Una prigione spagnola in territorio mauritano

di Nicola Quatrano


Gli accordi tra Italia e Libia per il “respingimento” in mare dei clandestini hanno un precedente in quelli stipulati tra Spagna e Mauritania nel 2005. Nella città mauritana di Nouadhibou sorge un Centro per il trattamento dell’emigrazione costruito dalla Spagna, è noto a tutti col nome di Guantanamito, piccola Guantanamo.


Le critiche rivolte agli accordi tra Italia e Libia per il “respingimento” in mare dei clandestini hanno solido fondamento. Sono convenzioni che legittimano pratiche crudeli, irrispettose dei diritti umani (specialmente nei confronti dei potenziali richiedenti asilo) ed anche inutili. Le cifre sbandierate dalle Autorità italiane relative alla riduzione degli sbarchi negli ultimi mesi sono mistificanti per due ragioni: la prima è che il calo del numero dei migranti è più frutto della crisi economica globale (che colpisce anche gli aspiranti clandestini, riducendone le disponibilità economiche necessarie ad intraprendere il viaggio), che dei controlli messi in atto congiuntamente dalla guardia costiera libica e italiana. La seconda è che la determinazione di chi vuole venire in Europa è cosi forte, che certamente si troveranno nuove rotte capaci di eludere i controlli cosi costosamente messi in campo dalle autorità italiane.
I costi, appunto. Bisognerebbe fare un po’ di conti e vedere se per caso le immense risorse destinate alla repressione della immigrazione non superino di gran lunga quanto occorrerebbe per finanziare una civile ed umana politica di accoglienza. Ma tant’è, non è stata solo l’Italia a scegliere la strada della chiusura, a trasformare il mar mediterraneo in un percorso a senso unico che solo gli europei possono attraversare per godersi delle  vacanze a prezzi stracciati, ma vietato a tutti coloro che, dall’Africa, vorrebbero sfuggire alla fame, alle guerre ed alla violazione dei diritti fondamentali.  
La politica dei “respingimenti” in mare ha un precedente semisconosciuto, un accordo tra la Spagna e la Mauritania che delega alle Autorità di quest’ultimo paese il “trattamento” dei clandestini catturati nel tentativo di raggiungere le coste spagnole delle isole Canarie. La Spagna ha costruito un centro di accoglienza in territorio mauritano, nella città di Nouadhibou, che finanzia con larghezza di mezzi. Questo centro è meglio conosciuto con il nome di “Guantanamito”, vale a dire “Piccola Guantanamo”.

Guantanamito
Nouadhibou è la capitale economica della Repubblica islamica di Mauritania, un tempo assai prospera, oggi in crescente difficoltà. Non è più la città dove convergevano mauritani e stranieri da tutte le parti, non è più la città dove il lavoro, spesso informale, permetteva a tutti di guadagnarsi la vita. Oggi l’economia, legata soprattutto alla pesca, è in crisi, a causa della temibile concorrenza posta in essere dal Marocco (che sfrutta illegalmente le risorse del Sahara occidentale occupato) e della Spagna. Ma nonostante questo declino, la città di Nouadhibou continua  ad essere meta di moltissimi subsahariani, decisi a tentare l’”avventura” di andare in Europa. Così la quasi totalità degli autisti di taxi, dei lustrascarpe, dei pescatori occasionali e dei gestori di piccoli commerci è composta da migranti in attesa dell’occasione propizia per prendere il mare a bordo di qualche barcone verso le isole Canarie.
A Nouadhibou sorge un centro di identificazione dei subsahariani catturati in mare aperto mentre tentano di raggiungere la costa spagnola. E’ stato fondato nel 2005, sulla base di un accordo tra la Spagna e la Mauritania, per il “respingimento” in mare dei migranti. E’ allocato in una ex-scuola, ristrutturata dal Genio militare spagnolo, e la sua gestione è affidata alla Direction Régionale de la Sûreté  di Nouadhibou ed alla Croce Rossa spagnola, con l’assistenza umanitaria supplementare della Mezzaluna Rossa mauritana. Il finanziamento del Centro, che si valuta in diverse centinaia di milioni di euro, è assicurato dal programma FRONTEX (Frontières extérieuses) dell’Unione Europea.

Una prigione spagnola in territorio mauritano
Il 7 agosto 2009 ci rechiamo dal Wali di Nouadhibou, Baccar Ould Nah, per domandargli l’autorizzazione a visitare il Centro di identificazione. La risposta è un cortese diniego: “La competenza è del Ministro della Giustizia” . Apprendiamo però che, ad oggi,  nel centro di identificazione vi sono solo 12 persone, sebbene proprio ieri ne siano state rimpatriate 48. Gli chiediamo anche la ragione di questa collocazione del centro in territorio mauritano, e ci risponde: “Qui da noi è più semplice identificarli, noi conosciamo i dialetti, le tribù. In Spagna è più difficile”.
Una ragione di “praticità” dunque, a sentire il capo della Wilaya di Nouadhibou. E allora perché tutti chiamano questo centro con l’allarmante nome di “Guantanamito”, vale a dire “Piccola Guantanamo”?

Ne parliamo con Maitre ZAID EL MOUSLIMINE, 50 anni, ex magistrato, oggi avvocato a Nouadhibou.


“ Il Centro di trattamento per l’emigrazione è più noto come Guantanamito per varie ragioni, la prima delle quali è che si tratta di una prigione europea in territorio  mauritano”. Proprio come la famosa prigione aperta dall’amministrazione Bush (per sottrarsi ad ogni controllo giurisdizionale ed amministrativo) in un lembo di terra cubana occupata illegalmente dagli USA, territorio non soggetto ad alcuna giurisdizione.
“Le persone rinchiuse in questo centro – prosegue Maitre Zaid El Mouslimine – non hanno commesso alcun fatto previsto come reato dalla legge mauritana. Per entrare in Mauritania, gli Africani non hanno bisogno di visto, quindi tutti i numerosissimi africani subsahariani che si trovano qui vi hanno fatto ingresso in modo del tutto regolare. Il problema riguarda solo rari casi di immigrati asiatici, specialmente provenienti dal Bangladesh, che sono irregolari perché sono entrati nel territorio della Repubblica di Mauritania senza visto. Ma si tratta in ogni caso di un modesto reato contravvenzionale, punito con una ammenda o con la prigione fino ad un massimo di sei mesi con pena sospesa”.
Il problema, osserviamo, sorge quando tentano di raggiungere la costa spagnola.
“Tutti quelli che sono entrati correttamente in Mauritania – prosegue El Mouslimine -, vale a dire tutti gli Africani, possono lasciare il paese nel modo che preferiscono e anche in questo caso, dal punto di vista della legislazione della Mauritania, non vige alcuna imposizione di visto. Quelli che cercano di raggiungere le Isole Canarie con imbarcazioni di fortuna, quindi, non commettono alcuna infrazione delle leggi mauritane. E’ solo in virtù di un accordo con la Spagna che la Mauritania accoglie i clandestini che sono intercettati dalla Guardia Civil spagnola (assai raramente dalla polizia mauritana) nel centro di Nouadhibou, per identificarli e respingerli nel paese di origine.
Si tratta dunque di una prigione spagnola in territorio mauritano, serve a detenervi persone che non hanno commesso alcun reato secondo la legge mauritana, ed ad espellerle senza che ciò sia consentito dalla legge mauritana, in violazione peraltro delle stesse procedure previste dalla legge mauritana. Quest’ultima consente infatti che un Africano possa essere espulso dal paese solo con provvedimento definitivo della magistratura”.

Detenzione amministrativa
“La seconda ragione per la quale chiamiamo questo centro “Guantanamito” è che le persone qui rinchiuse si trovano in stato di detenzione amministrativa, senza che sia intervenuto alcun provvedimento di un giudice, unica autorità, in uno Stato di diritto, cui sia attribuito il potere di privare una persona della libertà personale in seguito alla commissione di un reato. Peraltro non sono fissati limiti temporali per questa detenzione, essa dura per tutto il tempo necessario alla identificazione ed alla espulsione del clandestino”.
Domandiamo: “Parlare di Guantanamo significa anche evocare la tortura. Lei ha notizie di maltrattamenti riservati ai detenuti?”
“No – risponde – non credo che siano torturati, e comunque non ne ho mai avuto sentore, ma anche solo la detenzione senza colpa è una forma di maltrattamento, e queste persone, ricordiamolo, non hanno commesso alcun reato, non hanno infranto alcun divieto secondo la legge mauritana.
Inoltre nessuno si preoccupa delle ragioni che li hanno spinti ad emigrare. Anche quelli che, secondo il diritto internazionale, dovrebbero vedersi riconosciuto lo status di rifugiati, vengono ugualmente rimpatriati, respinti verso l’inferno dal quale erano stati costretti a fuggire”.
Gli chiediamo informazioni sulle procedure di identificazione, risponde che sono assai più sommarie di quelle stabilite dai protocolli europei. D’altronde è questa una delle ragioni principali per le quali i paesi europei “delegano”  ad altri la gestione dei rimpatri. In Europa, l’identificazione di un clandestino che abbia  distrutto i suoi documenti e rifiuti di collaborare è una impresa lunga e difficile, perché vi sono leggi da rispettare e un’opinione pubblica da non scandalizzare. In paesi come la Mauritania, la Libia e il Marocco, dove il rispetto dei diritti umani è solo una facciata da mostrare all’occidente per ottenerne gli aiuti, non si va troppo per il sottile, tanto più che in questo caso è proprio  l’Europa che glielo chiede. L'Europa insomma assicura soldi e sostegno a questi regimi, in cambio di un lavoro sporco che non può permettersi di fare in prima persona.
“Le procedure di rimpatrio – prosegue El Mouslimin – sono terribili. Mi è capitato di vedere una volta, vicino ad un autobus stipato di clandestini che venivano portati a Nouakchott per il rimpatrio, un cadavere per terra. Ritengo fosse di qualcuno morto a causa delle dure condizioni di detenzione e di rimpatrio. Ho denunciato questo fatto alla Gendarmeria di Noaudhibou, ma non ne ho più saputo niente”.
Maitre Zaid El Mouslimin, nella sua qualità di responsabile di una Organizzazione Araba per i diritti dell’uomo,  sta preparando un rapporto destinato a tutte le organizzazioni umanitarie. Assicura che lo invierà anche a OSSIN, che sarà lieto di pubblicarlo.
 
“Noi non siamo ladri, non siamo assassini, siamo clandestini”
I migranti rinchiusi a Guantanamito sentono fortemente l’ingiustizia del trattamento che viene loro riservato, soprattutto da parte delle Autorità mauritane, paese del quale nessuno di loro ha violato le leggi. Così sui muri del centro di identificazione si possono leggere frasi del genere: “Bisognerebbe esserci riconoscenti perché, grazie a noi, la vostra economia è cresciuta”, “I Mauritani hanno procurato tante frustrazioni e tanto disprezzo agli stranieri”, “Se le autorità mauritane fossero davvero mussulmane e se si ispirassero al Santo Corano, non agirebbero in questo modo”, “Noi non siamo ladri, non siamo assassini, siamo clandestini”.

Il costo di un viaggio verso l’Europa varia a seconda della filiera di “passeurs” (i trasportatori, gli organizzatori del viaggio) cui ci si rivolge. Può raggiungere la somma di un milione di ouguiya (la moneta mauritana: 1.000.000 di ouguiya  = 2.725 euro circa) a persona. Una cifra che copre largamente le spese. Per l’organizzazione di un viaggio di 50 persone, infatti, il passeur deve procurare una piroga (2.500.000 ouguyia = 6811 euro), un motore (1.500.000 ouguyia = 4087 euro), 2500 litri di benzina (500.000 ouguyia = 1362 euro), un GPS, cinture di salvataggio, 1000 pacchi di biscotti, 1000 litri di acqua e mille scatole di sardine (1.000.000 di ouguyia = 2724 euro). In totale da 5 a 6 milioni di ouguyia, vale a dire da 13.000 a 16.000 euro, su un incasso complessivo di circa 136.000 euro.

Si tratta di un businnes molto appetitoso, che si avvale di diffuse complicità tra i poliziotti, i gendarmi e perfino le alte autorità. Le filiere di passeurs sono composte infatti da una vasta articolazione di procacciatori di clienti, reclutatori e facilitatori, che operano alla luce del sole e non potrebbero farlo senza la benevolenza delle autorità. Gli uomini dei commissariati e delle brigate di gendarmeria, impegnati nella repressione del traffico di clandestini, sono noti per la loro buona posizione economica, frutto proprio dei collegamenti che intrattengono con gli operatori del “settore”.

Tijani Sy, un casamancese (popolo della Casamance, una regione del Senegal) di quaranta anni, risiede a Nouadhibou da dieci anni. Vi è arrivato a nuoto e marciando  a piedi nel deserto per sei mesi. Suo obiettivo è quello di andare alle Canarie ed ha già fatto quindici tentativi. Più di sette volte è riuscito a raggiungere Tenerife, ma ogni volta lo hanno espulso. Malgrado tutto Tijani resta determinato a raggiungere l’Europa, o a morire al largo delle coste spagnole.





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