nazionale libico, l'ala militare del FNSL, per tentare di rovesciare Gheddafi (17). Un articolo del New York Times del 1991 ci informa che i membri di questo esercito "sono stati addestrati da agenti del servizi di informazione statunitensi al sabotaggio e ad altre azioni di guerriglia, in una base vicino a N'Djamena, la capitale del Chad" (18).

Quando a N'Diamena salì al potere nel 1990 Idriss Deby, la situazione cambiò completamente per i ribelli libici, in quanto il nuovo padrone del Chad era in buoni rapporti con Gheddafi. Le relazioni tra i due uomini si manterranno buone fino alla caduta del leader libico. Infatti Deby avrebbe perfino mandato sue truppe per aiutarlo, all'inizio della "primavera" libica (19).


Idriss Deby e il colonnello Gheddafi


Haftar e i suoi uomini furono costretti a lasciare il Chad e furono gli Statunitensi a organizzare il trasferimento con un ponte aereo attraverso la Nigeria e lo Zaire (20). Furono allora ammessi come rifugiati negli Stati Uniti, beneficiando di diversi programmi di reinserimento, ivi compresa la formazione e l'aiuto finanziario e medico. Secondo un portavoce del Dipartimento di Stato, "i resti dell'esercito di Haftar sono stati dispersi nei cinquanta Stati" (21).


Prima del suo rientro per organizzare le forze ribelli durante la "primavera" libica, Haftar avrebbe trascorso gli ultimi due decenni in una banlieue della Virginia. Interrogato sui mezzi di sostentamento del generale, uno dei suoi vecchi conoscenti confessò "di non sapere cosa esattamente Haftar facesse per vivere" (22). Secondo un'altra fonte, "hanno fatto una bella vita e nessuno sa quali fossero le sue fonti di sostentamento, aggiungendo che la famiglia di Haftar non era ricca in origine (23).


Questa frase ha dato luogo ad una chiara interpretazione, in quanto Haftar ha in effetti vissuto a Vienna, in Virginia, a circa otto chilometri dalla sede della CIA a Langley: “Per quelli che sanno leggere tra le righe, questo dettaglio costituisce una indicazione appena velata del ruolo di Haftar come agente della CIA. Come sarebbe stato altrimenti possibile che un ex comandante militare libico di alto rango sia potuto entrare negli Stati Uniti agli inizi degli anni 1990, solo qualche anno dopo l’attentato di Lockerbie, e si sia potuto installare vicino alla capitale degli Stati Uniti, se non col permesso e l’aiuto attivo degli agenti dei servizi di informazione degli Stati Uniti?” (24).


“Quando mi trovavo negli Stati Uniti, ero protetto da tutte le azioni di Gheddafi contro di me, i suoi tentativi di assassinio, da tutte le agenzie degli Stati Uniti”, ha dichiarato. “Avevo l’abitudine di viaggiare spesso in Europa e mi sentivo sicuro, perché ero protetto” (25).


Secondo il Washington Post, Haftar avrebbe ottenuto la cittadinanza statunitense, dal momento che ha votato due volte (nel 2008 e nel 2009) nelle elezioni dello Stato della Virginia (26). Dal canto suo il New York Times afferma senza mezzi termini che il generale è “attualmente un cittadino statunitense” (27).


Haftar riconobbe anche che, nei giorni che hanno preceduto la sua partenza per Bengasi, era stato contattato sia dall’ambasciatore USA in Libia, Gene Cretz, che si trovava da gennaio a Washington, che da agenti della CIA (28).


Appena giunto a Bengasi nel marzo 2011, il generale Haftar venne nominato capo delle forze terrestri dal CNT e partecipò attivamente alla guerra contro le forze di Gheddafi. Ma, raggiunto dalla reputazione di “agente della CIA”, venne messo da parte dopo il rovesciamento della “Guida” libica (29).


Tuttavia, il caos anarchico che si è poi impadronito del paese, la debolezza del governo centrale nei confronti di una profusione di milizie islamiste radicali che dettano legge ciascuna nei territori da esse controllati e le velleità separatiste che minacciano la Libia, gli hanno permesso di tornare in primo piano sulla scena libica.


Prima di tutto il 14 febbraio 2014, quando sorprese tutti gli osservatori, annunciando una nuova road map per il paese, la sospensione del Parlamento e la formazione di un comitato presidenziale per governare il paese fino alla indizione di nuove elezioni (30). Questo tentativo di presa del potere si è risolto in un fallimento.



 

Dichiarazione del generale Haftar durante il tentativo di colpo di Stato del 14 febbraio 2014


Ma non a lungo. Dopo la fuga dell’ex Primo Ministro Ali Zeidan, Haftar è tornato alla carica a metà maggio 2014. Dopo violenti combattimenti contro alcune milizie islamiste di Bengasi e contro il Parlamento libico che hanno provocato decine di morti e feriti. Nell’occasione ripropose il medesimo programma (31) 

Dichiarando di rispondere “all’appello del popolo per sradicare il terrorismo in Libia”, Haftar smentì le accuse di voler fare un colpo di Stato (32): Cosa sorprendente, egli ha parlato, come nel febbraio 2104, a nome di un “Esercito nazionale libico”, la stessa denominazione che aveva usato nel 1988 per l’ala militare del FNSL.



 

Dichiarazione del generale Haftar (21 maggio 2014)


Contrariamente al precedente tentativo, ha ricevuto stavolta il sostegno di molte personalità militari e civili e la sua operazione militare, battezzata “El Karama” (dignità, in arabo) sembra capace di federare diverse forze in grado di “annientare il potere degli islamisti che dirigono il Parlamento” e che “aprono la porta agli estremisti e alimentano il caos che dilania la Libia” (33).


E gli Stati Uniti, in tutto questo?


In proposito, l’autore ed editorialista statunitense Justin Raimondo si è posto la questione di sapere se “fosse una coincidenza che il generale Khalifa Haftar abbia realizzato il suo colpo di Stato solo quattro giorni dopo che gli Stati Uniti avevano dispiegato 200 soldati in Sicilia – un ‘gruppo di intervento di crisi’ inviato a richiesta del Dipartimento di Stato” (34).


Dal canto suo, John Hudson di “Foreign Policy” ha menzionato che il “Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha raddoppiato il numero di aerei in Italia e inviato centinaia di Marine in Sicilia, nel caso in cui fosse necessario evacuare precipitosamente l’ambasciata (statunitense in Libia), una decisione che potrebbe essere letteralmente presa in ogni momento” (35).


E’ ancora interessante constatare che, in questo periodo tumultuoso e violento, gli Stati Uniti hanno mantenuto le loro attività diplomatiche in Libia (anche se l’ambasciatore aveva lasciato il paese, ufficialmente per ragioni familiari), laddove paesi come l’Algeria o l’Arabia Saudita avevano chiuso le loro ambasciate (36). E’ stato solo il 27 maggio 2014 che hanno invitato tutti i cittadini statunitensi a lasciare “immediatamente” la Libia a causa della situazione “imprevedibile e instabile” che vi regna, pur mantenendo “un personale limitato all’ambasciata (statunitense) di Tripoli” (37).


Curiosa situazione, diciamolo pure, quella di questo paese del quale si era detto fosse stato “primaverizzato” e democratizzato per merito dei bombardamenti della NATO e i “buoni uffici” di un celebre filosofo francese, amante della camice bianche aperte sul collo e avido di guerre “senza amarle”.

 


Bisogna dire che, a Washington, alcuni esperti politici e i funzionari del Dipartimento di Stato esprimono discretamente la loro soddisfazione nel vedere qualcuno combattere gli islamisti del genere di Ansar Al-Chariaa (38), la milizia accusata per l’attacco contro la missione diplomatica degli Stati Uniti a Bengasi e che ha provocato la morte dell’ambasciatore Christopher Stevens.


E’, d’altra parte, ciò che ha spinto Mohamed Zahawi, leader di una delle brigate di questa milizia (la brigata Bengasi) ad accusare il governo statunitense di sostenere Haftar (39).

 


Deborah Jones, l’ambasciatrice degli Stati Uniti in Libia, ha affermato dal canto suo di non condannare le azioni del generale Haftar, che ha dichiarato guerra ai «terroristi» islamisti in Libia. Parlava al Stimson Center a Washington (40).


Un modo indiretto di affermare il proprio sostegno ad Haftar, un suo concittadino tornato al paese di origine per fare la guerra, dopo avere beneficiato per anni della generosità statunitense e del confort delle costose banlieue della Virginia.


Un concittadino che fa parte, almeno attualmente, dell’arsenale statunitense dei «partenariati più efficaci» possibile. 



Riferimenti:

1. The New York Times, « Transcript of President Obama’s Commencement Address at West Point », 28 maggio 2014, http://www.nytimes.com/2014/05/29/us/politics/transcript-of-president-obamas-commencement-address-at-west-point.html?_r=1
 
2. Barney Henderson e Richard Spencer, « US ambassador to Libya killed in attack on Benghazi consulate », The Telegraph, 12 settembre 2012,
http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/africaandindianocean/libya/9537366/US-ambassador-to-Libya-killed-in-attack-on-Benghazi-consulate.html


3. AP, « U.S. names militants involved in Benghazi attack », CBS News, 10 gennaio 2014,
http://www.cbsnews.com/news/us-names-militants-involved-in-benghazi-attack/


4. AFP, « Abou Anas al-Libi, un leader présumé d'Al-Qaida méconnu chez lui », 20 Minutes, 7 ottobre 2013,
http://www.20minutes.fr/monde/libye/1232893-20131007-abou-anas-al-libi-leader-presume-al-qaida-meconnu-chez


5. Ron DeSantis, « DESANTIS: Justice, absent in Damascus, awaits in Benghazi, too », The Washington Times, 11 settembre 2013,
http://www.washingtontimes.com/news/2013/sep/11/desantis-justice-absent-in-damascus-awaits-in-beng/


6. Lucy McCalmont, « John Bolton: Obama hasn’t avenged Chris Stevens's death in Benghazi », Politico, 6 marzo 2014,
http://www.politico.com/story/2014/03/john-bolton-cpac-2014-chris-stevens-benghazi-104350.html


7. Reuters, « L'ex-Premier ministre libyen Ali Zeidan a fui en Europe », Le Nouvel Observateur, 12 marzo 2014,
http://tempsreel.nouvelobs.com/monde/20140312.REU2155/l-ex-premier-ministre-libyen-ali-zeidan-a-fui-en-europe.html


8. The Indian Express, « New Libyan PM Ali Zeidan has strong India links », 15 Ottobre 2012,
http://www.indianexpress.com/news/new-libyan-pm-ali-zeidan-has-strong-india-links/1017007


9. Ahmed Bensaada, libro in via di pubblicazione


10. AFP, « Libye : le premier ministre brièvement enlevé par d'ex-rebelles », Le Monde, 10 ottobre 2013,
http://www.lemonde.fr/libye/article/2013/10/10/le-premier-ministre-libyen-ali-zeidan-a-ete-enleve_3492883_1496980.html


11. AFP, « Libye : le Congrès limoge le premier ministre, Ali Zeidan », Le Monde, 12 marzo 2014,
http://www.lemonde.fr/libye/article/2014/03/12/libye-le-congres-limoge-le-premier-ministre-ali-zeidan_4381312_1496980.html#xtor=RSS-3208


12. Walter Pincus, « Only a few of Libya opposition’s military leaders have been identified publicly », The Washington Post, 1° aprile 2011,
http://articles.washingtonpost.com/2011-04-01/world/35231133_1_khalifa-haftar-libyan-national-army-omar-al-hariri


13. Ibid.


14. Russ Baker, « Is General Khalifa Hifter The CIA’s Man In Libya? », Business Insider, 22 aprile 2011,
http://www.businessinsider.com/the-cias-man-in-libya-2011-4#ixzz2n1c3Ds3x


15. Jean Guisnel, « Quand un espion raconte... », Le Point, 5 gennaio 2001,
http://www.lepoint.fr/actualites-politique/2007-01-22/quand-un-espion-raconte/917/0/66879


16. Russ Baker, « Is General Khalifa Hifter The CIA’s Man In Libya? », art. cit.


17. Walter Pincus, « Only a few of Libya opposition’s military leaders have been identified publicly », Op. cit.


18. Neil A. Lewis, « 350 Libyans Trained to Oust Qaddafi Are to Come to U.S. », The New York Times, 17 maggio 1991,
http://www.nytimes.com/1991/05/17/world/350-libyans-trained-to-oust-qaddafi-are-to-come-to-us.html?scp=3&sq=libya&st=nyt


19. Pierre Prier, « La garde tchadienne au secours du colonel Kadhafi », Le Figaro, 23 febbraio 2011,
http://www.lefigaro.fr/international/2011/02/23/01003-20110223ARTFIG00747-la-garde-tchadienne-au-secours-du-colonel-kadhafi.php


20. Pierre Prier, « Le nouvel état-major libyen sous tension », Le Figaro, 23 febbraio 2011,
http://www.lefigaro.fr/international/2011/11/18/01003-20111118ARTFIG00674-le-nouvel-etat-major-libyen-sous-tension.php


21. Russ Baker, « Is General Khalifa Hifter The CIA’s Man In Libya? », Op. cit.


22. Chris Adams, « Libyan rebel leader spent much of past 20 years in suburban Virginia », McClatchy Newspapers, 26 marzo 2011,
http://www.mcclatchydc.com/2011/03/26/111109/new-rebel-leader-spent-much-of.html


23. Abigail Hauslohner et Sharif Abdel Kouddous, « Khalifa Hifter, the ex-general leading a revolt in Libya, spent years in exile in Northern Virginia », The Washington Post, 19 maggio 2014,
http://www.washingtonpost.com/world/africa/rival-militias-prepare-for-showdown-in-tripoli-after-takeover-of-parliament/2014/05/19/cb36acc2-df6f-11e3-810f-764fe508b82d_story.html


24. Patrick Martin, « A CIA commander for the Libyan rebels », WSWS, 28 Marzo 2011,
http://www1.wsws.org/articles/2011/mar2011/pers-m28.shtml


25. Shashank Bengali, « Libyan rebel leader with U.S. ties feels abandoned », McClatchy DC, 12 aprile 2011,
http://www.mcclatchydc.com/2011/04/12/112071/libyan-rebel-chief-with-us-ties.html


26. Abigail Hauslohner et Sharif Abdel Kouddous, « Khalifa Hifter, the ex-general leading a revolt in Libya, spent years in exile in Northern Virginia », Op. cit.


27. Ethan Chorin, « The New Danger in Benghazi », The New York Times, 27 maggio 2014,
http://www.nytimes.com/2014/05/28/opinion/the-new-danger-in-benghazi.html?hp&rref=opinion&_r=1


28. Shashank Bengali, « Libyan rebel leader with U.S. ties feels abandoned », Op. cit.


29. Armin Arefi, « Khalifa Haftar, un général made in USA à l'assaut de la Libye », Le Point, 19 maggio 2014,
http://www.lepoint.fr/monde/khalifa-haftar-un-general-made-in-usa-a-l-assaut-de-la-libye-19-05-2014-1825281_24.php


30. RFI, « Libye: rumeurs de coup d'État sur la chaîne Al-Arabiya », 14 febbraio 2014,
http://www.rfi.fr/afrique/20140214-libye-rumeurs-coup-etat-chaine-al-arabiya/


31. Claire Arsenault, « En Libye, le général dissident Khalifa Haftar tente le coup », RFI, 23 maggio 2014,
http://www.rfi.fr/afrique/20140523-libye-general-dissident-khalifa-haftar-tente-le-coup-etat-benghazi-tripoli/


32. Armin Arefi, « Khalifa Haftar, un général made in USA à l'assaut de la Libye », Op. cit.


33. Esam Mohamed et Maggie Michael, « Un général dissident reçoit des appuis », Le Devoir, 21 maggio 2014,
http://web2.ledevoir.com/international/actualites-internationales/408707/libye-un-general-dissident-recoit-des-appuis


34. Justin Raimondo, « The Libyan ‘Coincidence’. CIA-backed general launches Libyan coup », Antiwar, 21 maggio 2014,
http://original.antiwar.com/justin/2014/05/20/the-libyan-coincidence/


35. John Hudson, « It’s Not Benghazi, It’s Everything », Foreign Policy, 20 maggio 2014,
http://www.foreignpolicy.com/articles/2014/05/20/it_s_not_benghazi_it_s_everything


36. Renseignor, « Devant la dégradation de la situation sécuritaire en Libye l'Arabie saoudite ferme son ambassade à Tripoli... », n°823, p.3, 25 maggio 2014


37. AFP, « Les États-Unis conseillent à tous leurs ressortissants d'évacuer la Libye », Le Monde, 28 maggio 2014,
http://www.lemonde.fr/libye/article/2014/05/28/les-etats-unis-conseillent-a-tous-leurs-ressortissants-d-evacuer-la-libye_4427429_1496980.html


38. Ethan Chorin, « The New Danger in Benghazi », Op. cit.


39. AP, « As Libya deteriorates, U.S. prepares for possible evacuation », CBS News, 27 maggio 2014,
http://www.cbsnews.com/news/as-libya-deteriorates-america-prepares-for-possible-evacuation/


40. Barbara Slavin, « US ambassador says Libyan general is going after 'terrorists' », Al Monitor, 21 maggio 2014,
http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2014/05/us-ambassador-libya-hifter-terrorists-attack.html#

 

 

Torna alla home
Dichiarazione per la Privacy - Condizioni d'Uso - P.I. 95086110632 - Copyright (c) 2000-2017
credits: salernodev