eurasiafuture, 26 febbraio 2019 (trad.ossin)
 
La Francia e l’Italia si fanno una guerra per procura in Libia
Andrew Korybko
 
Questo articolo è la trascrizione di un’intervista rilasciata da Andrew Korybko a RT Germania, a proposito degli ultimi sviluppi in Libia. L’intervista è stata pubblicata dal giornale in forma sintetica col titolo «Colonialismo 2.0: la Francia e l’Italia sono in guerra per procura in Libia».
 
Mappa dei campi petroliferi e degli oleodotti in LIbia
 
L’esercito del generale Khalifa Haftar ha annunciato di avere preso il controllo del più grande campo petrolifero in Libia. Quali conseguenze tale fatto comporta per il governo libico riconosciuto internazionalmente che controllava questa zona?
 
Il «Governo di intesa nazionale», come si fa chiamare, ne risulta ancor più messo ai margini, e costretto dalle circostanze ad accettare «compromessi politici» con l’«Esercito nazionale libico» non riconosciuto del generale Haftar. Ciò ricorda la situazione dell’Afghanistan, col governo di Kabul riconosciuto internazionalmente che è però costretto a negoziare coi Talebani nonostante questi ultimi continuino ad essere considerati dalla comunità internazionale come una «organizzazione terrorista» (I Talebani sono attualmente banditi dalla Russia, ma Mosca ha recentemente annunciato che sosterrà la cessazione delle sanzioni ONU contro di loro).
 
In assenza di una soluzione politica, quali possibilità ci sono che Khalifa Haftar assuma con le armi il controllo del governo a Tripoli ?
 
Il generale Haftar preferisce evitare una soluzione militare alla guerra civile libica, per ragioni sia simboliche che pragmatiche. Si rende conto di quanto sarebbe compromessa la sua proposta di riconciliazione nazionale se i due «governi» libici si affrontassero in armi: si tratterebbe di un nuovo disastro che renderebbe ancora più difficile la vita ai Libici della strada. La sua strategia sembra spingerlo ad avanzare progressivamente nelle zone periferiche della capitale, per porre l’Esercito nazionale libico in posizione di scacco al re: a quel punto il Governo di intesa nazionale si vedrà costretto ad accettare dei «compromessi politici» nell’interesse dell’unità nazionale.
 
Se non si riuscisse a pervenire a tali compromessi, il suo esercito potrebbe avvicinarsi alla capitale, pur evitando un’offensiva vera e propria: si tratterebbe piuttosto di «stringere il cappio» intorno ad essa, perché la popolazione si sollevi contro il governo e vada ad «aprire le porte» alle truppe del generale Haftar. Una vera offensiva contro la capitale presenterebbe anche l’inconveniente di assomigliare ad un tentativo di presa del potere da parte di un gruppo armato non riconosciuto contro un governo internazionalmente riconosciuto, e questa è un’altra ragione per cui il generale Haftar è così riluttante a imbarcarsi in una simile operazione.
 
La Francia ha effettuato raid aerei nella zona di confine tra la Libia e il Ciad. In precedenza Macron era andato in Egitto, che viene considerato uno dei principali sostenitori del governo di Tobruk guidato da Khalifa Haftar. La Francia sta lavorando per indebolire Tripoli?
 
La Francia difende degli interessi in Libia nell’ambito di quella che viene definita «Lotta per assicurarsi l’Africa», e si serve del «G5 Sahel», il suo mandato regionale antiterrorista, per estendere la propria influenza nella zona di frontiera del sud della Libia, dopo avere bombardato un gruppo ribelle che era penetrato nel nord del Ciad. Tutto ciò completa l’appoggio tacito (per non dire clandestino) che la Francia accorda al generale Haftar, sulla stessa base implicita (l’uomo è considerato la migliore arma antiterrorista del paese). Parigi spera che i suoi sforzi vengano pagati profumatamente se l’uomo riuscirà ad impadronirsi del potere, in primo luogo offrendo come ricompensa i diritti di sfruttamento sull’industria energetica libica [Sembra anche che i presidenti francesi che stentano a farsi rieleggere trovino conveniente farsi finanziare la campagna elettorale dalla Libia, NdT].
 
In qual misura può dirsi che la Francia sia impegnata in una guerra per procura contro gli interessi italiani in Libia? L’Italia è considerata come uno dei supporter più influenti del governo di Tripoli riconosciuto dalla comunità internazionale e l’ENI, il gigante energetico, rischia di perdere influenza?
 
La competizione storica tra l’Italia e la Francia è riemersa dopo che la guerra della NATO del 2011 è riuscita a distruggere la Jamahiriya : i due paesi hanno avviato una competizione per il controllo delle materia prime, con Parigi che cerca di prendere il sopravvento sugli interessi radicati di Roma sul paese (eredità dell’influenza coloniale italiana e della sua vicinanza geografica). Oggigiorno i due paesi sono anche nemici ideologici, dopo che il governo euro-realista italiano si è collocato in opposizione a quello euro-liberale francese in diversi momenti dello scorso anno – gli esempi più notevoli sono dati dal movimento dei Gilet gialli e dalla questione delle migrazioni illegali. Non è dunque inimmaginabile che Parigi nutra la speranza di utilizzare il generale Haftar come una specie di mandatario contro l’influenza di Roma su Tripoli, allo scopo di realizzare un colpo di Stato geopolitico in un territorio «vicino prossimo» dell’Unione europea, e di inviare all’Italia un messaggio: «resta al posto tuo» e non azzardarti mai più a opporti alle ambizioni della Francia in Africa.
 
La Francia e l’Italia sono due ex potenze coloniali in Africa. In che modo l’eredità coloniale condiziona la loro situazione geopolitica ai nostri giorni?
 
Le impronte lasciate dalla due potenze coloniali europee nell’epoca coloniale continuano a essere presenti in Libia. Strategicamente l’Italia si è riaffacciata da poco sul continente africano dopo decenni di assenza, tanto da mostrare evidenti «ritardi» rispetto alla Francia. Parigi dispone di un’esperienza ben più importante di Roma in questo «gioco», e ciò spiega perché abbia scelto di sostenere discretamente il generale Haftar, avendo compreso che si sarebbe dimostrato molto più efficace per garantire l’unità nazionale e nella lotta al terrorismo, rispetto alle autorità profondamente divise di Tripoli, che – da parte sua – Roma ha invece scelto di appoggiare. Dal punto di vista del diritto internazionale, l’Italia «gioca secondo le regole», e la Francia le «viola», sebbene sia probabile che quest’ultima ne uscirà vincitrice, dal momento che la sua strategia appare ben più pragmatica nella difesa dei propri interessi.
 
L’articolo di Foreign Policy, intitolato «L’Occidente lascia la Libia disintegrarsi» denuncia il laisser-faire delle potenze europee nel conflitto libico, e il fatto che pensino solo ai loro interessi. Non è interesse degli Europei la pacificazione della Libia, nonostante le ondate continue di rifugiati che giungono in Europa da questo paese?
 
Per convincenti che possano essere gli argomenti esposti in questo articolo, e senza trascurare il fatto che taluni attori (statali e non statali) in Europa abbiano interesse a perpetuare il conflitto, alle potenze europee conviene obiettivamente che torni la pace in Libia il prima possibile. Ciò contribuirebbe, non solo a contenere i flussi migratori su larga scala provenienti dall’Africa dell’Ovest (E che potrebbero accrescersi ancora in un prossimo futuro se la destabilizzazione del Mali, propagatasi dalla Libia, si allargasse al Burkina Faso e mettesse a rischio anche le vicine nazioni costiere che sono la Costa d’Avorio, il Ghana, il Togo e il Benin), ma metterebbe anche in sicurezza le imprese di estrazione di energia e avvierebbe i lavori di ricostruzione del dopoguerra.
 
I dirigenti di Tripoli si compiacciono di dire che Haftar, per quanto abbia il controllo dei pozzi di petrolio, non lo può vendere in quanto il controllo sulle vendite è detenuto dalla Società petrolifera nazionale. Haftar sarà in grado di aggirare questa situazione? Per quali altri ragioni ha lanciato l’offensiva nella Libia del sud?
 
I sostenitori internazionali di Tripoli stanno sicuramente controllando le attività in corso lungo la costa libica e stanno cercando di impedire che il generale Haftar violi il divieto di vendita del petrolio nazionale al di fuori dell’ambito della Società petrolifera nazionale, e l’uomo è in grado senz’altro di comprendere che, nel lungo periodo, è più conveniente per lui rispettare queste regole, piuttosto che aggirarle, quali che possano esserne i benefici a breve termine. L’operazione di presa di possesso dei campi petrolieri non mirava a finanziare il suo impegno bellico, ma piuttosto a posizionarsi, ponendo la Società petrolifera nazionale e i suoi proprietari riconosciuti sul piano internazionale in una situazione di dipendenza strategica, che li costringerà ad accettare «concessioni politiche», come una riforma costituzionale e un accordo di condivisione del potere prima delle elezioni nazionali.
 
Il comandante in capo dell’AFRICOM statunitense, Thomas Waldhauser, ha accusato la Russia di tentare di rafforzare la sua presenza in Libia. La Russia gioca un ruolo importante di sostegno ad Haftar? Dopo tutto, mantiene anche relazioni con Tripoli.
 
Il progetto russo per il XXI secolo è di posizionarsi come «equilibratore» supremo degli affari euro-asiatici, cosa che ho approfondito in un’analisi pubblicata l’anno scorso col titolo «La grande strategia della Russia in Africa e in Eurasia (E quello che potrebbe non funzionare)». In tale contesto, parlare di una sedicente «presenza» russa in Libia costituisce un’accusa non verificata e rilanciata dai media mainstream occidentali, che puzza di guerra di informazioni diretta a perturbare le relazioni cordiali che Mosca intrattiene col governo di Tripoli da una parte, e con Haftar dall’altra, e a indebolire la delicata strategia russa di «equilibrio» tra loro. La Russia non è schierata in questo conflitto, ma spera di far uso della sua influenza diplomatica sulle due parti per giungere ad una soluzione politica del conflitto, sulla falsariga della soluzione negoziata che ha ottenuto, suscitando tanto stupore, in Repubblica Centrafricana all’inizio di febbraio 2019, mentre questo paese era flagellato da una guerra ben più sanguinosa.
 
L’attività della Russia è particolarmente importante in Repubblica Centrafricana. La Russia mantiene anche buone relazioni col Sudan, ed è un attore in Libia. Quale è la strategia geopolitica perseguita da Mosca nel continente, e la Russia mira a creare delle zone di influenza come in epoca sovietica?
 
La Russia utilizza in modo creativo vari mezzi di potere a basso costo, ma estremamente efficaci, per portare la stabilità in Africa, seguendo il modello di «sicurezza democratica» che ho descritto dettagliatamente nel mio recente articolo «Gli USA temono più di lasciare l’Africa ai Russi che ai Cinesi», sempre in conformità col diritto internazionale e senza mai violare la sovranità degli Stati, in opposizione quindi coi metodi usati dagli USA e dalla Francia, che pure dicono di fare altrettanto. Il Sudan costituisce la passerella di accesso della Russia al continente, cosa che ho spiegato in un’analisi pubblicata l’anno scorso col titolo «Le competenze della Russia in materia ferroviaria potrebbe rimodellare la geopolitica del continente africano», in relazione all’invito rivolto da Khartoum a Mosca di partecipare a dei progetti ferroviari internazionali, che potrebbero permettere alla Russia di esercitare un’influenza importante e multipolare in materia di integrazione nel continente africano. Da notare anche che l’assistenza diplomatica del Sudan si è dimostrata essenziale per il raggiungimento dell’accordo di pace negoziato dalla Russia nella Repubblica Centrafricana, recentemente formato a Khartoum.
 
Al contrario della situazione statica dei tempi della vecchia Guerra fredda, la nuova Guerra Fredda non ha linee di demarcazione ideologiche o geopolitiche marcate, e sarà assai più dinamica; resta solo da vedere fino a che punto i metodi di influenza si sono diversificati nel momento in cui le reti di informazione, il «soft-power», e i progetti di integrazione hanno assunto un’importanza inedita. La Russia sta elaborando una strategia completa ma flessibile per l’insieme dell’Africa, in grado di adattarsi alle mutevoli circostanze e di modellarle nella direzione degli interessi che condivide coi suoi partner. Si tratta di soluzioni personalizzate di «sicurezza democratica», in grado di realizzare stabilmente un ambiente favorevole allo sviluppo socio-economico e alla riuscita dei progetti di integrazione internazionali. Col Sudan come testa di ponte, si può dire che la Russia si sta concentrando soprattutto sull’Africa del Nord-Est (il Corno d’Africa), del Centro e dell’Est; sono zone in cui anche altre potenze extra-regionali, come la Cina, gli EAU e l’India stanno sviluppando la loro presenza.
 
Turchia e Qatar appoggiano la presenza delle milizie alleate di Tripoli a Misurata. Si vedono immagini, sempre ripetute, di consegne di armi provenienti dalla Turchia. Ankara, che anche ha fatto importanti investimenti a Ubari, si ingerirà nel conflitto nella Libia del sud?
 
Per la Turchia, o per qualunque altro presunto supporter straniero delle forze di Misurata, l’obiettivo è molto più semplice di quanto non lo sia a Ubari [vicino a Murzuch nel sud-est, NdT], per elementari ragioni geografiche: Misurata è una città costiera del Mediterraneo, mentre Ubari è un’oasi sahariana. Ankara intrattiene eccellenti relazioni con Khartoum, ma il suo partner regionale deve attualmente confrontarsi con importanti disordini interni, e non ha alcun desiderio di vedere il suo territorio come una base utilizzata per interferire nella vicina Libia. Questo dovrebbe escludere che la Turchia trasferisca armi clandestinamente attraverso il Sudan. Per fare ciò sarebbe anche necessario aggirare i controlli esercitati dalle forze del generale Haftar lungo i circa 1300 chilometri di frontiera tra il Sudan e questa città.
 
Potrebbe però tentare di far passare delle armi, segnalate come consegnate alle forze che controllano Misurata, attraverso il sud, ma questo non basterebbe a cambiare la situazione in ogni caso: i rapidi successi del generale Haftar dovrebbero già avere demoralizzato quei combattenti. Semplicemente la Turchia non è in grado di pesare sulla dinamica militare in questa regione della Libia. Ma un continuato sostegno da parte sua ai combattenti di Misurata potrebbe rendere impossibile un assalto finale del generale Haftar contro il governo di intesa nazionale, se non a costo di perdite inaccettabili, e di provocare la distruzione totale della regione Nord attorno alla capitale.
 
Corrono voci che Misurata vorrebbe sfruttare il conflitto nel sud della Libia per consolidare il proprio potere a Tripoli. Che cosa ne dice?
 
Un indebolimento del governo di intesa nazionale, prodotto dalla disfatta del suo esercito a sud, potrebbe consentire a Misura di assumere un ruolo più centrale nel governo internazionalmente riconosciuto. A quel punto, il generale Haftar dovrebbe assicurarsi l’accordo di Misurata in qualsiasi tentativo di spingere Tripoli ad accettare un «compromesso politico».
 
 
 
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