Quando i comunisti giunsero al potere nel 1949, il paese aveva 40,000 dottori per una popolazione di 540 milioni, il che significava un dottore ogni 13.500 abitanti (oggi il rapporto è 1 a 950). La carenza era aggravata dal fatto che la maggioranza dei dottori viveva in città, eccetto alcuni seguaci della medicina tradizionale. La campagna era pressocchè sguarnita di copertura medica, per cui le malattie infettive e la mancanza di igene erano la norma.

Sebbene la maggioranza dei leader del movimento comunista erano di origine urbana o semi-urbana la forza del movimento risiedeva nel movimento contadino, per cui il partito fece della copertura sanitaria nelle campagne la propria priorità.

Nel 1951 a causa della carenza di dottori il partito decise di affidarsi a “operatori della salute”. Nel 1957 c'erano già 200.000 “dottori di villaggio”,  l'amministrazione era sotto il controllo dell'autorità locale. Questi “dottori di villaggio” avevano ricevuto un'istruzione sommaria, per cui, sebbene non fossero in grado di curare casi gravi, poterono intervenire su malattie minori e operare una vaccinazione di massa.

Nel 1968, il programma dei “dottori di villaggio” fu rinominato “dottori a piedi scalzi”, derivante dal nome dei contadini del Sud spesso lavoravano a piedi nudi nelle risaie. Questo fu presentato come uno dei grandi successi della Rivoluzione Culturale. Ridurre il tempo di formazione di un medico (oggi attuato in molti sistemi formativi del mondo) era quasi un'ossessione per Mao Zedong. Il presidente non si fidava dei medici, incluso il proprio, e sosteneva che 5 o 6 anni erano una perdita di risorse eccessive e che quindi 2 anni erano sufficienti.

Dato lo stato dell'economia cinese dell'epoca questa visione non era totalmente sbagliata, tuttavia non si basava su una valutazione oggettiva ma su di un sospetto verso i medici professionisti. Queste politiche avrebbero comunque riportato indietro la medicina cinese di decadi.

In ogni caso, l'input dato alla salute generale, da queste politiche, fu considerevole. Anche se le medicine e gli strumenti erano primitivi permisero di diffondere una copertura medica sconosciuta prima delle rivoluzione.

I difetti erano percepiti come opposti al sistema messo in piedi e l'Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarò i successi cinesi come una pietra miliare per i paesi del terzo mondo.

I dottori “a piedi scalzi” sopravvissero agli eventi successsivi e nel 1980 il Consiglio di Stato dichiarò che questi potessero qualificarsi come dottori di villaggio alfine di colmare il gap tra le cure di base fornite dai medici “a piedi scalzi” e i praticanti medici ben istruiti che fornivano assistenza avanzata.

Il sistema cominciò a collassare verso la fine degli anni'70 a causa delle liberalizzazioni e della privatizzazione dell'agricoltura. Le strutture mediche finanziate dalle comuni non poterono più sostenersi, il che portò al crollo delle cure di base e al riaffermarsi di malattie un tempo sradicate. La privatizzazione del sistema sanitario lasciò senza cure i contadini che non potevano permettersi i costi di un'assicurazione. Le autorità erano al corrente del pericolo, ma non fecero nulla per sventarlo. Negli anni '90 non ci si era solo sbarazzato del sistema delle collettivizzazioni, ma  anche del istema sanitario. Si era buttato il bambino con l'acqua sporca.

Il risultato finale è stato riassunto dall'Organizzazione Mondiale della Sanità secondo cui la Cina è una nazione divisa in due (dal punto di vista sanitario).

Le cure di base, anche nelle città, sono pressocchè inesistenti, e senza dottori indipendenti o cliniche, i pazienti sono costretti a rivolgersi ad ospedali. Gli ospedali devono coprire interamente i propri costi in un paese che vede il 79% dei suoi abitanti privi di assicurazioni sanitarie.

Un dottore ogni 950 abitanti è un rapporto incoraggiante rispetto alla Tanzania (50.000 a 1) o all'India (1.700 a 1), ma non rispetto a paesi avanzati come Giappone (500 a 1), Australia (400 a 1) o Europa (300 a 1). Inoltre la maggioranza dei dottori è concentrata nelle città e gli ospedali cinesi sono peggio attrezzati rispetto a quelli occidentali.

Se da una parte la maggioranza della popolazione non può permettersi cure mediche, altre fasce di popolazione spendono 2$ milioni in interventi di chirurgia plastica.

Secondo alcune stime per coprire i bisogni del paese srabbero necessari 500.000 di medici distribuiti per il paese. Ciò richiederebbe non solo la formazione ma anche una riforma del loro status e del loro stipendio. Ciò potrebbe frenare l'esodo dei dottori cinesi, i quali si spostano verso l'Africa dove ricevono uno stpendio più elevato e uno status migliore.

Secondo fonti occidentali, il governo cinese ha compreso la necessità di affrontare il problema della crisi sanitaria nelle aree rurali, il punto è come affrontarlo.

Asia Times

Alexander Casella
traduzione a cura di ossin
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