Crisi libica: perché non c’è soluzione politica?
Dr Abderrahmane Mekkaoui *
 
 
Dalla caduta del colonnello Gheddafi nel 2011, provocata dall’intervento franco-britannico sostenuto dagli Stati Uniti, la Libia ha perso ogni sicurezza e stabilità, e il caos provocato dall’operazione occidentale ha contagiato tutti i paesi vicini
 
Il maresciallo Khalifa Haftar
 
Con 2 200 milizie, che si ispirano tutte all’Islam politico – Fratelli Musulmani e salafiti di Ansar Al-Chariaa, senza dimenticare gli jihadisti di Al-Qaeda e di Daesh -, il terreno si presenta fertile alla perpetuazione dell’instabilità. E il fatto che siano svaniti nel nulla 40 milioni di armi è questione che allarma gli Stati vicini.
 
Approfittando di questa anarchia totale, Khalifa Haftar, un ufficiale superiore vissuto in esilio negli Stati Uniti dopo il clamoroso fallimento ella sua campagna militare contro la banda di Aouzu, in Ciad nel 1978, è rientrato in Libia rivendicando la guida del nuovo esercito che intendeva ricostruire dopo il suo smembramento a opera dei raid occidentali.
 
Gli islamisti di Misurata, alleati della Turchia di Erdogan e del Qatar, lo hanno dapprima spinto a rifugiarsi in Cirenaica, territorio limitrofo dell’Egitto, del Sudan e del Ciad. Appoggiandosi ad alcune tribù libiche e ad ex elementi dell’esercito di Gheddafi, bene addestrati, l’autoproclamato maresciallo Haftar ha ricostituito un Esercito nazionale libico (LNA). Il grosso degli effettivi dell’’ex Aeronautica militare e della Marina gli hanno giurato fedeltà. Il suo primo obbiettivo è stato di sradicare Ansar Al-Charia a Bengasi, oltre al gruppo radicale del 17 febbraio, vicino ad Al-Qaeda. A partire dal 2014, il LNA ha dunque combattuto contro tutti i gruppi che si ispiravano al Califfato islamico e/o si proponevano di creare uno Stato Islamico. Oggi dispone di un grande sostegno politico per effetto delle ultime elezioni legislative e l’istituzione di un Parlamento a Tobruch, avendo cura di mantenere un equilibrio istituzionale con la Tripolitania e il Fezzan del Sud. Questa decentralizzazione, voluta e accettata da tutte le forze in conflitto, ha portato alla creazione di due Parlamenti, quello di Tripoli che, sotto la pressione delle milizie islamiste, non ha voluto sciogliersi, e quello di Bengasi.
 
La Libia presenta oramai un volto assai complesso da decifrare: due governi, due Parlamenti, diversi eserciti, diversi capi, una sola Banca nazionale e una sola società nazionale di idrocarburi. Altri attori esterni, dagli interessi contraddittori, appoggiano i vari protagonisti sul campo.
 
Da un canto l’Egitto del maresciallo Al-Sissi, che ha dichiarato guerra ai Fratelli Musulmani – decretati «organizzazione terrorista» -, dei quali molti leader sono fuggiti verso la Libia, vi sono poi gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita che garantiscono sostegno finanziario, mediatico e militare ad Haftar. Quest’ultimo è anche appoggiato da Idriss Déby, il presidente del Ciad, indebolito dalla presenza nel sud libico dei suoi più accaniti oppositori, e minacciato da Boko Haram che saccheggia la regione sahelo-sahariana.
 
Dall’altro canto, la Tripolitania è nelle mani del Governo di unità nazionale (GUN), presieduto da Faiz al-Sarraj, che beneficia del sostegno della Turchia e del Qatar. Il GUN è nato dall’accordo di Skhirate del 2015. In tale occasione, il Marocco ha fatto sforzi considerevoli per mettere insieme i diversi rappresentanti delle tribù libiche e delle diverse formazioni politiche, con l’obiettivo di preparare elezioni legislative e presidenziali sotto l’egida dell’ONU.
 
Dal 2011, l’ONU ha sempre giocato, col sostegno dell’Unione africana, il ruolo di mediatore per la costituzione di un unico esercito nazionale e di una forza di polizia legittima. Nonostante gli sforzi diplomatici fatti dalla Francia e dell’Italia, ciascuna delle quali perseguiva la propria agenda politico-economica, non è successo niente. Il fallimento è dovuto a ragioni obiettive.
 
– I due fratelli nemici non sono più in grado di controllare né la pace né la guerra. Haftar lascia intendere che la sua è una guerra senza quartiere contro le milizie islamiste di Tripoli e contro ogni forma di terrorismo. Da parte sua, il presidente del GUN l’accusa di aver clonato il sistema di Gheddafi con l’appoggio di potenze straniere.
 
– Il fallimento della campagna di Haftar contro Tripoli è imputabile al voltafaccia delle milizie islamiste, che si erano alleati con lui procurando mezzi finanziari, cosa che spiega la rapida caduta di Sabrata, di Ghariane, dell’aeroporto internazionale di Tripoli, del campo Yarmouk, sbarramento militare della capitale… Il piano di Haftar (impedito dal voltafaccia delle milizie) prevedeva l’ingresso delle sue truppe a Tripoli nello stesso giorno della visita del Segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres.
 
– Le tribù libiche, dopo la caduta di Gheddafi, non riescono più a garantire un punto di equilibrio a Tripoli. Le 100 tribù nelle quali si divideva la popolazione ai tempi di Gheddafi, e che costituivano il pilastro del regime, sono state messe fuori gioco dall’islam politico, che vede contrapposti i salafiti ai Fratelli Musulmani. Queste tribù si sono divise tra chi sostiene il LNA di Haftar e chi invece il GUN di Al-Sarraj. Perfino la confraternita Senussita, circondata da un’aurea agli occhi dei Libici, e addirittura al di là delle frontiere libiche, non ha più nessuna influenza, e i capi di Zauia e della tarika sono stati liquidati o costretti all’esilio verso la Tunisia o l’Algeria. Gli islamisti di Misurata, recentemente riforniti di elicotteri da combattimento, droni armati e carri armati turchi, danno filo da torcere al LNA, che pure è dotato di armi modernissime provenienti dall’Egitto e dagli Emirati.
 
Quindi il conflitto oppone due parti libiche, ciascuna sostenuta da clan internazionali antagonisti. I due belligeranti operano in una logica di reciproca negazione. Il ricorso abituale al takfir (scomunica) è indicativa del carattere ideologico della contrapposizione. Ma il problema principale resta il petrolio, la cui estrazione ha toccato gli 800 000 barili al giorno. I giacimenti sono nelle mani di Haftar ma i ricavi vanno a Al-Sarraj, essi sono acquisiti da Tripoli attraverso la Banca centrale. Il 13% che va ad Haftar è una miseria.
 
In conclusione, l’ONU che ha riconosciuto l’indipendenza della Libia nel 1951, grazie al voto determinante di Haïti, è responsabile di questa anarchia. Solo l’intervento dei caschi blu può ripristinare la stabilità e la sicurezza in questo paese dell’Africa del Nord. Qualsiasi deterioramento ella situazione contribuirebbe e rendere più complicata la situazione in Algeria, che sta attraversando un periodo particolarmente agitato, e in Tunisia, i massima allerta per conservare le sue conquiste rivoluzionarie, senza parlare della zona sahelo-sahariana… 
 
(*) Politologo, specialista dei problemi della sicurezza e militari. Componente del Collegio dei consiglieri internazionali del CF2R.
 
 
 
 
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