Cf2R (centre Français de Recherche sur le Renseignment), 1 settembre 2014 (trad. ossin)


Libia: il paese continua a disgregarsi

Alain Rodier


Mentre il mondo ha gli occhi rivolti verso l’Iraq e la Siria – dove lo Stato Islamico rappresenta “la maggiore minaccia attuale”, secondo gli Statunitensi – la Libia continua lentamente a disgregarsi senza che nessuno sembri poterci fare nulla. La Camera dei Rappresentanti, eletta a giugno (1), succeduta al Congresso generale nazionale (GCN), si riunisce a Tobruch, perché la capitale è diventata totalmente incontrollabile. Essa, il 24 dello stesso mese, ha designato il colonnello (nominato maggiore generale) Abderazzak Nadhouri, quale nuovo capo di stato maggiore al posto del generale Abdessalam Jadallah al-Obeidi. Il problema è che l’esercito in realtà non esiste, al di là delle forze speciali, di un’aviazione e di una marina moribonda. Inoltre la stessa autorità del nuovo capo di stato maggiore è contestata. Occorre dire che numerose unità sedicenti integrate nelle forze armate sono in realtà milizie, create molto prima la rivoluzione del 2011. Esse risalgono agli anni 1990, quando la Libia era sottoposta ad uno stringente embargo occidentale. Gheddafi le chiamava “kalb Adallah” (i “cani selvaggi”). La rivoluzione non ha fatto altro che aumentarne l’importanza permettendo loro di controllare in modo autonomo piccole parti del paese.


Tripoli è oggetto di violenti combattimenti tra le milizie di Misurata, raggruppate sotto le bandiere di “Alba libica” (al Fajr Libya), che hanno attaccato l’aeroporto, oggi in gran parte distrutto, e le milizie Zinten e del Djebel Nefusa, che sono state respinte nei sobborghi. Il colonnello Mokhtar Fernana, comandante della polizia militare, che si era schierato col generale Haftar nel corso dell’operazione Dignità, si è messo oramai in posizione difensiva (2).  Occorre dire che la più alta autorità religiosa della Libia, il grande mufti Sadik Al_Ghariani, sostiene apertamente le milizie islamiste e non riconosce l’autorità della Camera dei rappresentanti presieduta da Aguila Salah Issa.


Due precisi bombardamenti aerei vi sono stati il 18 e il 23 agosto, per tentare di indebolire le forze islamiche, verosimilmente realizzati da apparecchi Mirage 2000-9, riforniti in volo da un Airbus A330 MRTT degli Emirati Arabi Uniti (EAU), con l’appoggio logistico dell’Egitto, dove gli aerei avevano fatto scalo. Gli Stati Uniti, la Francia, il Regno Unito, l’Italia, la Spagna hanno subito protestato affermando che “le interferenze straniere in Libia possono solo esacerbare le divisioni e impedire la transizione democratica” (3). Il generale Haftar, che ha rivendicato i bombardamenti, ha così perduto la sua credibilità.


Abdelhakim Belhadi, ex jihadista del Gruppo islamico combattente libico (GICL), costituito dagli Occidentali nel 2011, oggi leader del partito politico Al Watan, che assicurava globalmente la sicurezza di Tripoli – in particolare a mezzo della milizia Al Nawasi – ha ripiegato verso la base navale e l’aeroporto di Mitiga, “rompendo i ponti” con le milizie di Misurata. Egli continua a ricevere un aiuto dal Qatar in quanto difende con le unghie e con i denti la causa dei Fratelli Mussulmani.


Bengasi, la seconda città del paese, è caduta quasi del tutto sotto il controllo del movimento islamista radicale Ansar al-Charia. Nonostante che “Alba Libica” e “Ansar al-Charia” siano considerati come “gruppi terroristici” dalla Camera dei Rappresentanti, quest’ultima non ha voluto però incriminare il movimento dei Fratelli Mussulmani che le finanzia e le sostiene.


In Cirenaica, Ibrahim Jadhrane che controlla i terminali petroliferi, dal giungo 2013 si oppone ai Fratelli Mussulmani, con l’appoggio dell’Arabia Saudita e dell’Africa del Sud, e quello nascosto dei Servizi israeliani che guardano con inquietudine la Libia diventare un santuario di jihadisti, alcuni dei quali si dislocheranno poi nel Sinai. Jadhrane sostiene l’azione del generale Haftar, particolarmente contro le milizie di Misurata. Anche il colonnello Wanis Abou Khamada, capo delle forze speciali della regione, si è allineato col generale Haftar. Ciò che non impedisce che l’operazione Dignità ristagni nell’est del paese, senza speranze di successi sostanziali se l’Egitto non interverrà in forza. Ora, sembra che il maresciallo Sisi non sia attualmente disponibile, avendo ben altri problemi da affrontare all’interno del suo paese.


Nel Fezzan, alcune milizie continuano a scontrarsi con le tribù Ouled Souleiman e i Toubou, per tentare di controllare le tante rotte del contrabbando. Alcuni emissari di “Alba Libica” però sarebbero stati inviati segretamente per tentare di negoziare l’alleanza coi Toubou, gli Amazigh e i Tuareg, promettendo loro il rispetto dei loro diritti da parte di un futuro governo islamico. Qui è l’Algeria che sarebbe in grado di intervenire, tanto più che in zona operano anche katiba di Al Qaeda nel Maghreb islamico (AQMI) e il movimento dissidente Al-Mourabitoune di Mokhtar Balmokhtar. Ma la Costituzione algerina vieta impegni delle forze armata fuori dal territorio. Solo i Servizi Speciali (Dipartimento di Informazione e della Sicurezza, DRS) potrebbero fare qualcosa, trattandosi di Servizi che operano segretamente. Non c’è dubbio che essi già operino per la raccolta di informazioni, ma che cosa faranno in fase offensiva?


I leader europei possono essere soddisfatti di quello che hanno fatto nel 2011. Certo, hanno contribuito alla caduta di un dittatore assai poco raccomandabile (sebbene ricevuto in gran pompa a Parigi nel 2007) e avviato una “transizione democratica” tanto cara agli intellettuali francesi, comodamente seduti al caffè di Flore. Ma soprattutto essi hanno provocato un vero e proprio caos regionale.


Nel 2013 la Libia si è lacerata tra jihadisti internazionalisti, salafiti, quel che resta di AQMI, capi guerrieri che controllano il loro pezzetto di territorio, contrabbandieri e il crimine organizzato transnazionale, ecc. Inoltre questo paese è diventato un esportatore di armi, di jihadisti e un crocevia di tutti i traffici, compresi quello della droga e degli esseri umani, con le tragiche conseguenze che si conoscono. Nessun miglioramento sembra potercisi attendere a breve o medio termine, tanto più che l’insicurezza è tale che la maggior parte delle rappresentanze straniere hanno abbandonato il paese. Il peggio è per le popolazioni civili locali e dei paesi vicini, che soffrono direttamente di questa situazione di degrado. I capi guerrieri e altri trafficanti, invece, traggono grandi vantaggi dall'economia di guerra. Un importante dittatore è stato rimosso. E’ stato rimpiazzato da una folla di piccoli dittatori che gestiscono senza vergogna le loro riserve.


I paesi confinanti – Egitto, Chad, Tunisia, Algeria e Sudan – tentano di coordinare le loro azioni, temendo che il conflitto libico si espanda. Essi propongono un generale cessate il fuoco e il disarmo delle milizie con una messa all’indice dei responsabili dei torbidi da parte dell’ONU. La speranza che vengano ascoltati sono minime, ma pure vale la pena di tentare. Se la cosa non funziona, occorrerà adottare misure più coercitive. Ma ne hanno i mezzi?



Note:


(1) Gli Islamisti che presidiano Tripoli e non riconoscono le nuove autorità hanno nominato, il 25 agosto, un governo di salvezza nazionale, guidato da Omar al-Hassi. Ci sono oramai due primi ministri in Libia, al-Hassi e Abdullah al-Thani

(2) Leggi: Note d’actualité n. 355, maggio 2014: “Le général Haftar, l’homme des Américains?”

(3) Se la situazione non fosse tragica, ci sarebbe solo da ridere su questa lezione supplementare di morale, data dai paesi che sono i primi responsabili del dramma che oggi la Libia vive.

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